La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
GESU' CONDANNA PUBBLICAMENTE FARISEI E SCRIBI
(Matteo 23, 1-39; Marco 12, 38-44; Luca 13, 31-35; 20, 45-47; 21, 1-4)

Il giorno del Martedì volgeva verso il tramonto. Gesù lo trascorse ininterrottamente nel tempio, rispondendo con sapienza a tutte le domande tranello, fattegli dai suoi avversari, in modo da ridurli a confusione e al silenzio, e costringerli a ritirarsi in buon ordine.
Ma vede intorno a sé molta gente conquistata dalla sua sapienza, dal suo fascino inesprimibile e dall'incanto misterioso che emanavano dalla sua persona. Ad essa, troppo portata a seguire gli insegnamenti e il volere dei suoi capi egoisti, ambiziosi e corrotti, come erano gli scribi e i farisei, Gesù sente il bisogno di dare un ultimo importante avvertimento per aprirgli gli occhi e condurla alle sorgenti della vita.
«Gli scribi e i farisei seggono sulla cattedra di Mosè», dice egli con voce che tutta la gente può udire, riconoscendo con ciò che essi sono i rappresentanti legittimi dell'autorità ebraica, « fate dunque ed osservate tutte le cose che vi diranno, ma non fate quelle che essi fanno, perché non praticano quello che dicono agli altri di fare».
Le circostanze, quindi, hanno concentrato nelle loro mani l'autorità che Mosè, il fondatore del popolo, aveva ricevuto immediatamente da Dio. Quindi, in tutto ciò che dicono conforme alla Sacra Scrittura sono da seguirsi, ma le loro opinioni private insegnate dai rabbi nelle loro scuole sono da condannarsi.
E Gesù flagella senza pietà i due principali vizi dei farisei: l'orgoglio, sorgente di tutti i delitti, e l'ipocrisia con cui verniciano di pietà e austerità i loro eccessi, ingannando e traviando il popolo. Infatti essi moltiplicavano prescrizioni e prescrizioni, le più irragionevoli, circa il riposo del Sabato, la preghiera, i sacrifizi e le purificazioni legali, « le caricano sulle spalle della gente», ma nella loro vita privata, non visti da sguardi indiscreti, non tenevano alcun conto di esse e si davano ad ogni disordine. Tutte queste cose le facevano solo in pubblico « per essere osservati dagli uomini», onde attirarsi le loro lodi e con essi i favori più ambiti. Per questo « allargano le loro filatterie» (o Tefilim, in ebraico), cioè i piccoli sacchetti o astucci di cuoio, di forma cubica, uniti a due cinghie, che contenevano all'interno una piccola striscia di carta di pecora sulle quali erano scritte le parole di Mosè: « Questi comandamenti ti saranno nel cuore... li inculcherai ai tuoi figliuoli, ne parlerai quando starai seduto in casa tua, quando sarai per la via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segnale, ti staranno come fronte tra gli occhi » (Deuteronomio 6, 6-8; 11, 18-19).
Era indubbiamente un linguaggio allegorico, ma, i farisei, nel loro formalismo, li compresero alla lettera e, prima di pregare si legavano un sacchetto all'interno del braccio sinistro, in maniera che con il braccio piegato venisse a trovarsi vicino al cuore, e l'altro se lo ponevano sulla fronte, fra gli occhi, legando la cinghia dietro la testa.
«Ed allungano le frange dei mantelli»:  tali frange (o tisith tisith) erano formate dall'allacciamento di un certe numero di fili di lana violetta e bianca, attaccati con un cordone violetto ai quattro lati del mantello. Dio le aveva formalmente prescritte agli Israeliti, perché « guardando una frangia o nappa si ricordassero di tutti i comandamenti dell'Eterno per metterli in pratica» (Numeri 15, 38-39). L0so ne era rigorosamente obbligatorio durante la preghiera.
Per i farisei le dimensioni esagerate delle loro filatterie e frange costituivano la pubblica consacrazione della loro pietà.
Essi nel loro orgoglio, « amavano i primi posti nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe durante i servizi, i saluti nelle piazze, e d'essere chiamati maestro... padre... guida». Al loro laborioso atteggiamento Gesù contrappone il contegno dei suoi discepoli in mezzo a cui « il maggiore sia vostro servitore», per cui dovevano considerare «uno solo come Maestro, cioè Cristo, e tutti gli altri come fratelli; uno solo come loro Padre, quello che è nei cieli e uno solo come loro guida, cioè Cristo».
Poi Gesù, rivolgendosi direttamente verso i farisei, alcuni dei quali lo stavano ascoltando, scaglia contro di loro sette maledizioni.

La prima (Matteo 23, 13), essi con tutte le prescrizioni della casistica rabbinica rendevano impossibile alla gente l'osservanza della legge «serrando così ad essa il regno dei cieli, in cui non entravano essi, i farisei, per le loro malefatte e quelli che cercavano di entrare».

La seconda maledizione (Matteo 23, 15), condanna gli sforzi e i tentativi (nel testo si ha "scorrere mare e terra") per fare un proselite della legge, e poi con la loro casistica gli rendevano impossibile l'osservanza della legge «rendendolo figliuol della geenna il doppio di voi». La propaganda giudaica nel mondo greco romano era molto attiva in quel tempo. I proseliti giudei erano di due tipi: i proseliti della giustizia che erano incorporati al popolo d'Israele e naturalizzati ebrei, essendosi sottoposti alla circoncisione e a tutti gli obblighi della legge mosaica; e i proseliti della porta i quali rinunziavano solamente al culto degli idoli, riconoscevano Jahweh come unico e vero Dio e si impegnavano ad astenersi dalle immondezze rituali pagane e a non mangiare sangue né carne soffocata.

La terza maledizione (Matteo 23, 16-22), condanna il loro ricorrere al giuramento per il più lieve motivo. E i dottori della legge vi aggiungevano il falso insegnamento « che se uno giura per il tempio o per l'altare non era nulla, cioè non vincolava la coscienza, ma che se uno giurava per l'oro del tempio o per l'offerta che era sull'altare restava obbligato » a rispettare il giuramento. Gesù fa presente, mediante la forma interrogativa, che maggiore dell'oro « è il tempio che santifica l'oro» e maggiore dell'offerta sacrificale «è l'altare che la santifica ».
E conclude che « chi giura per l'altare giura per esso e per tutto quello che c'è sopra; chi giura per il tempio, giura per esso e per Colui che l'abita; e chi giura per il cielo, giura per il trono di Dio e per Colui che vi siede sopra ».

La quarta maledizione (Matteo 23, 23-24), stigmatizza l'ipocrisia dei farisei che ostentano lo zelo più ardente nell'osservanza dei più minuti precetti della legge mosaica, offrendo perfino di pagare la decima dei profumi dei loro giardini e orti (della menta, dell'aneto e del comino), «trascurando le cose più gravi della legge: la giustizia», non rispettando i beni, «la misericordia» verso i bisognosi e «la lealtà». E Gesù fa appello a un proverbio per dimostrare che essi sono "guide cieche", il quale dice: «filtrare il moscerino ed ingoiare il cammello», mentre essi avrebbero dovuto « fare queste cose, e non tralasciare le altre»

La quinta maledizione (Matteo 23, 25-26), sferza l'ipocrisia dei farisei che prima di mangiare lavano minuziosamente con acqua tutti gli utensili da mensa per timore di contrarre impurità legale qualora fossero stati toccati da mani impure, mentre non si preoccupano di sapere se i cibi e le bevande «siano frutti di rapina e di ingiustizia». E' il di dentro del calice e del piatto che prima va pulito, così « anche il di fuori diventa netto».
Il nostro valore morale si misura non dagli atti esteriori, ma dalle interne disposizioni: quando il cuore è corrotto, quando l'intenzione è disonesta, la correttezza esteriore è un'etichetta mendace!

La sesta maledizione (Matteo 23, 27-28), dipingeva al vivo i farisei ipocriti; all'esterno perfettamente corretti, tratti squisiti, biancore immacolato, ma all'interno vermicaio, infezione e corruzione. E questa immagine il Signore la desunse dalla campagna gerosolimitana circostante, piena di pietre sepolcrali, che non si potevano toccare per non contrarre impurità legale, e che per evitare che i pellegrini accorrenti a Gerusalemme per la Pasqua le toccassero involontariamente ogni anno, poche settimane prima della festa venivano ricoperte di uno strato di calce.

La settima maledizione (Matteo 23, 29-35), è la più terribile e Gesù mostra con essa anticipatamente a quale eccesso condurrà i suoi avversari contro di Lui e i suoi discepoli. Essi innalzano sepolcri ai profeti antichi, uccisi dai loro antenati, perché li richiamavano al rispetto di Dio e della sua legge, affermando che, se essi fossero vissuti ai loro tempi, non sarebbero « stati loro complici nello spargere il sangue dei profeti». Ma, dice Gesù, sono parole bugiarde, proteste ipocrite, perché essi si comporteranno come i loro antenati: « Ecco, io vi mando dei profeti, dei savi e degli scribi; di questi alcuni ne ucciderete e metterete in croce (il riferimento a quanto faranno a Gesù stesso è evidente!); altri ne flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città ». Così da una parte essi « testimoniano contro se stessi che sono figliuoli di coloro che uccisero i profeti » e dall'altra stanno « colmando pure la misura dei loro padri!», perciò « non potranno scampare al giudizio della geenna». Su loro infatti «cadrà il sangue del giusto sparso sulla terra, dal sangue del giusto Abele, fino al sangue di Zaccaria, figliuol di Barachia, che voi uccideste fra il tempio e l'altare».
Questo Zaccaria a cui fa riferimento Gesù, è probabilmente il gran sacerdote che al tempo di Joas re e per ordine suo, 800 anni a.C., il popolo, irritato dai suoi rimproveri, massacrò, non lungi dall'altare degli olocausti. Questi due giusti uccisi comprendono tutto l'Antico testamento ebraico, essendo la Genesi, in cui si parla della morte di Abele, il primo libro della Bibbia, e 2 Cronache, in cui si narra della morte di Zaccaria, l'ultimo libro.
Tuttavia, mentre Matteo afferma che Zaccaria fu figliuolo di Barachia, il secondo libro delle Cronache (cap. 24) gli dà per padre Joiada. A queste difficoltà sono state proposte parecchie soluzioni tutte verosimili: che Barachia avesse due nomi (Barachia e Joiada), oppure che fosse l'avo di Zaccaria, e infine che un copista distratto abbia scritto Zaccaria figlio di Barachia, invece, secondo il testo, di scrivere: Zaccaria figlio di Joiada. Il Signore conclude affermando che « tutte queste maledizioni cadranno su questa generazione» (v. 36).

A questo sfogo della sua giusta indignazione succede un sentimento di tenera compassione direttamente per Gerusalemme, ma indirettamente per tutta la Palestina: e Gesù ripete la commovente apostrofe già rivolta a Gerusalemme (Luca 13, 34-35): « Gerusalemme, Gerusalemme che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono stati mandati, quante volte ho voluto raccogliere i tuoi figliuoli, come la gallina raccoglie i suoi pulcini sotto le ali; e voi non avete voluto! Ecco la vostra casa sta per essere lasciata deserta. Poiché vi dico che d'ora innanzi non mi vedrete più finché diciate: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!»
L'amore di Gesù per la salvezza del suo popolo è stato grande e parecchie volte manifestato a parole e coi miracoli. Ma il popolo è stato sordo ai suoi inviti. La punizione pertanto che si attirerà sarà dura, spietata e definitiva.
Le parole conclusive di Gesù: « Vi dico che d'ora innanzi non mi vedrete più finché diciate: Benedetto Colui che viene nel nome del Signore», si spiegano facilmente in Luca (13, 34-35), dove dal contesto è chiaro il riferimento all'ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme, in cui il popolo lo acclamò: «Benedetto il re che viene nel nome del Signore» (Luca 19, 38), riconoscendolo quindi come il Messia, figliuolo di Davide.
Pertanto la frase « non mi vedrete più» non intende riferirsi a una visione con gli occhi del corpo, ma con gli occhi della fede, il credere cioè in Lui.
In Matteo l'espressione « non mi vedrete più finché diciate...» viene riportata dopo l'ingresso solenne di Gesù a Gerusalemme, e quindi deve riferirsi a qualche altro fatto, che dovrà accadere. In genere, i commentatori vi vedono un riferimento alla conversione del popolo ebraico (cfr. Romani 11) che dovrebbe avvenire, secondo i Millennialisti durante il millennio, secondo altri al gran giorno del giudizio finale, e secondo altri alla visibile manifestazione della presenza divina nella distruzione di Gerusalemme nel 70 d.C., quando molti giudei abbracciarono il Cristianesimo. Premesso sempre che il «non mi vedrete più » va inteso nel senso di riconoscere per fede in Lui, il Messia, il Salvatore, l'Inviato di Dio, ci sembra più opportuno riferire le parole di Cristo a tutto il periodo dell'era cristiana, che è il millennio della Chiesa, ad ogni conversione di membri del popolo ebraico al Cristianesimo, quando riconosceranno finalmente in Lui l'atteso Messia e Salvatore e potranno esclamare: «Benedetto Colui che viene nel nome del Signore ».
Terminata la sua invettiva contro i farisei ipocriti e la sua commovente apostrofe verso Gerusalemme e tutto il popolo d'Israele, Gesù si ritira nel Gazofilacio, o sala del tesoro, dove erano tredici cassette a forma di tromba, in cui i pellegrini versavano l'obolo per il culto. Sedutosi per prendere un po' di riposo, vide molti pellegrini versare nelle cassette somme cospicue, quand'ecco una povera vedova « che vi versava due spiccioli », cioè due piccole monete di rame, aventi ciascuna il valore di un centesimo. Gesù, notatala, subito la lodò, dicendo ai suoi discepoli: « In verità, vi dico che questa povera vedova ha versato più di tutti; poiché tutti costoro hanno versato nelle offerte del loro superfluo; ma costei, del suo necessario, v'ha gettato tutto quello che aveva per vivere», volendo far comprendere che Dio apprezza molto ciò che a Lui si offre con sacrificio.
Quando Dio ordinò a Davide, per mezzo del profeta Gad, di andare dal colono Arauna per offrire sulla sua aia, « un sacrificio all'Eterno, onde far cessare la peste tra il suo popolo », ad Arauna, che spontaneamente offriva al re l'aia, buoi, macchine da trebbiare e arnesi da buoi come legna da ardere, Davide rispose che non poteva accettare nulla gratuitamente: «No, io comprerò da te queste cose per il loro prezzo, e non offrirò all'Eterno, al mio Dio, olocausti che non mi costino nulla!» (2 Samuele 24, 18-24).