La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA DOLOROSA
AVVENIMENTI DOPO LA MORTE DI GESU'
(Matteo 27, 50-56; Marco 15, 38-41; Luca 23, 47-49; Giovanni 19, 31-37)

Manifestazioni ancora più clamorose della divina potenza glorificarono Gesù nel momento in cui egli coronava la sua vita di abbassamento e di dolore nel supplizio e nelle ignominie del Calvario. Il primo fenomeno, comune a tutti e tre i sinottici, è quello del velo del tempio squarciato: «Ed ecco la cortina del tempio si squarciò in due, da cima a fondo, e la terra tremò, e le rocce si schiantarono, e le tombe s'aprirono, e molti corpi dei santi che dormivano risuscitarono; ed usciti dai sepolcri dopo la resurrezione di lui, entrarono nella città santa, ed apparvero a molti».
Nel tempio vi erano due cortine o veli, l'uno davanti al Luogo Santo, l'altro davanti al Luogo Santissimo, o Santo dei Santi: dentro questo luogo nessun essere umano poteva entrare, ad eccezione del sommo sacerdote nel giorno delle Espiazioni. Fu la cortina o velo del Santo dei Santi, benché fatto di prezioso e artistico, nonché robusto tessuto, che si squarciò in due, da cima a fondo: ed era tutto di un pezzo.
Gli evangelisti presentarono questo fatto come un evento miracoloso, di cui però tacciono la causa. Alcuni allora hanno pensato a un evento eccezionalmente gagliardo che avrebbe determinato la lacerazione; altri invece al terremoto che accadde nello stesso istante.
Poiché Gesù spirò alle tre pomeridiane, proprio al momento del servizio sacro della sera nel tempio, quando esso era pieno di gente sia per il sacrificio vespertino sia per l'uccisione degli agnelli pasquali, il fatto non potè passare inosservato ai presenti.
L'aprirsi ad un tratto davanti ai loro occhi del Luogo Santissimo dovette riempire di stupore e di terrore la moltitudine riunita per adorare, che stava nel cortile, tanto più che si trattava di un velo lungo 40 cubiti (circa 18 metri) e così spesso da essere tessuto con tre fili ordinari di lana e uno di lino, attorcigliati insieme e poi raddoppiati sei volte. Eppure l'evangelista dice che "si fendè da cima a fondo".
Questa cortina, secondo la Lettera agli Ebrei, raffigura due cose:
a) l'accesso alla presenza di Dio, raffigurata dalla schekhinah (ebraico: presenza) nel luogo Santissimo, non era ancora aperto (Ebrei 9, 2.8);
b) Gesù, squarciandola, ha voluto significare che da quel momento vi era libertà d'accesso a Dio per i peccatori (Ebrei 10, 20)
e che inoltre alle figure era succeduta la realtà: l'Antica Legge col suo culto, rappresentato dal Santo dei Santi, aveva cessato di avere efficacia; il tempio aveva perduto la sua maestà, al culto ebraico, legato a un solo tempio, celebrato con l'offerta di vittime irrazionali, si sostituiva un culto universale, come Regno di Dio; Il culto "in spirito e verità", di cui Cristo è l'altare, sostituiva la vittima e il sacerdote.
«E la terra tremò, e le rocce si schiantarono»: probabilmente si trattò di un vero terremoto con fessurazione di rocce, quale omaggio reso dalla terra alla morte del Signore, come le tenebre erano state l'omaggio resogli dal firmamento. Naturalmente fu un intervento miracoloso di Dio a provocare il terremoto in quel determinato momento nella città santa.
«E le tombe si aprirono; e molti corpi dei santi che dormivano risuscitarono... ed apparvero a molti ». In Palestina si usava seppellire i morti in grotte di diversa grandezza; quelle popolari erano ricavate in caverne naturali o scavate nella terra, quelle dei ricchi scavate nella roccia, L'ingresso, basso e piccolo, di queste, veniva chiuso da una grossa pietra, che si faceva rotolare lungo la parete, fermandola e fissandola all'apertura della grotta, che così rimaneva chiusa. per effetto del terremoto è comprensibile che varie di queste pietre siano rotolare da sé fuori dall'imboccatura della grotta sepolcrale.
Più difficile è la spiegazione dell'altro evento miracoloso, narrato solo da Matteo, secondo cui, alla morte di Gesù, alcuni morti risorsero e si fecero vedere a Gerusalemme dopo la resurrezione di Cristo.
Presa alla lettera questa pericope si presenta poco verosimile: come infatti si può pensare che dei morti risuscitino al momento in cui Gesù, che è « la primizia dei dormienti» (1 Corinzi 15, 20), spira? e che poi attendono nel sepolcro la resurrezione di Gesù per apparire nella città santa?
Comunemente gli studiosi ritengono che Matteo parli per anticipazione della resurrezione dei santi, onde dimostrare maggiormente l'efficacia della morte di Gesù, e che in realtà la loro resurrezione sarebbe avvenuta dopo la resurrezione di Cristo, quando essi entrarono a Gerusalemme e apparvero a molti.
Tuttavia non mancano altre difficoltà, in quanto è chiaro che la loro resurrezione fu una momentanea manifestazione della potenza di Dio: quindi, essi ritornarono nella tomba senza rientrare nella vita attiva e nella società, onde attendervi la resurrezione finale.
Poiché i morti risorti vengono qualificati da Matteo come "santi", la Chiesa Romana pensa che si tratti di giusti dell'Antico testamento, ai quali Gesù sarebbe andato a predicare, appena morto, nel Limbo (1 Pietro 3, 19; 4, 6) e che, fattili risorgere, avrebbe condotto con sé in cielo. Spiegazione che non pare possibile, perché:
1) in nessun posto nella Bibbia si parla di Limbo;
2) la Bibbia insegna che ci sarà una sola resurrezione dei corpi alla fine dell'età presente;
3) inoltre, questi "giusti" morti risuscitarono col corpo o senza corpo? Se senza corpo, non si trattò di vera resurrezione; se col corpo, essi dovettero di nuovo lasciarlo nella tomba per attendervi la resurrezione finale, in quanto la stessa Chiesa di Roma insegna che essi sono saliti in cielo allora solo con l'anima.
Per tutte queste difficoltà alcuni cercano di dare al testo di Matteo un significato più dottrinale che storico, e cioè che l'evangelista abbia voluto dire che i giusti morti durante l'economia patriarcale e mosaica hanno ottenuto, per effetto della morte di Cristo, di entrare nel tempo escatologico, cioè di avere ormai aperte le porte del cielo, di cui però potranno godere solo alla fine dei tempi.
In altre parole, Matteo, riferendo tutti gli avvenimenti apocalittici della morte di Cristo (sconvolgimento tellurico, oscuramento del sole, fessurazione delle rocce), ha voluto presentare ai cristiani la morte di Cristo nella sua portata universale, come l'inizio della fine dei tempi, l'inizio di quella nuova era escatologica, che è in parte arrivata, in quanto per la grazia e per la fede ubbidiente siamo uniti a Cristo risorto, ma che nello stesso tempo non è arrivata definitivamente, perché sia già morti o sia viventi in questo mondo siamo in attesa di unirci per sempre a lui glorificato.
Ma allora come si spiegano le apparizioni di questi "santi" a molte persone, di cui parla Matteo? La spiegazione da noi data sopra che la resurrezione dei giusti fu una momentanea manifestazione della potenza di Dio, ci sembra la migliore.
Infine, alcuni vorrebbero unificare questo terremoto, avvenuto alla morte di Gesù, e le sue conseguenze, con l'altro avvenuto al momento della sua resurrezione (28, 2). Ma anche questa spiegazione non sembra possibile.
Dopo aver parlato dei miracoli di ordine fisico operati alla morte di Gesù, i primi tre evangelisti indicano, brevemente, l'effetto prodotto da questi prodigi e da questa morte sui pagani e sui Giudei.
In primo luogo sui pagani: « E il centurione, che era quivi presente, dirimpetto a Gesù, avendolo veduto spirare a quel modo, disse: Veramente, quest'uomo era Figliuol di Dio! E quelli che facevano la guardia con lui a Gesù, visto il terremoto e le cose avvenute, temettero grandemente, dicendo: Veramente costui era Figliuol di Dio».
L'ufficiale romano che aveva comandato la piccola squadra di soldati, che faceva la guardia, e i soldati stessi, che erano stati testimoni dei fatti straordinari, che avevano accompagnato la morte di Gesù (la sopportazione serena del dolore, la profonda calma, tra le ingiustizie e i sarcasmi, il perdono concesso ai crocifissori, il gran grido emesso prima di morire, le tenebre e il terremoto che accompagnarono la sua agonia e la morte) rimasero profondamente colpiti e si sentirono risvegliare in loro i sentimenti superstiziosi, per cui, pieni di gran timore, esclamarono: "Veramente costui era Figliuol di Dio!".
Marco attribuisce questa esclamazione al solo centurione, mentre Luca attribuisce a lui questa frase: "Veramente quest'uomo era giusto!".
Centurione e soldati avevano inteso Gesù invocare Dio come Padre ("Padre, perdona loro") e avevano inteso i capi sacerdoti con gli anziani dire: "Ha detto: Son Figliuolo di Dio!".
Dall'insieme di tutte queste circostanze, e specialmente dalle tenebre e dal terremoto prodottisi, potevano constatare che quell'affermazione era ben fondata e che Gesù si era comportato in modo sovrumano.
In genere, si ritiene che la confessione del centurione e del corpo di guardia rappresenti un modello di testimonianza alla divinità di Gesù.
Molto probabilmente, però, sulle labbra loro e del centurione queste parole non ebbero il significato di riconoscimento della filiazione consustanziale e divina di Gesù e della sua messianicità, anche se alcuni opinano che il centurione possa essere stato un proselita del giudaismo (il che non è certo né provato), ma ebbero il valore di una manifestazione degli intimi sentimenti di quella gente d'armi, per i quali Gesù usciva dalla sfera umana e doveva essere una persona straordinaria e innocente, ingiustamente condannata, cioè una specie di "eroe", una persona dotata in modo straordinario di qualità superiori. Per cui il valore esatto di questa frase potrebbe essere quello dato da Luca: «Veramente quest'uomo era giusto!".
I Giudei medesimi non rimasero insensibili agli avvenimenti celesti avvenuti in concomitanza con l'agonia e la morte di Gesù, dice infatti Luca: «E tutte le turbe che si erano radunate a questo spettacolo, vedute le cose che erano successe, se ne tornavano, battendosi il petto»: questo atteggiamento confuso e pentito della folla, dapprima ardente di far morire Gesù, è più eloquente di ogni parola e attesta la sincerità del loro pentimento e forse anche la loro paura; i fatti straordinari notati appaiono alla massa come preludio di gravi avvenimenti con cui si vendicherà il crimine commesso sul Calvario, e per questo in segno di pentimento si percuotono il petto.
I discepoli di Gesù, ad eccezione di Giovanni (19, 26 seg.), sono fuggiti tutti.
Alcune donne però, quasi tutte galilee, che da tempo seguivano Gesù (Luca 8, 2 seg.), e che lo avevano accompagnato a Gerusalemme in occasione della festa di Pasqua, erano coraggiosamente presenti al Calvario. In parte sono le stesse che saranno presenti alla sepoltura e che al mattino di Pasqua si recheranno alla tomba.
Matteo però dice che erano «molte donne». Egli ne elenca alcune, forse quelle che erano già conosciute per la loro dedizione al Salvatore: « Maria Maddalena, Maria, madre di Giacomo e di Josè, e la madre dei figliuoli di Zebedeo »: questi nomi però, nel modo come vengono dati da Matteo, non permettono alcuna identificazione sicura.
Si può dire soltanto che Maria di Magdala (o Maddalena, che liberata da "sette spiriti", credette in Gesù e lo aiutò con tutti i suoi beni, cfr. Luca8, 2-3) è la stessa che stava al sepolcro (Matteo 27, 6) e alle prime luci dell'alba della Domenica si recò al sepolcro (Giovanni 20, 1 seg.).
E' da identificarsi con la peccatrice di Luca 7, 36-50 o con Maria di Betania, sorella di Lazzaro e Marta? Forse, ma non possiamo dirlo con assoluta certezza. In questo caso Magdala non sarebbe il suo paese natio, ma il paese in cui conduceva una vita peccaminosa.
Maria, madre di Giacomo e di Josè, è chiamata anche "Maria di Cleopa" (Giovanni 19, 25); suo figlio Giacomo era detto il piccolo, uno dei dodici (Marco 15, 40; 16, 1).
Maria, madre dei figli di Zebedeo, cioè Giacomo e Giovanni, è Salomè (Marco 15, 40; Giovanni 19, 25), sembra che fosse sorella di Maria, madre di Gesù.
Secondo Giovanni 19, 25 sul Calvario erano pure presenti Maria, madre di Gesù, e Giovanni apostolo. Vi erano inoltre «tutti i suoi conoscenti», secondo Luca, cioè uomini che avevano avuto con Gesù relazioni personali e suoi discepoli in diverso grado.
C'era qualche apostolo? C'erano Nicodemo o Giuseppe d'Arimatea? Non possiamo dire nulla. Tutti costoro « stavano a guardare queste cose da lontano», probabilmente perché i soldati non permettevano loro di stare vicino a Gesù. Appena morto Gesù, un pensiero domina e urge i sinedriti: seppellire al più presto e chiudere nel silenzio della tomba per sempre quell'uomo che aveva dato loro tanta preoccupazione e fastidio.
Per questo un gruppo di Giudei, probabilmente i capi, si reca nel pretorio di Pilato per chiedere il crurifagio dei crocifissi, onde accertare o sollecitare la loro morte, per rimuovere quanto prima i cadaveri.
Le ferite, infatti della flagellazione e della crocifissione, non toccando organi vitali, permetteva agli sciagurati crocifissi di vivere nei tormenti anche due o tre giorni. Vi era un motivo giuridico e anche un altro culturale che spingeva i sinedriti a chiedere a Pilato la sepoltura dei crocifissi quel giorno.
La legge mosaica (Deuteronomio 21, 22-23) prescrive la rimozione del cadavere di un giustiziato prima del calare della sera, affinché la maledizione divina sul condannato e la stessa impurità del cadavere non avessero a contaminare il suolo del popolo eletto. Inoltre, si era alla vigilia della solennità pasquale e in tale circostanza non si potevano lasciare esposti dei giustiziati senza offendere i Giudei e turbare la loro gioia religiosa.
Per questo «I Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce il Sabato (poiché era la Preparazione, e quel giorno del sabato era un gran giorno), chiesero a Pilato che fossero loro fiaccate le gambe e fossero tolti via », onde venisse accelerata la morte con lo spezzare loro le gambe a colpi di mazza e così essere seppelliti in fretta.
Pilato non trovò alcuna difficoltà ad accondiscendere alla loro richiesta e provvide all'invio dei soldati per eseguire l'operazione.
«I soldati dunque vennero e fiaccarono le gambe al primo e poi anche all'altro che erano crocifissi con lui; ma, venuti a Gesù, come lo videro già morto, non gli fiaccarono le gambe», che sarebbe risultata un'azione inutile, tuttavia un soldato, per sincerarsi dell'avvenuto trapasso « gli forò il costato con una lancia, e subito ne uscì sangue e acqua».
Secondo alcuni, quel sangue e quell'acqua altro non furono che i due elementi, di cui il sangue si compone, per dire così: l'uno rosso, il sangue, e l'altro incolore, il siero.
Difficile poi è stabilire quale fosse il simbolismo che Giovanni vide attuato in questi due elementi sgorgati dal costato di Gesù.
Poiché nella Bibbia l'acqua è simbolo dello Spirito (Giovanni 7, 38-39) e il sangue designa la realtà del sacrificio (Giovanni 6, 51), alcuni Padri della Chiesa hanno visto in questo episodio indicate la giustificazione e la purificazione apportate da Gesù all'uomo mediante la redenzione (il sangue) e il battesimo (acqua).
Altri vi hanno inteso la nascita della Chiesa, quale novella Eva, sorta dal sacrificio di Cristo, nuovo Adamo. Altri infine l'abbondanza della grazia recata da Gesù all'umanità.
Tutte queste spiegazioni, tuttavia, possono ridursi a significare la vita spirituale che sgorga da Gesù e che Giovanni ha percepito bene attraverso una realtà osservata sul cadavere di Gesù.
Nel mancato cririfagio di Gesù e nella sua trafissione, Giovanni, poi, vede l'adempimento di due profezie: « Poiché questo è avvenuto affinché si adempisse la Scrittura: Niun osso sarà fiaccato (Esodo 12, 46). E anche un'altra Scrittura dice: Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto (Zaccaria 12, 10)».
La prima profezia si riferisce all'agnello pasquale, a cui non doveva essere rotto alcun osso. Per Giovanni, quindi, Gesù è il vero agnello pasquale, prefigurato dall'agnello pasquale ebraico, e che sostituisce la Pasqua ebraica (1 Corinzi 5, 7; Apocalisse 5, 6-12).
La seconda profezia parla di un misterioso personaggio trafitto, a cui tutti volgeranno lo sguardo, il quale personaggio è, per Giovanni, Gesù, che immolato sulla croce, tutti attira a sé per redimerli mediante il suo sangue (Giovanni 3, 14-15; 12, 32; Apocalisse 1, 7).
Giovanni riferisci qui certamente un fatto reale, che i dati medico-fisiologici confermano, essendo facile che tanto la flagellazione come la sospensione in croce abbiano prodotto rotture di vasi intercostali, producendo un versamento di liquido sieroso, accumulatosi nel torace e specialmente attorno al cuore.
Che voglia riferire una realtà e non un puro simbolo, lo conferma ancora lo stesso evangelista, che consolida la sua referenza con una testimonianza solenne, mediante la quale si appella ad un testimone oculare verace, quale è lo stesso discepolo diletto:
«E colui che ha veduto ne ha reso testimonianza e la su testimonianza è verace; ed egli sa che dice il vero, affinché voi crediate».