La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
I DIECI LEBBROSI GUARITI DA GESU'
(Luca 17, 11-19)

Si trovava Gesù sulla riva destra del fiume Giordano, ai confini della Samaria e della Galilea, e stava per giungere a un villaggio, quando sentì un coro di voci che gli gridavano: « Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!».
Gesù volse verso coloro che gridavano il suo sguardo. Erano dieci lebbrosi, ai quali disse amorevolmente: « Andate a mostrarvi ai sacerdoti».
Secondo la legge mosaica i lebbrosi dovevano evitare ogni contatto con altre persone, quando i sacerdoti, esaminata accuratamente la loro malattia, avevano dichiarato trattarsi di lebbra.
Era necessaria pertanto un'altra dichiarazione dei sacerdoti, che attestava la loro avvenuta guarigione, per avere il permesso del rientro nella società a contatto con le altre persone.
Per questo Gesù ordina loro di recarsi dai sacerdoti, perché dichiarino ufficialmente la loro guarigione.
La lebbra era ed è un terribile male, che a poco a poco rode e disgrega tutti gli organi e che, essendo una malattia molto contagiosa, obbligava i poveri malati a vivere lontanto dagli abitanti e dentro grotte o poveri tuguri abbandonati oppure nei sepolcri.
I dieci lebbrosi partono fidenti e fiduciosi. Nell'andare le loro piaghe si chiudono, le macchie livide e sanguinose sparse per i loro corpi riprendono il colore rosso della carnagione viva e sana. Il male scompare, la guarigione è completa.
Nel frattempo Gesù entra nel villaggio. Egli sta annunziando alla folla, riunita intorno a lui, l'imminente venuta del Regno di Dio, quand'ecco un uomo farsi largo tra la gente, cadergli in ginocchio dinanzi, e con voce rotta dall'emozione ringraziarlo.
E' uno dei dieci lebbrosi, dice il Vangelo, e per giunta «un samaritano», lasciandoci così intendere che gli altri nove erano giudei.
Questa sottolineatura del Vangelo ci lascia ancora una volta intendere che tra Giudei e Samaritani non correva buon sangue.
Il dissidio era iniziato, quando gli ebrei, ritornati dall'esilio babilonese per effetto dell'editto di Ciro del 538 a.C., si erano resi conto che molti dei loro connazionali rimasti in patria si erano uniti in matrimonio con uomini e donne dei coloni pagani, che il re Nebucadnezar aveva trasportato in Palestina per lavorare la terra.
Ritenendoli pertanto una razza bastarda, gli Ebrei reduci dall'esilio non vollero più avere relazioni con loro.
«Come! dice Gesù al samaritano in ginocchio davanti a lui, non sono stati dieci i guariti? E dove sono gli altri nove? Nessuno è venuto per render gloria a Dio, tranne questo straniero. Levati, gli disse allora Gesù, e vattene a casa tua; la tua fede ti ha salvato».
Le parole di gesù suonano come un ammonimento anche per noi, che siamo solleciti nel chiedere a Dio grazie e aiuti, impazienti nell'attesa, ma che, quando le nostre preghiere sono esaudite, ci mostriamo ingrati, non sentendo il dovere di ringraziare.
I cristiani, infatti, domandano molto, ma ringraziano poco. Dio ha diritto ai nostri ringraziamenti più di ogni altro benefattore. I suoi favori vengono dall'alto, i suoi doni sono molto più grandi dei benefici di cui siamo debitori alle creature, e noi li riceviamo da Lui sempre gratuitamente, poiché i nostri servigi non possono essere d'alcuna utilità a Dio.
La riconoscenza apre il cuore a nuovi favori, mentre l'ingratitudine arresta la mano di Dio nell'elargire altri doni e favori.
Questo comportamento non è da parte di Dio effetto di rancore o di vendetta, perché questi sono sentimenti umani. Dio ama l'ordine, che è giustizia e verità, e l'ordine vuole che la riconoscenza sia ricompensata con la moltiplicazione dei benefici di cui essa apprezza il valore e l'ingratitudine punita con la negazione dei favori che essa dimostra di non saper valutare emettere a profitto.
Anche in questo sentimento di di gratitudine a Dio, Gesù ci è Maestro con la pratica della sua vita. Quando si trovò dinanzi alla tomba di Lazzaro, che stava per risuscitare dalla morte, nel chiedere a Dio di ascoltare la sua preghiera, disse: « Padre, ti ringrazio che m'hai esaudito. Io ben sapevo che tu mi esaudisci sempre; ma ho detto questo a motivo della folla che mi circonda; affinché credano che tu mi hai inviato» (Giovanni 11, 41-42).
E dopo aver ringraziato Dio, suo Padre, risuscitò Lazzaro.
Prima di procedere alla moltiplicazione dei pani, «levati gli occhi al cielo, rese grazie a Dio » (Matteo 14, 19), così pure fece prima della seconda moltiplicazione dei pani (Matteo 15, 36).
Altrettanto fece nella preghiera, che premise alla istituzione della cena del Signore, tanto prima di distribuire il pane che il frutto della vigna (Matteo 26, 26-27).
Paolo apostolo in tutte le sue lettere ripete continuamente di render grazie a Dio «per tutto quel che gli è accaduto nella vita», dalla chiamata alla sequela di Cristo che per le gioie e dolori della sua attività di apostolo e di guida delle Chiese. E non mancò mai di ricordare ai cristiani, cui scriveva le sue lettere, e, tramite essi, a noi di « perseverare nella preghiera, vegliando in essa con rendimento di grazie » (Colossesi 4, 2).
Purtroppo la preghiera del cristiano sale di rado a Dio e solo lo si ricorda nei momenti del bisogno. Non è questo un comportamento che piace a Dio.
Egli vuole che le nostre preghiere salgano a Lui come lode e ringraziamento, come richiesta di perdono e come supplica per i nostri bisogni.
Allora esse sono preghiere di figli devoti della gloria del Padre celeste!