La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA DOLOROSA
LA PARTENZA DI GESU'
(Giovanni 14, 1-14)

Mentre nei Vangeli sinottici una parte cospicua delle parole di Gesù, durante il suo ministerio pubblico, è diretta all'istruzione dei discepoli, come l'interpretazione delle parabole, le prescrizioni sul lavoro di evangelizzazione, la triplice predizione del destino che lo attende, il dovere di imitare i suoi patimenti, i principi su cui regolare i loro rapporti, le istruzioni su ciò che li attende, la fine del mondo e il suo glorioso ritorno, ecc.; nel Vangelo di Giovanni invece l'insieme delle istruzioni ai discepoli si trova nel grande discorso finale, che segue all'ultima cena, discorso che è dominato dalla separazione.
Sugli apostoli, che circondano il maestro, è sceso un grave silenzio, dopo aver udito Gesù rivelare i terribili avvenimenti che li separano: Gesù sarà ancora con loro per breve tempo; Egli sta per essere tradito e il traditore è in mezzo a loro; Pietro lo rinnegherà tre volte; Gesù sarà ritenuto un malfattore e su tale titolo sarà condannato alla morte di croce, come Egli ha parecchie volte predetto. E del Regno medesimo che sarà?
Gesù li tranquillizza, mostrando loro il modo con cui potranno dominare angoscia e smarrimento: « Il vostro cuore non sia turbato», e, perché ciò sia possibile, essi non dovranno fare altro che « avere fede in Dio e avere fede in Lui», perché Dio stringe nelle sue mani il cuore degli uomini e nessun potere gli impedirà di raggiungere il suo scopo. perciò essi non debbono temere un insuccesso per l'opera sua come non debbono temere le prove che Gesù annunzia loro.
E invece di parlare del suo Regno messianico, la cui speranza era in quel momento crollata nell'animo degli apostoli, imbevuti ancora di troppi pregiudizi materialistici ebraici, Egli innalza il loro pensiero al Regno celeste, per mostrare loro con la sua morte il motivo di sperare e gioire.
«Nella casa del Padre mio, disse loro, ci sono molte dimore, e perciò ce n'è una anche per loro, simboleggiando le "molte dimore" l'ampiezza della casa celeste. E di ciò debbono essere più che certi, perché: se così non fosse, ve l'avrei detto, poiché io vado a prepararvi un posto».
E' il peccato che ha chiuso il cielo; bisogna, dunque, che Gesù espii i nostri falli con lo spargimento del suo sangue, per aprircene di nuovo le porte. E per primo Egli deve attraversare quelle porte da trionfatore, onde prepararci un posto in cielo.
E Gesù a questo punto parla della sua parusìa, cioè del suo ritorno glorioso per prendere con sé i discepoli e condurli a prendere possesso del posto che ha preparato per loro, affinché possano restare sempre con lui nella casa del Padre, cioè in cielo: «E quando sarò andato, e vi avrò preparato un posto, tornerò e v'accoglierò presso di me, affinché dove sono io, siate anche voi».
Queste parole rasserenatrici di Gesù facevano sorgere nell'animo degli apostoli altri interrogativi: che significava andare in cielo e poi tornare a prenderli?
Come e quando il Signore manterrà la sua promessa? A questi interrogativi essi non sapevano dare alcuna risposta certa. Avrebbero voluto interrogarlo, ma non azzardavano dopo l'insuccesso delle precedenti domande di Pietro. Per questo Gesù, leggendo nel loro cuore, dice: «E del dove io vado sapete anche la via ». In altre parole Gesù dice: voi sapete dove io vado, perché vi ho detto che ritornerò dal Padre mio, e voi sapete che Egli abita nei cieli.
Anche la via che porta me e voi colà dovreste sapere, perché io ve l'ho ripetuto più volte: per me è l'ubbidienza fino alla morte in croce; per voi è il seguirmi, l'ubbidienza e la perseveranza nella mia parola a costo di qualsiasi sacrificio. Fu il meno credulo di tutti gli apostoli, e cioè Tommaso, che a questo punto Gli disse: «Signore, noi non sappiamo dove vai e come possiamo saperne la via?». Era la domanda che Gesù si attendeva e subito risponde mostrandogli quale sia la via e dove essa conduce.
Egli è la via e il Padre è il termine: «Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al padre se non per mezzo di me». Parole stupefacenti, che solo un Dio poteva pronunciare!
Gesù è "la via" in quanto rivelatore divino, inviato dal Padre ad insegnare agli uomini la via che conduce a Dio. Gesù è anche "la verità", perché in lui è apparsa sulla terra la perfetta rivelazione di Dio mediante la sua persona, la sua opera, il suo insegnamento. perciò la verità non è altro che lui stesso! Ma Gesù è pure "la vita", perché comunicando agli uomini la rivelazione divina, che è la verità, Egli dà loro la vita, anzi è vita per loro.
Dirà infatti: « E questa è la vita eterna: che conoscano Te, il solo vero Dio, e Colui che tu ha mandato, Gesù Cristo» (Giovanni 17, 3). Essendo Egli Colui che ha dato agli uomini la conoscenza del Padre, anzi essendo l'alter ego; Egli è la via che conduce al Padre mediante l'ubbidienza alla verità da Lui rivelata e che dà la vita, perciò può dire: «Nessuno viene al Padre, se non per mezzo mio».
Tante volte Gesù durante il suo ministero aveva affermato e aveva dimostrato con le sue opere la sua divinità, che era il punto essenziale del suo insegnamento e il solido fondamento destinato a tenerli attaccati alla sua persona e alla sua dottrina, ed Egli ora, vedendo le loro idee ancora poco chiare a proposto, insiste di nuovo su questa verità fondamentale: «Se m'aveste conosciuto, avreste conosciuto anche mio Padre»: la conoscenza di un oggetto provoca la conoscenza di un altro, quando esiste tra loro una perfetta somiglianza. Se, dunque, conoscere Gesù è per ciò stesso conoscere il padre, si deva concludere che Gesù è certamente somigliante al Padre suo.
Ora, che è somigliante a Dio, se non è Dio? «E fin da ora, Gesù aggiunge, conoscete mio Padre e l'avete udito », ed evidentemente per completare e rendere chiaro il pensiero di Gesù, bisognerebbe aggiungere alla sue parole: "perché voi conoscete me, e mi avete veduto". Infatti, da quando viveva con gli apostoli, Gesù aveva mostrato loro perfezioni divine.
Tali perfezioni, che sono nel Figlio (santità perfetta, scienza illimitata, potenza senza limiti, ecc...), sono ugualmente nel Padre. Dunque, per tutto ciò che essi avevano conosciuto di divino in Gesù, gli apostoli avevano ugualmente conosciuto il Padre.
Gli apostoli mostrano di non comprendere ancora le cose rivelate loro da Gesù e, senza attendere l'aldilà per vedere Dio faccia a faccia, preferiscono di averne una visione diretta, magari per mezzo di una teofania, come quelle avute dai profeti, qui sulla terra. Perciò Filippo dice subito: «Signore, mostraci il Padre, e ci basta!».
Con questa richiesta, inoltre, mostra ad evidenza che egli non ha ancora compreso che Dio era già allora visibile sulla terra nella persona, parole ed azioni di Gesù. Gesù si meraviglia, perciò, del suo desiderio e gli dice: « Da tanto tempo sono con voi e tu non m'hai conosciuto, Filippo? Chi ha veduto me, ha veduto il Padre. Come mai dici tu: Mostraci il Padre? »
Il verbo "vedere" significa qui "conoscere", e designa la conoscenza della natura divina e delle perfezioni che Gesù lasciava intravedere nelle sue parole a azioni.
Gesù ripete, dunque, a Filippo, ciò che ha detto a tutti gli altri apostoli, e che abbiamo esposto poco sopra. Ed inoltre aggiunge: «Non credi tu che io sono nel Padre e che il Padre è in me? Le parole che io vi dico, non le dico di mio; ma il Padre, che dimora in me, fa le opere sue».
Se veramente si conosce Gesù, cioè se si crede che il Padre è in Lui e Lui è nel Padre, che Lui e il Padre sono una cosa sola (10, 3), il desiderio di vedere Dio è già realizzato.
E la richiesta di Filippo è sciocca. E Gesù subito aggiunse in quale misura si vede il Padre nel Figlio: « Le parole che vi dico, non le dico di mio; ma il Padre, che dimora in me fa le opere sue». Quando Gesù parla, non parla da sé, ma in Lui è il Padre che parla. Abitando in Lui, il Padre compie in Lui e per mezzo suo le sue opere. E questo non vale solo per le parole di Gesù, ma anche per i suoi miracoli.
I discepoli non hanno che da credere la mutua presenza del Padre e del Figlio, perché così il Padre si rende loro presente.
A renderlo certi di questa unità esistente tra Lui e il Padre sta la parola di Gesù. nel caso però che tale garanzia non fosse loro sufficiente, dovrebbero almeno credere alle sue opere, perché tutto ciò che Egli compie è una testimonianza irresistibile resa alle sue parole: «Credetemi che io sono nel Padre e che il Padre è in me; se no, credete a cagione di quelle opere stesse».
Dopo questa risposta, Gesù riprende il tema principale del discorso e trova un potentissimo e nuovo motivo di consolazione nella stessa disgressione che ha fatto: « In verità, in verità vi dico che chi crede in me farà anch'egli le opere che io faccio; e ne farà di maggiori, perché io me ne vado al Padre».
Con queste parole Gesù passa a promettere che quanti crederanno in Lui faranno opere anche maggiori di quelle che lui ha fatto, e giustifica tale promessa col fatto della sua andata al Padre.
Poiché i miracoli compiuti da Gesù difficilmente possono essere superati, "le opere", di cui Egli parla, possono essere tutte e sole quelle da lui compiute come rivelatore del Padre.
Infatti, la sua partenza dal mondo segnerà la caduta delle barriere di spazio e tempo, che hanno limitato la sua missione sulla terra; la missione dei suoi apostoli e discepoli, invece, si estenderà a tutta la terra e il suo ritorno al Padre è la condizione necessaria, perché essi, assistiti dallo Spirito Santo (7, 39), inizino la loro missione universale.
La stessa preghiera, che essi faranno "nel suo nome", cioè per la sua autorità e con fiducia mossa dalla fede in lui, sarà esaudita: «E quel che chiederete nel mio nome, lo farò; affinché il Padre sia glorificato nel Figliuolo».
Se Gesù non dice qui a chi la preghiera deve essere indirizzata, è perché in altra occasione ha avuto e avrà l'opportunità di dire chiaramente che essa va diretta al Padre. Parimenti Gesù non dice nemmeno nulla dell'oggetto della preghiera, ma è chiaro dal contesto che oggetto non possono essere interessi umani e personali, ma solo l'opera che i discepoli svolgono a servizio del loro Signore nel campo dell'evangelizzazione del mondo.
La loro preghiera sarà certamente esaudita "perché il Padre si glorificato nel Figlio" (17, 1), il quale tutto ciò che fa, lo fa per amore del Padre. E per assicurarli su questa certa efficacia della loro preghiera e darne loro la massima garanzia, ripete:
«Se chiederete qualcosa nel mio nome, io la farò»