La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli
di Italo Minestroni
VITA DOLOROSA
GESU' DAVANTI AL SINEDRIO E GLI OLTRAGGI INFLITTIGLI
(Matteo 26, 57-68; Marco 14, 53.55-65; Luca 22,
63-71)
Gesù, dopo l'interrogatorio di Anna,
viene condotto nel palazzo del sommo sacerdote Caifa, ove nel frattempo
« si erano radunati tutti i capi sacerdoti e
gli anziani e gli scribi », cioè le tre categorie di
personaggi che componevano il Sinedrio, supremo tribunale ebraico.
Gesù venne subito condotto nella sala
delle udienze del sommo sacerdote per un inizio di processo, mediante l'escussione
dei testimoni. Dobbiamo subito notare l'illegalità di questo processo
e per varie ragioni:
- la sua celebrazione nei giorni festivi
(gli Azzimi e la Pasqua);ù
- la celebrazione di esso di notte, essendo
vietato tenere le sue sedute dal tramonto del sole fino all'alba, e qui
si era circa alle due di notte;
- la durata di un processo capitale non poteva
durare meno di due giorni, qui invece c'è la riunione durante la notte
e un'altra subito all'alba;
- inoltre l'escussione dei testimoni doveva
tenersi nell'aula del Sinedrio e non in quella delle udienze del sommo
sacerdote.
Tutto ciò dimostra la fretta, e forse
anche la paura, dei dirigenti giudei di giungere presto, secondo il loro
proposito, ad una rapida condanna dell'imputato.
Nella sala sono riuniti i 70 membri del Sinedrio,
con al centro Caifa, sommo sacerdote e presidente col titolo di "nasi" (principe),
avendo al fianco suo suocero Anna, e con loro stanno due segretari, dei quali
quello di destra deve scrivere le testimonianze e i voti favorevoli al prevenuto,
quello di sinistra le deposizioni e i voti che l'accusano e lo condannano.
Inizia il processo. La procedura ebraica non
conosceva accusa ufficiale né pubblico ministero, per cui erano i
testimoni che fungevano da accusa e prima erano ascoltati i testimoni della
difesa e poi quelli dell'accusa. Per di più i testimonia erano ascoltati
singolarmente e non vi era prestazione di giuramento. I Vangeli ci dicono
che « i capi sacerdoti e tutto il Sinedrio cercavano
qualche testimonianza contro Gesù per farlo morire; e non ne trovavano
alcuna»: secondo la legge (Deuteronomio 19, 15) «
la deposizione di due o tre testimoni doveva essere concorde»,
ma essi non ne trovarono.
Marco fa inoltre notare (14, 55) che il Sinedrio,
non avendo trovato due testimoni di cui valersi, cioè che fossero
concordi nel testimoniare intorno a un singolo capo d'accusa, ricorse a falsi
testimoni: «Poiché molti deponevano il
falso contro a lui; ma le testimonianze non erano concordi».
Di costoro se ne presentarono molti, ma, o perché
raccolti in fretta e furia non si era riusciti a metterli d'accordo, o perché
l'accusa che facevano non raggiungeva la gravità criminosa richiesta
per la condanna, o anche perché, ammaestrati sommariamente a recitare
la loro parte, la loro falsa testimonianza non aveva i necessari requisiti,
essi delusero il Sinedrio.
Finalmente vengono trovati due testimoni, che
mantenevano l'accordo voluto dalla legge: «Finalmente
se ne fecero avanti due, che, testimoniando il falso dissero: Noi l'abbiamo
udito dire: Io disfarrò questo tempio fatto di mano d'uomo e in
tre giorni ne riedificherò un altro, che non sarà fatto di
mani d'uomo». Queste parole erano state pronunciate da Gesù
circa tre anni prima. all'inizio del suo ministero, dietro la richiesta
di farisei che mostrasse un segno del cielo, che lo autorizzava a purificare
il tempio (Giovanni 2, 19).
La loro testimonianza era falsa, non perché
Gesù non avesse detto quelle parole, ma perché falsa era
l'interpretazione che davano. Lo stesso Sinedrio sapeva che l'accusa era
falsa, come risalta dal fatto che non più di 24 ore dopo, manderà
a chiedere a Pilato delle guardie per il sepolcro di Gesù, proprio
in base a quest'unica affermazione di Gesù circa la sua resurrezione
(Matteo 27, 63).
Ma, oltreché falsa, «
neppure così la loro testimonianza era concorde»:
infatti, secondo Marco (14, 58) i due testimoni avrebbero affermato di
aver udito Gesù annunziare che avrebbe distrutto il loro tempio e
che ne avrebbe ricostruito un altro «non fatto
di mani d'uomo », mentre secondo Matteo (26, 61) i testimoni
riferiscono che Gesù avrebbe affermato di avere la potenza e la capacità
di distruggere e di riedificare il loro tempio «
in tre giorni ».
Il loro capo d'accusa era molto grave, perché
colpiva il sentimento religioso degli Ebrei in ciò che avevano di
più caro e includeva un attentato alla maestà divina con la
dichiarazione di voler distruggere la dimora terrestre e una affermazione
di messianicità con il voler ricostruire un nuovo tempio senza aiuto
umano. Tutti perciò si aspettavano una reazione di Gesù per
controbattere le testimonianze. Ma Gesù invece taceva; erano sufficienti
le contraddizioni nelle deposizioni a rendere invalida l'accusa. La situazione
diventava insostenibile per i giudici e questo spinse Caifa ad uscire dal
suo ruolo puramente passivo di giudice equanime per tentare di far procedere
la discussione, giunta a un punto morto.
Affettando bonomia e comprensione verso il prigioniero,
il sommo sacerdote lo sollecitò a dichiararsi intorno alle deposizioni
fatte. La domanda in realtà aveva lo scopo di trovare qualche elemento
compromettente per portare il processo alla sua conclusione finale.
Così: «Levatosi
in piè quivi in mezzo, domandò a Gesù: Non rispondi
nulla? Che testimoniano costoro contro a te?». Invitato a difendersi,
«Gesù tacque e non rispose nulla
»: capisce che non vale la pena discutere con dei giudici così
prevenuti nei suoi confronti e così si chiude in un silenzio pieno
di dignità. Questo ostinato silenzio di Gesù pone in imbarazzo
Caifa, che vede cadere la seduta giudiziaria verso un insuccesso, costringendolo
a fargli delle domande più precise che trasformano il processo in
un dialogo tra il presidente e l'imputato, allo scopo di strappare al prigioniero
una parola che lo rendesse reo di morte.
Il sommo sacerdote introduce l'interrogazione
con un solenne e formale scongiuro di dire la verità, cui nessun
giudeo poteva sottrarsi, e che, nello stesso tempo, qualunque fosse stata
la risposta, avrebbe sempre avuto esito fatale per Gesù; se manteneva
le sue pretese messianiche era un bestemmiatore, religiosamente reo di punizione,
se le sconfessava era un impostore che aveva cercato di sedurre le folle
e perciò politicamente condannabile.
«Ti scongiuro per
l'Iddio vivente a dirci se tu sei il Cristo, il figliuol di Dio, o
secondo Marco, il figliuol del Benedetto».
La domanda del sommo sacerdote, e Luca lo fa chiaramente rilevare (22,
66.70), era duplice: quella della messianicità (Cristo) e quella
della divinità (Figliuol di Dio o del Benedetto: quest'ultima era
una circonlocuzione ebraica per evitare il nome di Jahweh).
Ora, che valore hanno questi due titoli sulla
bocca del sommo sacerdote? Certamente, Caifa non credeva che Gesù
fosse il Cristo (corrispondente greco dell'ebraico "Messia") né che
fosse il Figlio di Dio in senso stretto, ma doveva certamente aver saputo
che Gesù si attribuiva e l'uno e l'altro carattere. Quindi anche
per questo verso la sua domanda era ambigua.
Nonostante lo scongiuro di Caifa, Gesù
poteva non rispondere, perché l'interrogazione era del tutto illegale,
dal momento che in mancanza di testimoni, non si poteva invitare un indiziato
a dichiararsi colpevole, per far pronunciare in qualche modo la sua condanna
a lui stesso.
La risposta di Gesù fu delle più
chiare e formali: «Tu l'hai detto»,
questa formula è da se stessa una risposta affermativa, corrispondente
nella nostra lingua all'analoga locuzione: come dici tu; «
Sì lo sono»: io sono il Messia e il Figlio di Dio.
« Anzi vi dico che da ora innanzi vedrete il
Figliuol dell'uomo sedere alla destra della Potenza e venire sulle nuvole
del cielo».
Innanzi tutto Gesù risponde brevemente
in modo affermativo. Mentre Caifa si era appellato a Dio per esortarlo
a dire la verità, Gesù nella sua risposta non fa il minimo
appello a Dio a convalida delle sue parole, ma afferma senza circonlocuzioni,
con una confessione solenne che include la piena consapevolezza delle proprie
prerogative e la totale responsabilità nel confessarle.
Quindi esplicita il suo pensiero con due passi
scritturali: il primo è dedotto dal Salmo 109, 1, in cui si parla
del Messia assiso alla destra di Dio. Nello stile biblico sedere alla destra
di uno significa: essere della sua stessa classe, avere la stessa dignità,
gli stessi diritti, la stessa potenza, e in una parola, essergli uguale.
Dunque Gesù afferma di nuovo la sua divinità, e i sinedriti
non stentano a comprenderlo.
Da notare nella risposta di Gesù il titolo
"la Potenza", altra circonlocuzione per designare in modo velato Dio stesso,
il cui nome presso gli Ebrei non poteva essere pronunciato.
Il secondo testo biblico si ispira alla profezia
di Daniele, il quale, parlando del regno degli eletti, definisce il loro
sovrano «come un figliuol d'uomo che viene sulle
nuvole del cielo».
Gesù ne riprende qui l'immagine e l'applica
a se stesso per far comprendere che Egli è il vero Re messianico,
un personaggio misterioso e celeste che realizzerà il vero Regno di
Dio. Così Gesù non respinge l'accusa del Sinedrio, ma dal livello
terreno e materiale, come essi intendevano e si aspettavano fosse il regno
di Dio messianico, lo porta su un livello spirituale e superiore.
Con l'espressione «
d'ora innanzi vedrete...», secondo alcuni Gesù avrebbe
voluto intendere la sua prossima parusia e si sarebbe così ingannato,
ma ciò è assolutamente falso. E' vero che della venuta finale
di Cristo giudice si parla in alcuni testi biblici (ad esempio 1 Tessalonicesi
4, 16-17; Matteo 24, 30), ma il testo di Daniele, a cui Gesù fa
riferimento, non parla di una discesa del Figlio dell'uomo verso gli uomini
come giudice, bensì di un'ascesa verso il trono di Dio per ricevervi
il regno dei santi.
Quindi, Gesù con questa espressione preannunzia
la sua intronizzazione a Messia glorioso: da questo momento i sinedriti
non verranno più a Gesù in veste d'accusato, ma la prima volta
che si incontreranno con lui lo vedranno in veste di Messia glorioso, circondato
di potenza. Gesù ha affermato esplicitamente di essere "il Figlio
di Dio" e di essere il Messia atteso, anche se il concetto che Egli aveva
della sua figliolanza divina e della sua missione messianica erano ben diverse
e più profonde e di diversa natura di quello che avevano i sinedriti
e l'intero popolo ebraico.
Per questo immediatamente: «
il sommo sacerdote si stracciò le vesti, dicendo: Egli ha bestemmiato.
Che bisogno abbiamo più di testimoni? Ecco, ora avete udito la sua
bestemmia. Che ve ne pare?».
Lo strapparsi le vesti era originariamente un
segno di gran dolore (Genesi 37, 28; 2 Re 22, 11; Numeri 19, 16; Levitico
10, 6; 21, 10; Giobbe 1, 20), che in seguito divenne più un gesto
rituale per simulare indignazione. Lo strappo riguardava la parte superiore
della tunica, ed era stato regolamentato minuziosamente dai rabbini.
Marco e Matteo parlano di "vesti", che il sommo
sacerdote si sarebbe stracciato, in quanto l'indossare più vesti o
tuniche era segno di distinzione e di appartenenza agli alti ranghi sociali,
e quindi ben si adattava al sommo sacerdote.
Con questo gesto Caifa dimentica l'atteggiamento
imparziale, richiesto alla sua qualità di giudice e cerca di influenzare
i sinedriti per portarli a pronunciare il verdetto di condanna tanto desiderato.
Questo incidente del processo rivela alcune ingiustizie. Ogni parola di
Caifa costituisce un'irregolarità:
- «Che bisogno
abbiamo di testimoni?», mentre necessaria per al legge era la
concorde testimonianza di due o tre testimoni;
- «Egli ha bestemmiato
»: Caifa afferma e qualifica come bestemmia le parole di Gesù
senza esame e discussione, ed emette il suo giudizio, primo di tutti i sinedriti,
cercando di far pressione sulle loro coscienze con tutto il peso della sua
autorità di sommo sacerdote e togliendo loro così la libertà
di voto;
- «Che ve ne
pare?»:è un'aggravante della medesima irregolarità,
perché manifesta chiaramente la sua intenzione di imporre ad essi
la sentenza che egli vuole e aspetta;
- «Ed essi rispondendo
dissero: E' reo di morte»: si tratta non di una condanna a morte,
perché i Giudei non avevano questo diritto, avendolo Roma riservato
alla sua giurisdizione, ma solo di una constatazione che aveva meritato
la morte, e che pertanto doveva essere deferito al tribunale civile romano
per ottenere la ratifica di tale pronunciamento.
Marco fa notare che «
tutti lo condannarono come reo di morte»: ed anche qui abbiamo
una nuova irregolarità, in quanto era formalmente prescritto ai giudici
di dare il loro parere separatamente uno dopo l'altro, e attendere l'indomani,
dopo una pausa di riflessione, prima di emettere il verdetto. Comunque,
la seduta notturna del Sinedrio, per quanto presentasse la maggior parte
dei membri, non era una seduta legale, e si risolveva solo in un primo processo
per trovare il capo d'accusa da presentare a Pilato per la condanna di Gesù.
Il Sinedrio infatti lo ritiene "reo di morte", ma non pronuncia la sua condanna.
Al mattino di buon ora, perciò, il Sinedrio si riunirà di nuovo
per dare una parvenza legale al suo pronunciamento di morte, prima di deferire
Gesù al tribunale di Pilato (Marco 15, 1; Matteo 27, 1-2).
Appena il Sinedrio sentenziò che Gesù
era reo di morte, Gesù dovette subire una prima serie di insulti e
lazzi sguaiati nella stessa sala dell'interrogatorio, sia da parte dei responsabili
presenti, sia anche dalla servitù la quale forse approfittò
del tacito consenso dei propri padroni per sputacchiarlo e urtarlo: «
Allora gli sputarono in viso»: lo sputare, in Oriente, fu
sempre considerato l'espressione del ribrezzo e del disprezzo più
grandi e come tale è per lo più considerato bella Sacra Scrittura
(Levitico 15, 8; Numeri 12, 15; Deuteronomio 25, 9; Giobbe 30, 10); non deve
pertanto stupire se inizialmente gli sputi si Gesù pervennero forse
da alcuni caporioni presenti.
Le percosse inflitte poi sono designate con due
termini diversi, che precisano assai bene la loro qualità di bassezza
e grossolanità proprie della plebaglia: «
E gli diedero dei pugni; e altri lo schiaffeggiarono». Le
percosse inflitte sono indicate col verbo greco "kolaphìzo", che propriamente
designa il colpo con il dorso della mano, cioè colpire con manrovesci
e conseguentemente con pugni; e con il sostantivo greco "ràpisma"
che si riferisce invece al colpo dato a mano aperta, cioè lo schiaffo
vero e proprio o ceffone.
Infine, affidato alle guardie, perché
lo custodissero fino al mattino, queste continuarono gli oltraggi e li
aggravavano con pugni e schiaffi sotto la parvenza di un gioco grossolano,
che derideva le qualità profetiche del presunto Messia.
Luca ricorda un altro particolare degli insulti
che caratterizza meglio la scena: il velo con cui gli sbirri coprono Gesù
perché indovini chi lo ha percosso: «
E gli uomini che tenevano Gesù, lo schernivano, percuotendolo; e,
avendolo bendato, gli domandavano: Indovina, profeta, chi t'ha percosso
»
Per gli uomini che dovevano sorvegliare Gesù
questi dileggi divengono un passatempo. Il prigioniero è alla loro
discrezione ed essi, sicuri di godere dell'impunità, ne approfittano
per farne l'oggetto delle loro basse derisioni. Tra le varie accuse giunte
al loro orecchio vi è anche quella che l'imputato si è proclamato
"profeta".
Ora nella estimazione popolare il profeta è
una specie di indovino che sa tutto; niente di meglio quindi che mettere
alla prova questa dote; perciò ricoperto con qualche straccio Gesù,
lo colpivano villanamente e duramente, interrogandolo di volta in volta perché
rivelasse il nome di chi l'aveva percosso. Ripeterono il gioco fanciullesco
detto "mosca cieca oppure guancialino d'oro", vecchio quanto il mondo.
Anche con un altro titolo schernirono Gesù,
chiamandolo: «O Cristo profeta»,
con cui intesero deridere la pretesa di Gesù di essere il Messia
promesso.
Luca chiude la narrazione degli oltraggi, dandoci
anche un'altra informazione: le guardie «molte
altre cose dicevano contro a lui, bestemmiando»: "bestemmie"
che sembrano essere qualcosa di più dei semplici insulti e probabilmente
questi insulti colpivano la prerogativa messianica di Gesù come
profeta e forse erano scherni contro le proprietà divine che Gesù
si era attribuito. Quindi le guardie lo avrebbero schernito e vilipeso nelle
sue prerogative essenziali di Messia e Figlio di Dio.