La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
LA PARABOLA DEI LAVORATORI DELLE DIVERSE ORE DEL GIORNO
(Matteo 20, 1-16)

Per confermare la frase, detta poco prima ai discepoli, e cioè che «molti primi saranno ultimi e molti ultimi primi», e per spiegarla loro meglio, Gesù disse questa parabola dei lavoratori chiamati a lavorare nella vigna in diverse ore del giorno.
Il Regno di Dio o dei cieli (disse Gesù) è simile a un padre di famiglia che uscì all'alba, cioè verso le ore sei, per procurarsi sulla piazza dei lavoratori per la sua vigna. Ne trovò alcuni che attendevano di essere assunti da un padrone, pattuì con loro il prezzo della giornata di lavoro, cioè un denaro, e li mandò a lavorare nella sua vigna.
Uscito di nuovo verso l'ora terza, cioè verso le nove, vide altri che stavano sulla piazza sfaccendati e disse loro: «Andate anche voi nella vigna, e vi darò quel che sarà giusto». Ed essi andarono. Uscì ancora verso l'ora sesta e nona, cioè verso mezzogiorno e verso le tre del pomeriggio, e fece lo stesso.
Uscì, infine, per recarsi sulla piazza verso l'undicesima ora (cioè verso le cinque del pomeriggio: la giornata di lavoro terminava verso le ore sei) e sulla piazza trovò altri disoccupati. Disse loro: «Perché ve ne state qui tutto il giorno inoperosi?». Risposero: « Perché nessuno ci ha assunti a lavorare». E disse loro: «Andate anche voi a lavorare nella mia vigna ». Ed essi andarono.. Le vigne abbondano nella Palestina e al tempo della vendemmia esse richiedono molta mano d'opera.
Settembre è il tempo della vendemmia in Palestina, e allora il sole è ancora molto forte.
Giunta l'ora di smettere di lavorare, il padrone dice al suo agente: «Chiama gli operai e paga loro il salario, cominciando dagli ultimi per finire ai primi».
Venuti gli ultimi a lavorare nella vigna, ricevettero per paga un denaro. Quando venne il turno dei primi, questi pensavano di ricevere una paga maggiore degli altri, avendo faticato tutto il giorno in un lavoro duro e pesante.
Quando si videro pagare anch'essi con un denaro, mormorarono contro il padrone, dicendo: «Questi ultimi hanno lavorato solo un'ora e non è giusto che siano stati pagati come noi, che abbiamo sopportato il peso della giornata di lavoro e di caldo ».
Ma il padrone rispose a un di loro: « Amico, non ti tratto ingiustamente, quando abbiamo contrattato la vostra giornata di lavoro, siamo rimasti d'accordo per un denaro. prendi perciò il tuo denaro e vattene. Non sono io libero di pagare questi ultimi come pago te? O forse pensi che io non posso fare del mio ciò che voglio? Oppure vuoi provocarmi, pensando che io sia buono?».
«Così, concluse Gesù, gli ultimi saranno primi, e primi gli ultimi».
Ovviamente il padrone, di cui parla la parabola, è Dio: il suo agente che paga gli operai è Gesù Cristo; la vigna in cui invita a lavorare simboleggia il Regno di Dio, cioè la Chiesa che Gesù ha edificato; i lavoratori rappresentano tutti gli uomini che Dio chiama a lavorare nel suo Regno mediante la Parola del Vangelo.
Tale chiamata è rivolta a tutti: al alcuni al principio, ad altri durante il corso, e ad altri infine verso il termine della loro vita. La Parabola parla di quanti ascoltano la chiamata di Dio e si mettono al lavoro, perseverando in esso fino alla fine della vita.
E la mercede? Umanamente considerato, il contegno del padrone della vigna, che dà la stessa ricompensa a tutti coloro che ha chiamato al lavoro nelle diverse ore della giornata, appare ingiusto. Ma si tratta di riuscire a capire a quale la parabola fa riferimento. Non si tratta, infatti, di una mercede terrena ma di quella celeste.
Ora, nessun lavoro umano, nessun impegno dell'uomo ha rapporto con questa mercede, con questo premio. Non si può pensare a dire: Io faccio il bene per tutta la mia vita per meritarmi il cielo, perché tutto il bene, che l'uomo può fare, non può esercitare presso Dio alcuna forza per costringerlo a darci la felicità del cielo. L'uomo non può meritare nulla davanti a Dio.
«E' per grazia, dice Paolo, che siete stati salvati, mediante la fede; e ciò non vien da voi, è il dono di Dio. Non è in virtù delle opere, affinché nessuno si glori; perché noi siamo fattura di Lui, essendo stati creati in Cristo per le buone opere, che Dio ha innanzi preparato perché le pratichiamo» (Efesini 2, 5-10).
Dio ci ha salvati gratuitamente mediante l'opera redentrice del suo Figlio Gesù Cristo.
Rispondendo alla chiamata del Vangelo, noi non acquistiamo alcun merito al cospetto di Dio, e le buone opere che il cristiano deve compiere non sono altro che i frutti naturali di un'anima rigenerata dall'ubbidienza a Cristo e confortata dalla grazia e dell'aiuto di Dio.
Che meriti può avere un albero buono del fare frutti buoni? Nessuno, è nella sua natura! Così è delle opere buone che il cristiano compie. Ecco perché la mercede del cielo è uguale sia per chi segue Cristo all'inizio della sua vita, sia per chi lo segue alla sua metà, e sia per chi gli ubbidisce al termine di essa.
Ma allora quale importanza ha il seguire Cristo fin dalla prima giovinezza?
Chi per tutta la vita segue Cristo ed è figlio di Dio deve sentire l'orgoglio di essere stato sempre nella casa del Padre, aver goduto della sua figliolanza adottiva e dei suoi privilegi e benefici e del suo amore.
E a lui Dio ripete le parole che il padre del figliuol prodigo disse al fratello maggiore che protestava per il trattamento d'onore riservato al figlio degenere, ritornato a casa del padre dopo una vita così lontana da lui: «Figliuolo, tu se sempre stato con me ed ogni cosa mia è tua; ma bisognava far festa e rallegrarsi perché questo tuo fratello era morto ed è tornato a vita; era perduto ed è stato ritrovato» (Luca 15, 31-31).