La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA GLORIOSA
APPARIZIONE DI GESU' A TUTTI GLI APOSTOLI
(Marco 16, 14-18; 1 Corinzi 15, 7)

Finora le apparizioni di Gesù agli apostoli non li avevano sempre trovati tutti uniti. Questa che narra Marco avvenne, invece, mentre erano tutti insieme; egli dice: « Di poi apparve agli undici, mentre erano a tavola».
La difficoltà, in cui si dibattono tutti i commentatori dei fatti seguiti alla resurrezione di Gesù, è quella di dare un ordine logico alle sue apparizioni.
Per questo alcuni le raggruppano in un modo e altri in un altro. Così questa apparizione, di cui narra Marco 16, 14-18, da alcuni viene identificata con quella che avvenne la sera stessa della resurrezione, e di cui parlano Giovanni e Luca, mentre altri con l'altra avvenuta sul monte di Galilea agli undici e a cinquecento fratelli.
Il fatto si è che gli scrittori sacri hanno scelto di queste apparizioni quelle che più interessavano al loro scritto, congiungendole alla narrazione mediante congiunzioni che non specificano affatto il tempo in cui queste apparizioni sono avvenute.
Cristo infatti, scrive Luca in Atti 1, 3: « si fece veder da loro per quaranta giorni, ragionando delle cose relative al Regno di Dio». Molto probabilmente gli insegnamenti da lui impartiti durante questi quaranta giorni e gli ordini dati, sono stati ripetuti in circostanze diverse, perché rimanessero ben fissi nella mente degli apostoli e dei discepoli.
E quindi gli evangelisti hanno scelto di queste apparizioni quelle che più si conformavano col loro Vangelo. C'è però da tener presente che gli insegnamenti dati da Gesù e da loro riferiti in circostanze diverse non si contraddicono, anzi confermano tutti la sostanziale identità degli insegnamenti impartiti e da loro riferiti.
Noi riteniamo che l'apparizione, di cui parla Marco (16, 14-18), sia avvenuta in Giudea e a Gerusalemme, dopo che gli apostoli e vari cristiani erano ritornati dalla Galilea. Ci sembra dare conferma a questa nostra tesi il fatto che Gesù apparve agli undici « mentre erano a tavola». Ora il fatto che tutti stessero a tavola contemporaneamente e assieme, lascia supporre che essi stavano a Gerusalemme nella casa solita dove Gesù era apparso altre volte, perché in Galilea tutti gli apostoli avevano le loro case e famiglie, e riunirsi assieme per mangiare sarebbe stato più difficile e imbarazzante.
Scopo dell'apparizione di Gesù è di dare loro il mandato di evangelizzare il mondo.
E' comprensibile che Gesù, trovando per la prima volta tutti insieme gli Undici, abbia approfittato « per rimproverarli della loro incredulità e durezza di cuore per non aver creduto a quelli che l'avevano veduto risuscitato».
I termini del biasimo sono molto forti, certamente più forti di qualunque riprensione fatta da Gesù durante il ministero pubblico (cfr. Marco 8, 14-21).
Però tale severità è giustificata dalle circostanze. Non solo gli apostoli erano tutti insieme per la prima volta, ma Gesù da più di un anno li aveva più volte informati della sua morte e resurrezione ed essi non avrebbero dovuto mostrare un ingiustificato scetticismo agli annunzi vari di coloro che l'avevano visto risuscitato, ma nemmeno si sarebbero dovuti mostrare diffidenti nelle sue diverse apparizioni.
Quindi Gesù disse loro: « Andate per tutto il mondo e predicate l'Evangelo ad ogni creatura. Chi avrà creduto e sarà stato battezzato, sarà salvato; ma chi non avrà creduto, sarà condannato». In questo mandato di cristo c'è da notare innanzi tutto il compito che Gesù affida loro, e tramite loro a tutti i cristiani, è quello di predicare il Vangelo di Cristo a tutto il mondo e a tutte le genti di ogni razza, colore, sesso e condizione sociale.
Quindi l'annunzio non dovrà più essere limitato ai soli Ebrei, perché Cristo è venuto a salvare tutti gli esseri umani. Allo zelo dei predicatori della Buona Notizia di Cristo deve corrispondere la docilità degli ascoltatori: alla loro predicazione le persone devono rispondere con la fede nel Vangelo, che non dovrà essere pura adesione intellettuale, ma donazione totale, perpetua, personale, dell'intelligenza, della volontà, del cuore a Cristo: donazione che include necessariamente le opere, cioè "l'ubbidienza della fede" (Romani 1, 5), di cui la prima è il battesimo che salva mediante la remissione dei peccati e che ci fa figli adottivi di Dio mediante il dono dello Spirito Santo.
Perché la congiunzione "e" che nelle parole di Cristo unisce credere e battesimo è copulativa, entrambi sono ugualmente necessari alla salvezza.
Ed è per questo che Gesù subito ammonisce che chi non avrà creduto non sarà salvato: infatti, essendo la fede il prerequisito necessario al battesimo cristiano, chi si battezzasse senza fede non farebbe un battesimo cristiano che salva, ma un semplice bagno.
Gli ascoltatori ubbidienti alla predicazione del messaggio evangelico ricevono la promessa della salvezza; i ribelli sono minacciati di condanna. E' ovvio che la ricompensa e la pena, salvezza e dannazione, suppongono che la presentazione agli uomini del messaggio di Gesù sia fatta non solo con la sua autorità, ma anche senza alterarlo, senza inquinarlo con elementi estranei, senza scendere a compromessi, che lo farebbero degenerare e ridurre a teorie di uomini, quindi fallaci e provvisorie.
Quindi Gesù fa una promessa, che sebbene espressa in termini generali, si riferisce alla nascita e al consolidamento della Chiesa nel primo secolo della sua esistenza, ed è quella di fornirli di doni miracolosi, che avrebbero dovuto confermare la verità della loro predicazione. Perciò codesti doni miracolosi furono soltanto temporanei, come ha dimostrato anche ampiamente l'esperienza della Chiesa.
E quantunque non si possa precisare con certezza il tempo in cui essi cessarono completamente, è più che probabile che ciò sia avvenuto gradatamente con la morte degli apostoli e di coloro a cui questo dono dei miracoli era stato trasmesso dalle loro mani. Gesù chiama questi doni miracolosi "segni" (greco: shme\ia= semèia) per indicare che essi sono miracolose testimonianze a vantaggio della verità.
Dice infatti: « Or questi sono i segni che accompagneranno coloro che avranno creduto ».
Quindi elenca cinque di questi doni o carismi:
1) «nel nome mio cacceranno i demoni»: cioè lo faranno invocando il nome e l'autorità di cristo, e usando il potere che egli avrebbe usato, se fosse stato presente. I miracoli compiuti da questi personaggi carismatici differirono essenzialmente da quelli di Gesù, quanto al modo in cui vennero operati. Gesù li faceva in "suo nome proprio" e "per sua potenza", mentre essi li fecero come strumenti di cristo;
2) «parleranno in lingue nuove»: questo dono consisteva o nell'uso di lingue apprese senza studio e fino allora ignorate, infuse da Dio per comunicare con altre persone; oppure, con maggiore probabilità, nella facoltà di lodare Dio per mezzo di un linguaggio estatico, che poteva essere compreso se v'era chi lo interpretava; o restare sconosciuto sia all'interessato, sia ai presenti (cfr. Atti 2, 3 seg.; 10, 43; 19, 6; 1 Corinzi 12, 10.28; 14, 13-17);
3) «prenderanno in mano dei serpenti e , se pur bevessero alcunché di mortifero, non ne avrebbero alcun male»: questi due carismi sono collegati: il primo, secondo il verbo greco "aroùsi" significa "raccogliere o alzare con la mano e portare", che per alcuni vuole indicare l'espulsione di animali nocivi da certi luoghi; ma il senso chiaro e semplice è che avrebbero maneggiato rettili velenosi e mortiferi, senza riportarne alcun danno (vedi il caso di Paolo a Malta: Atti 28, 5); il secondo, invece, prevedeva il caso, in cui sarebbero state loro offerte e da loro bevute bevande avvelenate dalla cattiveria umana; infine,
4) «imporranno le mani agli infermi ed essi guariranno»: abbiamo qui che Gesù concede loro il dono delle guarigioni, da usarsi certamente non per scopi personali (Paolo non lo usò per sé, né per Timoteo), ma per mostrare la verità della loro predicazione.
Sono cinque questi doni carismatici qui elencati, ma essi non ne escludono tanti altri, come resurrezione dei morti, ecc., che fecondarono la Chiesa nascente.
Questa finale del Vangelo di Marco, che comprende anche il versetto 19, che accenna alla sua ascensione e il versetto 20 che anticipa come dopo la Pentecoste gli apostoli « Se ne andarono a predicare da per tutto, operando il Signore con essi, e confermando la Parola con segni che l'accompagnavano», ha dato luogo a qualche difficoltà, perché, mentre tutti i manoscritti sono d'accordo fino al versetto 8 (16, 1-8), si differenziano molto a cominciare dal versetto 9 fino al 20.
I manoscritti possono ridursi a tre classi:
1) quelli che hanno una finale più breve, che termina così: "Ed esse corsero a raccontare a coloro che stavano con Pietro tutto quello che a loro era stato detto. Dopo ciò apparve Gesù e ordinò agli apostoli di portare dall'Oriente all'Occidente la parola santa e pura della salute";
2) quelli che terminano al versetto 8 e non hanno la finale, numerosi, secondo Eusebio e Girolamo, ai loro tempi;
3) quelli che hanno la finale attuale. Essi sono in maggior numero e più rappresentati negli onciali.
Ora la prima classe o gruppo di manoscritti va senz'altro eliminata, poiché i critici ammettono comunemente che essi siano dovuti ad un copista, il quale di proprio arbitrio ha voluto arrotondare la finale del Vangelo al versetto 8, che gli sembrava troppo affrettata.
Riguardo ai manoscritti della seconda classe o gruppo è da notare che i due principali, cioè il Vaticano e il Sinaitico, benché non contengano la finale, hanno però uno spazio bianco, che sarebbe sufficiente perché possa esservi trascritta; il che dimostra che il copista o calligrafo, o aveva sott'occhio un esemplare che la possedeva, o egli ha voluto far vedere che vi era una lacuna nel testo che trascriveva.
I padri più antichi di Eusebio e Girolamo e dei codici che possediamo, testimoniano a favore della terza classe o gruppo. Da ciò appare chiaro come i codici della terza classe meritino tutta la nostra fiducia e giustamente possiamo ritenere come ispirata la finale predetta.
Riconosciuta la canonicità della finale, i critici si domandano però se essa sia dovuta a marco o a qualche altro. Alcuni notano che v'è una diversa fraseologia nella finale e nel Vangelo, e che essa non sembra armonizzare col contesto, per cui ritengono che debba attribuirsi a qualche altro discepolo, non apostolo, per esempio ad Aristione.
Altri invece suppongono che il Vangelo di Marco, quando fu pubblicato, terminasse al versetto 8 (e da questa prima edizione proverrebbero i codici privi di finale), ma poi più tardi Marco stesso, quando si trovava in condizioni di spirito diverse da quelle in cui era quando aveva scritto il Vangelo, avrebbe composta l'attuale finale e l'avrebbe aggiunta al suo Vangelo (da ciò proverrebbero le differenze notate).
Più comunemente però si ritiene che Marco stesso fin dal principio abbia pubblicato tutto assieme il Vangelo e la finale. Non è infatti probabile che Marco abbia terminato il Vangelo con una frase così brusca come. « poiché avevano paura».
Di più l'inizio del versetto 9: « or essendo risuscitato» senza mettervi "Gesù" è un altro indizio che la finale non è un'aggiunta posteriore, ma è contemporanea al Vangelo.
Inoltre non vanno esagerate le differenze di stile tra la finale e il Vangelo, poiché se è vero che qualche diversità di stile vi è nella finale, è pure vero che in essa si trovano tutte le caratteristiche di Marco, quale l'insistere sui miracoli, sullo scacciare i demoni, sull'incredulità degli apostoli, ecc.