La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli
di Italo Minestroni
VITA PUBBLICA
GESU' AFFERMA: "IO E IL PADRE SIAMO UNO"
(Giovanni 10, 22-42)
Dopo circa due mesi Gesù ritornò
a Gerusalemme per un'altra festa giudaica: la festa della Dedicazione del
Tempio, detta anche Festa dei Lumi (Chuannukkah), perché durante
gli otto giorni della festa tutte le case degli ebrei erano ikkuminate in
segno di allegrezza.
Tale festa si teneva d'inverno durante la prima
metà del mese di Dicembre (25 di Kislev) e ricordava la vittoria ottenuta
dagli ebrei, giudati da Giuda Maccabeo, sull'empio re Antioco IV Epifane
nel 164 a.C. Questo re aveva cercato con tutti i mezzi di ellenizzare o paganizzare
la vita civile e religiosa degli ebrei; aveva perfibo profanato il tempio,
erigendovi una statua a Giove Olimpio e offrendo sull'altare degli olocausti,
sacrifici di animali immondi, come i porci. Aveva cercato con le armi e
con sopprusi e massacri di ogni genere di vincere la resistenza ebraica.
Ma con l'insoperata vittoria di Giuda Maccabeo i Giudei avevano poruto riottenere
la loro dignità di nazione libera e indipendente, la loro vita di
nazione teocratica, il ristabilimento della legge mosaica e del culto a Jahweh.
Si trattava quindi per loro di una grande festa nazionale. Giunto nel tempio,
Gesù camminava con i suoi apostoli nel bel Portico di Salomone, formato
da un triplice ordine di colonne corinzie, che lo dividevano in due grandi
corridoi, dove si poteva passeggiare comodamente senza temere il vento e
la pioggia e dove si appartavano gruppi di scribi e rabbi e tenere le loro
lezioni di commento alla Legge e agli Scritti dell'Antico Testamento. Ad
un tratto un gruppo di "giudei" circondò Gesù: erano sacerdoti
e capi sacerdoti, quasi tutti sadducei, erano scribi e dottori della Legge
quasi tutti farisei.
Essi improvvisamente gli chiesero: «
Fino a quando terrai sospeso l'animo nostro? Se tu sei il Cristo, diccelo
chiaramente». Ma la loro domanda non era per nulla ispirata
dal desiderio di sapere la verità, bensì dall'impazienza di
incastrare Gesù per poterne definitivamente eseguirne la condanna a
morte. Gesù, senza lasciarsi intimorire, rispose: «
Io da tempo non cesso di ripetervelo, ma voi non mi credete. Le opere,
che io faccio nel nome del Padre mio, sono quelle che testimoniano di me;;
ma voi non credete perché non siete delle mie pecore. Le mie pecore
ascoltano la mia voce, e io le conosco ed esse mi seguono; e io do loro
la vita eterna e non periranno mai, e nessuno le rapirà dalla mia
mano. Il Padre mio, che me le ha date, è più grande di tutti;
e nessuno può rapirle di mano al Padre mio. Io e il Padre siamo uno
».
Con queste parole gesù svelava la ragione
segreta della loro incredulità, cioè l'orgoglio dello spirito,
che è il grande ostacolo alla fede. Con le sue espressioni, fatte
di semplici allusioni anche leggermente accennate, Gesù volle dire
loro: Jahweh e la sua legge è la vostra divisa. Voi l'avete sempre
sulla bocca. Dite che mi combattete, perché volete rimanere fedeli
a Dio e alla sua Legge. Orbene, vi ripeto ancora una volta: Dio è mio
Padre, la mia parola è la Parola di Dio, le mie opere (i miracoli)
sono le opere di Dio. Se voi dunque non credete né alla mia parola
né alle mie opere è perché non avete in voi lo spirito
di Dio.
Voi avete perduto il senso delle sacre Scritture,
al pensiero di Dio avete sostituito il vostro.
Le mie pecore ascoltano la mia voce, perché
conoscono la voce di Dio, mio Padre, di cui la mia è l'eco fedele.
Ma voi, non conoscendo la voce di Dio, tanto meno potete conoscere la mia.
Ecco perché non siete nel numero delle mie pecore. E' ad esse che
io dono la vita eterna e nessuno potrà strapparmele di mano, perché,
avendomele date il Padre, equivarrebbe a strapparle dalla mano del Padre:
il che è impossibile.
Quindi gesù conclude queste sue parole
con la più stupenda dichiarazione di tutto il Vangelo: «
Io e il Padre siamo uno!», cioè una medesima cosa,
esprimendo così tra se e il Padre una unione spinta sino all'identità.
Ora, l'identità non può esistere
che per la comunione di natura, e quindi per la partecipazione alla stessa
divinità. L'esame del contesto delle parole di Gesù ci fa giungere
alla stessa conclusione. Egli ha dichiarato che suo padre gli ha comunicato
tutta la sua potenza e con le parole: « Io e
il Padre siamo uno» ci dice come è avvenuta questa comunicazione.
Egli possiede la stessa natura divina del Padre
suo, e in Dio la potenza non differisce dalla natura. Ricevendo, adunque,
la natura divina del Padre suo, ne ha ugualmente ricevuto la potenza, meglio
la onnipotenza, ed essa basterà a proteggere le sue pecore da ogni
pericolo e a farle vivere sempre, perché Gesù dice: «
Io do loro la vita eterna».
Gli ebrei, che lo ascoltavano, non ebbero alcun
dubbio sul senso della sua affermazione. Dal gruppo perciò, che circondava
Gesù, si staccarono subito alcuni di loro, s'allontanarono un poco
e tornarono armati di pietre decisi a lapidarlo sul posto. Calmo, intrepido,
Gesù li guardò e disse loro con la massima sicurezza: «
Sotto gli stessi vostri occhi ho compiuto molte opere buone per conto
del Padre mio. per quali di esse volete lapidarmi?».
I Giudei gli risposero: «
Noi ti lapidiamo per nessuna delle opere buone che hai compiuto, ma per
la bestemmia, in quanto tu, che sei uomo, ti fai Dio».
L'accusa era chiara e formale, e la legge mosaica prevedeva la lapidazione;
ma nel caso di Gesù era ingiusta e falsa, in quanto egli "non si
faceva Dio", ma dichiarava di essere Dio.
Gesù allora rispose loro, citando un versetto
del Salmo 82: «Non è scritto nella vostra
legge (gli ebrei chiamavano così anche tutto l'Antico Testamento
oltre ai primi cinque libri di esso): Io ho detto:
voi siete dei? Se chiama "dei" coloro ai quali la Parola di Dio è
stata diretta (e la Scrittura non può essere annullata!), come mai
voi dite a Colui, che il Padre ha santificato e inviato nel mondo, che bestemmia,
perché ho detto: Sono Figliuolo di Dio?».
Nella legge mosaica, infatti, vengono chiamati
"dei" i figli di Dio per adozione, coloro cioè che come i re, i giudici,
i sacerdoti, i profeti, i magistrati compivano la funzione tra il popolo
di rappresentanti, di luogotenenti di Dio nell'adempimento della loro missione,
anche se talvolta si mostravano individui ingiusti e colpevoli. orbene, dice
loro gesù, di questa qualifica di "dei", data loro, voi non siete
sorpresi, però vi scandalizzate perché io, che sono l'inviato
di Dio, io che sono il Messia, santificato da mio Padre e da Lui inviato nel
mondo, io che esistevo con Lui prima della creazione del mondo, mi chiamo
Figlio di Dio, Dio per natura e Dio come il Padre. Questa non è una
bestemmia, è la verità. E per dimostrare vera la sua affermazione
ricorre ancora una volta alla prova irrefutavile palpabile delle sue opere:
« Se non faccio le opere del Padre mio, non mi
credete; ma, se le faccio, anche se non credete a me, credete alle mie opere,
affinché sappiate e riconosciate che il Padre è in me e io sono
nel Padre».
Sconcertati i Giudei rinunciarono al progetto
di lapidarlo sul momento, ma immediatamente si accordarono per impossessarsi
di Lui. «Ma Gesù sfuggì loro
dalle mani», e, lasciata Gerusalemme, si recò al di
là del Giordano, a Betara, dove Giovanni Battista aveva battezzato
e ivi si trattenne per circa tre mesi, salvo qualche viaggio in località
vicine, in attesa di tornare a Gerusalemme oer morirvi. Stando quivi: «
Molte persone a ndarono a Lui e dicevano: Giovanni non ha fatto miracoli,
ma tutto ciò che egli ha detto di quest'uomo è la verità.
E molti credettero in lui».
Così all'orgogliosa incredulità
dei sapienti, Giovanni evangelista oppone la fede degli umili e dei piccoli,
che vedono più chiaro dei maestri di scienza.