La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
LA PARABOLA DELLE MINE E DEI TALENTI
(Luca 19, 11-27; Matteo 25, 14-30)

Gli amici di Zaccheo avevano seguito con attenzione mista a sorpresa la scena della conversione del loro amico, ma grande allegrezza avevano manifestato nel sentire Gesù dire: « Oggi la salvezza è venuta su questa casa, perché egli pure (Zaccheo) è un figliuolo di Abramo; e il Figliuolo dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto », perché avevano trovato in queste parole giustamente l'annuncio della prossima liberazione per mezzo del Messia.
Tuttavia anche essi ritenevano che tale liberazione fosse il ristabilimento del trono di Davide puramente e semplicemente, la restaurazione del regno teocratico ebraico e l'inizio per Israele di una nuova era di gloria e prosperità quali non avevano mai conosciuto i loro antenati.
Questa illusione era pericolosa, e Gesù cercò di sfatarla con una parabola molto opportuna per quei tempi, e anche per i suoi discepoli.
Uscito da Gerico e avvicinatosi a Gerusalemme, infatti, disse: «Un uomo di nobile stirpe, dovendo partire per un lontano paese per ricevere l'investitura del regno e quindi tornare, chiamò dieci suoi servi e diede loro dieci mine, una mina per ciascuno, dicendo: Fatele fruttare sino al mio ritorno. Ma i suoi cittadini l'odiavano, perciò gli spedirono un'ambasciata, dicendo: Non vogliamo che costui regni su di noi. Tuttavia egli tornò, investito della regalità, e, fatti chiamare i servi ai quali aveva dato il denaro, s'informò dei profitti che ognuno ne aveva tratto. Venne il primo e disse: Signore la tua mina ha fruttato altre dieci mine. Benissimo, buon servo, rispose il principe; poiché sei stato fedele nel poco, avrai il governo di dieci città. Un altro venne e disse: La tua mina ha fruttato altre cinque mine. Ed Egli disse anche a questo: Tu avrai il governo di cinque città. Venne un terzo, che disse: Signore, ecco la tua mina; l'ho conservata con cura, avvolta in un fazzoletto, perché ebbi paura di te che sei un uomo severo, che prendi dove non hai messo e raccogli dove non hai seminato. E il principe a lui: Servo malvagio, ti giudico secondo le tue parole. Sapevi che sono uomo severo che prendo dove non ho messo e raccolgo dove non ho seminato, e perché dunque non hai messo il mio denaro alla banca? Al mio ritorno io l'avrei ritirato coi frutti. Indi, rivolto a coloro che erano presenti: Toglietegli la mina, disse, e datela a colui che ne ha dieci. Signore, gli fecero presente, egli ne ha già dieci. Ed io vi dico, riprese il principe, a colui che possiede verrà dato ed egli si troverà nell'abbondanza, mentre a chi non ha niente sarà tolto anche il poco che ha. Quanto poi ai miei nemici, che non mi volevano per loro re, conduceteli qua e uccideteli in mia presenza».
La mina era tra i popoli semiti una misura di peso dei metalli preziosi; e la mina d'argento corrispondeva a 100 dramme, cioè un talento romano, che era il salario giornaliero di un operaio.
Dei dieci servi, che hanno ricevuto una mina d'argento ciascuno, soltanto tre si sono presentati a render conto, perché rappresentano le tre categorie in cui tutti gli altri sono raggruppabili, cioè gli ottimi, i buoni e i cattivi.
Il primo servo raggiunge un profitto notevole, il secondo uno ordinario e il terzo nessun profitto. La condotta di quest'ultimo non ha scusa, perché l'ordine del principe era di far fruttare il denaro. Alla negligenza egli aggiunge l'impertinenza e l'insulto, accusando il suo padrone di arricchirsi con il sudore degli inferiori, senza rischi né fatica.
Il principe, dimostrandosi buono e generoso, non risponde all'insolenza e si limita a confondere l'insolente con le sue stesse parole. Poiché rifuggiva dalla fatica e dai rischi di un'operazione finanziaria, poteva depositare il denaro in banca, dove gli avrebbe fruttato senza pericolo e noie.
L'ordine dato dal principe di far uccidere i suoi nemici in sua presenza non deve sorprendere sulla bocca di Gesù. Egli nella sua parabola rispecchia i costumi pagani e orientali del tempo.
Quale il significato morale della parabola? Ce ne dà la chiave di spiegazione lo stesso evangelista Luca, dicendo che Gesù la pronunciò «perché essi pensavano che il Regno di Dio stesse per essere manifestato immediatamente ». Ed è questo l'errore che Gesù vuol correggere.
L'uomo di alto lignaggio rappresenta Gesù stesso: Egli è di stirpe regale, essendo figliuolo o discendente di Davide per nascita terrena, ma Figlio di Dio per la sua nascita eterna, e quindi è di stirpe divina, è Dio.
In virtù di questa duplice origine regale, egli è re di tutti gli uomini, oltreché degli Ebrei.
Ma il tempo in cui deve manifestare la sua potenza regale non è immediato. Egli deve prima andare in un paese lontano a ricevere l'investitura del suo regno. Questo paese raffigura il cielo, dal quale è venuto e dove ritornerà fra poco e dove il Padre suo, facendolo sedere alla sua destra, proclamerà la sua sovranità universale.
Per il momento gli basta proporre ai suoi sudditi di riconosce i suoi incontestabili diritti e domandar loro l'ossequio volontario a Lui. Egli del resto, come ha dichiarato spesso, non l'adopererà che per il loro bene, cioè per dar loro la vita eterna.
Ma subito si formano due partiti, quello dei sudditi fedeli e quello dei ribelli, I ribelli sono i capi d'Israele e l'insieme della nazione ingannata e sedotta da loro: « Noi non vogliamo, essi dicono, che quest'uomo regni sopra di noi».
E' proprio questo, infatti, che proclamarono dinanzi a Pilato e perfino dopo la sua morte, quando protesteranno perché ha fatto scrivere sul cartello della croce: "Re dei Giudei" (Luca 19, 14; Giovanni 19, 21).
Dal giorno della sua ascensione al cielo Cristo regna, avendolo il Padre fatto sedere alla sua destra e avendogli conferito ogni autorità in cielo e sulla terra (Matteo 28, 18; Colossesi 1, 13; Apocalisse 17, 14; 19, 16 ecc.) e il suo regno durerà finché non avrà giudicato tutte le genti. Dopo di che consegnerà il Regno al Padre (1 Corinzi 15, 24), e sarà tramutato in regno celeste..
Ma vi sarà un avvenimento speciale per i ribelli della nazione d'Israele in cui cristo farà risplendere il suo giudizio. Quarant'anni dopo il delitto del Calvario, Cristo re pronunzierà la sua sentenza contro il popolo incredulo e ribelle che, per effetto della punizione romana, vedrà Gerusalemme distrutta, la nazione scomparsa, il popolo disperso.
I servi ai quali viene consegnata la somma di denaro, rappresentano tutti gli uomini e specialmente il gruppo dei discepoli di Cristo. Essi in vita devono far fruttare la mina affidata loro, cioè i doni naturali e le grazie soprannaturali ricevute da Dio. La vita è concessa loro per questo.
La ricompensa della loro fedeltà è di una generosità regale, come dimostra la ricompensa ricevuta da coloro che hanno fatto fruttare la mina dieci per uno e cinque per uno.
E il re appare felice di lodare questi buoni servi e dimostrar loro efficacemente la sua riconoscenza.
Noi dobbiamo far fruttare le grazie e i doni che Dio ci elargisce: la nostra cooperazione li rende efficaci, la nostra negligenza li lascia improduttivi.
Pertanto l'ordine del re di togliere la mina al servo, che ha trascurato di farla fruttare, per darla a quello che ne ha guadagnato dieci, a prima vista può sorprendere e apparire ingiusto, ma, se si riflette, si vede quanto sia naturale una simile condotta.
Non è giusto che Dio tolga i suoi favori a chi li trascura e proporzioni la sua liberalità al buon uso che ne facciamo?