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di Italo Minestroni
Gesù era andato al di là dei
confini della Giudea. Oltrepassato il fiume Giordano, gli si accostò
subito molta gente, ed egli ne approfittò per ammaestrarla.
Allora «si accostarono
a lui dei Farisei con l'intenzione di tendergli un'insidia, dicendogli:
E' permesso mandar via la propria moglie per qualunque ragione?».
Strana domanda! Non si potrebbe comprenderla, qualora su questo punto del
divorzio non si conosca la legislazione di Mosè e le controversie
che si agitavano nelle scuole giudaiche ai tempi di Gesù.
Un punto della legge mosaica così si
esprime:
«Quand'uno avrà
preso una donna e sarà divenuto suo marito, se avvenga che ella
poi non gli sia più gradita, perché ha trovato in lei qualcosa
di vergognoso, e scriva per lei un libello di ripudio e glielo consegni
in mano e la mandi via di casa sua, se ella, uscita di casa di colui, va
e diviene moglie di un altro marito...» (Deuteronomio 24,
1-2).
Sotto l'antica Legge Dio aveva dunque permesso
il divorzio, ma come dirà subito Gesù: «
Fu per la durezza dei vostri cuori».
Ai tempi di Gesù il problema del divorzio
agitava le scuole dei rabbini, suscitando accese discussioni per sapere
quale fosse il motivo per cui Mosè aveva inteso autorizzare il divorzio.
Poiché i termini della legge surriferita «
perché ha trovato in lei qualcosa di vergognoso»
risultavano oscuri e lasciavano libero campo alle interpretazioni, le scuole
dei due principali rabbi del tempo erano divise.
La scuola di Shammaj non ammetteva che una sola
causa legittima di divorzio, vale a dire: la cattiva condotta o adulterio
della donna. La scuola invece di Hillel permetteva il divorzio anche per
altri motivi, e cioè: "Un marito (dicevano i suoi sostenitori) può
ripudiare la propria moglie per il motivo che, essendo meno bella di un'altra
donna, ha cessato per questo di piacergli; anzi può usare dello
stesso diritto se essa esce con la testa scoperta o rivolge la parola a
un uomo che incontra, così pure se commette qualunque fallo, come
quello di omettere una pietanza, lasciar bruciare l'arrosto, mettere troppo
sale negli alimenti.
Qualunque fosse, pertanto, la risposta di Gesù
alla loro domanda (così pensavano i farisei che lo interrogavano),
Gesù doveva far dispiacere ai partigiani dell'una o dell'altra scuola
e renderseli nemici. Ma Gesù evitò l'insidia, anzi fece cadere
in essa i suoi avversari. Egli infatti così rispose: «
Non avete voi letto che il Creatore da principio "li creò maschio
e femmina" (Genesi 1, 27) e disse: "Perciò
l'uomo lascerà il padre e la madre e s'unirà con la sua moglie
e i due saranno una sola carne" (Genesi 2, 24)?
Talché non sono più due, ma una sola carne; quello dunque
che Iddio ha congiunto, l'uomo non lo separi».
Gesù con questa risposta si rifaceva a
quella che «da principio», cioè
al momento della creazione dei due progenitori Adamo ed Eva, era la volontà
di Dio. Le parole quindi erano chiare.
Ma i farisei replicarono: Se questa è
stata la volontà di Dio all'atto della creazione degli esseri umani,
«perché dunque Mosè comandò
di darle un atto di divorzio e mandarla via?» (Deuteronomio
24, 1-2). «Fu per la durezza dei vostri cuori,
riprese Gesù, che Mosè vi permise di mandar via le vostre mogli;
ma da principio non era così».
"Popolo di collo duro" (Esodo 32, 9; 33, 3-5),
"fronti di rame" (Isaia 48, 4), "faccia dura" (Ezechiele 2, 4; 3, 7), "gente
incirconcisa di cuore e d'orecchi" (Atti 7, 51) ecc. sono i rimproveri
spesso rivolti ai Giudei da parte di Dio e dai profeti suoi inviati.
Allo scopo di evitare mali peggiori, Dio dunque
permise il divorzio, sebbene a malincuore e cercando di prevenire gli abusi,
attorniandolo di precauzioni, abusi che purtroppo seguirono, come abbiamo
veduto sopra, tra i partigiani della scuola di Hillel.
Gesù termina la sua risposta, dicendo:
«E io vi dico che chiunque manda via sua moglie,
quando non sia per cagion di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette
adulterio ».
Queste parole ripetono, quasi alla lettera, quanto
Gesù disse nel sermone del monte circa il superamento della giustizia
inculcata dalla Legge mosaica: «Fu detto: "Chiunque
ripudia sua moglie, le dia l'atto di divorzio" (Deuteronomio 24, 1-2),
Ma io vi dico: Chiunque manda via la moglie, salvo
che per cagion di fornicazione, la fa essere adultera; e chiunque sposa colei,
che è stata mandata via, commette adulterio» (Matto 5,
31-32).
Con queste affermazioni di Gesù sul matrimonio,
noi apprendiamo qual è il suo pensiero e il pensiero delle Sacre
Scritture in genere circa esso, e quindi che cosa dobbiamo pensare e credere
noi cristiani in merito.
NOZIONI DEL MATRIMONIO
Il matrimonio è un'istituzione naturale,
che deve rispondere all'ordine stabilito dal Creatore nella natura e nella
coscienza. Nelle prime pagine della Bibbia si legge che nel mondo, già
creato e occupato dalle creature irragionevoli, manca colui che ne potesse
godere. Allora «Dio creò l'uomo a sua
immagine; Egli lo creò ad immagine di Dio; Egli li creò maschio
e femmina » (Genesi 1, 27): da questo passo risulta che l'esemplare
naturale e completo dell'uomo comprende due persone e due sessi, tanto è
vero che il testo ebraico usa per l'uomo il termine "ish" e per la donna
quello di "ishah", quasi a voler dire che la donna è "una uoma, un
uomo femmina" (Genesi 2, 18). L'individuo, quindi, maschio o femmina che
sia, non è completo per se stesso. La divisione dei sessi rende necessaria
l'associazione. Questa necessità, che, a causa della malizia umana,
diventa non di rado fonte di amarezza, è dal Creatore destinata a
stringere profondamente tra loro i due sessi, e di conseguenza la famiglia
e l'umanità nel legame dell'amore.
DIVINA ISTITUZIONE DEL MATRIMONIO
Dio, dopo aver creato l'uomo, disse: «
Non è bene che l'uomo sia solo: io gli farò un aiuto che
gli sia convenevole»: quindi Dio creò la donna «
e la menò all'uomo. E l'uomo (ebraico ish)
disse: "Questa, finalmente, è ossa delle mia ossa e carne della
mia carne. Ella sarà chiamata donna (ebraico ishah),
perché è stata tratta dall'uomo. Perciò l'uomo lascerà
suo padre e sua madre e si unirà alla sua moglie, e saranno una
stessa carne"» (Genesi 2, 18-24).
Il «perciò
» è collegato con quanto Adamo disse, per ispirazione divina,
nel vedere la donna, e che Gesù, per questo fatto, attribuisce al
Creatore (Matteo 19, 4-5): cioè, essendo essa «
carne della mia carne ed ossa delle mie ossa», tanto da
essere chiamata «donna» (uoma,
uomo femmina), l'uomo e la donna sono una stessa cosa, si appartengono
essenzialmente l'uno all'altra e la loro unione deve diventare più
forte, più intima perfino di quella esistente tra genitore e figlio,
diventare una parentela nuova, feconda di esperienze più ricche.
Il matrimonio, quindi, è qui affermato
non come effetto di un istinto cieco, naturale, ma come una vera e propria
istituzione divina. E Gesù si appella a questo fatto, compiacendosi
di citare il passo di Genesi (Matteo 19, 4-6; Marco 10, 6-8).
Ugualmente fa l'apostolo Paolo (1 Corinzi 6,
16-11; 11, 8-12; 1 Timoteo 2, 12-14).
SCOPO DEL MATRIMONIO
Istituendo il matrimonio, Dio gli assegnò
tre scopi precipui. Con le parole: «Non è
bene che l'uomo sia solo; io gli farò un aiuto convenevole
» (Genesi 2, 18), Dio volle mettere in evidenza il fatto che l'uomo
e la donna, essendo entrambi un composto di anima e corpo, carne e spirito,
trovano nel matrimonio il loro completamento spirituale e il loro completamento
fisico..
a) Spiritualmente, essendo creati ad immagine di Dio, essi trovano nell'unione matrimoniale un aiuto che contribuisce al loro progresso morale, ciascuno ponendo a servizio dell'altro le sue qualità diverse e complementari. Lo stato matrimoniale è quindi, innanzi tutto, un'associazione morale che deve assicurare agli sposi un aiuto reciproco, e quindi conforto, energia, letizia mediante il mutuo affetto e la mutua devozione. La vita coniugale rimane attraverso i secoli la migliore scuola, in cui si perfeziona il carattere morale. Essa sancisce la santità degli affetti, ed educa l'individuo a sacrificare ogni giorno i propri impulsi egoistici al bene della famiglia, perché l'uomo e la donna possano, secondo il volere divino diventare «una stessa carne » nell'amore, nella vita, nei progetti e nei fini.
b) Fisicamente, l'uomo e la donna trovano nel matrimonio il loro naturale completamento per la propagazione della specie: «Crescete e moltiplicate e riempite la terra, e rendetevela soggetta» (Genesi 1, 28). Dando Dio questa legge alla prima coppia umana, non lasciò l'esecuzione di tale comandamento della procreazione all'arbitrio dell'uomo, ma mise nel cuore umano le impellenti forze dell'amore e del desiderio dell'altro sesso e l'aspirazione a procreare bambini che perpetuino sulla terra con la razza umana anche il sangue dei genitori, che hanno dato loro la vita. Lo stato matrimoniale è dunque l'unica istituzione divina naturale per la trasmissione della vita fisica tra gli esseri umani.
c) C'è un terzo scopo del matrimonio, assegnatogli chiaramente da Paolo: «Per evitare la fornicazione ciascun uomo abbia la propria moglie e ogni donna il proprio marito» (1 Corinzi 7, 2). Col termine « fornicazione» gli scrittori sacri denotano vari atti di sessualità e d'incontinenza, tutti ugualmente condannati dalla legge di Dio. Dio conosce bene l'uomo, che Egli stesso ha creato dotandolo di facoltà intellettive, percettive, riflessive e di sentimenti morali ed inoltre di tendenze animali (disposizione alla procreazione, alla conservazione, ecc.), che sono in comune con tutti gli animali. Volere di Dio è che l'uomo sia governato e retto dalle facoltà intellettive affinché in lui sia ordine, armonia, sviluppo spirituale nell'ubbidienza alla legge da Lui stesso data per la opportuna organizzazione degli stessi uomini. Ma Dio sapeva ancora quale potente forza di attrazione avrebbero esercitato sull'uomo le tendenze carnali, la concupiscenza, che, se ascoltate, avrebbero rotto l'equilibrio che avrebbe dovuto esistere nella creatura umana, provocando in lui confusione, violenza, peccato. Ecco allora stabilire il naturale impiego di esse nell'istituto matrimoniale. L'uomo quindi, libero dalla voce prepotente della carne, può attendere meglio ai suoi doveri di creatura e figlio di Dio, di sposo, di padre e di cittadino.
Da questi fatti si deduce che:
DOTI DEL MATRIMONIO: Dio ha dato al matrimonio alcune caratteristiche o doti, perché esso possa più facilmente rispondere ai fini per cui lo ha istituito. Esse sono: unità, indissolubilità, fedeltà, uguaglianza.
UNITA': il matrimonio deve essere monogamico,
cioè limitato nello stesso tempo ad un solo uomo e a una sola donna:
«Perciò l'uomo lascerà suo padre
e sua madre e si unirà alla sua moglie e saranno due in una sola
carne » (Genesi 2, 24; Matteo 19, 5; Marco 10, 7): Dio qui parla
di "due" persone che si uniscono per formare "una sola carne". La monogamia
fu il regime largamente seguito in Israele, soprattutto dalla massa del popolo.
Tuttavia si ebbero tra di esso casi non pochi di poligamia, che, esistendo
come un dato di fatto, Mosè cercò, per volere di Dio di limitarla
e di non permettere alcune degenerazioni (Levitico 18, 18; 21, 13-14; Deuteronomio
21, 15; 17, 17). Nei casi di poligamia che si ebbero tra il popolo ebraico,
si trattò certamente di tolleranza dalla parte della legge mosaica.
Fu Cristo a restituire la matrimonio l'originale
sua dignità e perfezione sia personalmente (Matteo 9, 15; 19, 1-12
e paralleli; Giovanni 3, 29) e sia tramite gli apostoli, che videro in esso
il simbolo dell'unione tra cristo e la Chiesa (Efesini 5, 26-31; 2 Corinzi
11, 2; Apocalisse 19, 7).
INDISSOLUBILITA': Gesù enuncia chiaramente questa indissolubilità nel suo dibattito coi farisei (Matteo 19, 3-4), quando afferma che Dio è Colui che ha costituito il vincolo matrimoniale, stabilendolo fin dalle origini indissolubile. E di ciò dà sei prove:
La prima: la creazione del primo e della prima donna. Dio li fece entrambi incompleti, quindi necessari l'uno all'altra, completandosi l'uno per mezzo dell'altra e formando insieme un sol uomo, un'unità. Ora non si divide ciò che è uno.
La seconda: citando la frase che disse Adamo, quando gli venne presentata Eva, e che Gesù attribuisce a Dio stesso avendola Adamo pronunciata per ispirazione divina: « Perciò l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà alla sua donna e saranno due in una sola carne». L'uomo « si unirà» alla donna puramente e semplicemente, senza restrizioni, con una unione indissolubile. com'è di sua natura che l'unione di due parti faccia un tutto.
La terza: presi isolatamente, né
l'uomo né la donna costituiscono un organismo vivente completo, per
cui, sotto questo rapporto, l'essere umano non è formato nella sua
ultima perfezione che dall'unione tra l'uomo e la donna stabilita dal vincolo
coniugale. Praticamente un corpo non è scindibile in due né
un organismo si divide nei suoi elementi costitutivi senza che cessi di
essere tale. Ora il vincolo matrimoniale produce un nuovo principio di vita
e perciò è conforme alla sua natura che sia permanente e che
giammai possa essere rotto. Un vincolo formato da Dio non può essere
sciolto dall'uomo.
I farisei, che avevano compreso giustamente in
questo senso le parole di Gesù, passarono al contrattacco, volendo
sapere perché Mosè allora aveva prescritto che se la moglie
non fosse più piaciuta, le si desse: «
un atto di divorzio e la si mandasse via».
Gesù rispose che Mosè dovette prendere
atto dell'esistenza tra gli ebrei di questo fatto increscioso, ma cercò
di limitarlo e di organizzarne l'applicazione, togliendo in vari casi al
marito il diritto di ripudiare la moglie (Deuteronomio 2, 13-19.23-29; 21,
10-14).
Si trattò evidentemente di una tolleranza
da parte di Dio.
Purtroppo però le cose si accentuarono
dopo l'esilio e il divorzio venne reso più facile e lasciato ai capricci
e alle frivolezze del marito, come si rileva dalle accese discussioni tra
i fautori della due scuole rabbiniche di Shammaj e di Hillel.
Gesù, per l'autorità conferitagli
dal Padre in forza della sua missione messianica, si accinge a ridare alla
indissolubilità del matrimonio tutto il suo splendore e valore, onde
renderlo efficace strumento di perfezione in quel regno di Dio che Egli
avrebbe instaurato sulla terra.
Perciò sentenziò: «
E io vi dico che chiunque manda via sua moglie, quando non sia per cagion
di fornicazione, e ne sposa un'altra, commette adulterio».
E' ovvio che le parole di Cristo nell'inciso
«quando non sia per cagion di fornicazione
» si riferiscono a tutto l'insieme del versetto e perciò
Gesù ha voluto restringere la legittimità del divorzio al
solo caso dell'infedeltà coniugale di uno dei due coniugi, come risulta
chiaramente da Marco (10, 12: «Chiunque manda
via sua moglie e ne sposa un'altra comme adulterio verso di lei; e se la
moglie ripudiato il marito, ne sposa un altro, commette adulterio
»), permettendo solo alla parte innocente il passaggio ad altre nozze.
Allorché Gesù si accinse a riformare
la legge mosaica sul tema del divorzio, affermò lo stesso concetto
(Matteo 5, 21-32).
Per la Chiesa Romana, invece, che è favorevole
a una rigidissima indissolubilità del matrimonio, l'inciso "quando
non sia per cagion di fornicazione" non va riferito a tutto il versetto
ma solo alle parole immediatamente precedenti, ricavandone il senso che
è permesso all'uomo di mandar via sua moglie in caso di infedeltà,
ma resta sempre valido il vincolo matrimoniale, per cui né la parte
infedele né la parte innocente possono contrarre nuovo matrimonio,
avendosi solo la separazione dei corpi. Ma questa posizione della Chiesa
Romana contraddice sia la natura stessa del vincolo matrimoniale e sia alle
pessime condizioni che ne derivano.
Infatti il vincolo matrimoniale è tale
che l'unione corporale è simbolo e condizione dell'unione spirituale,
morale e psichica dei coniugi.
Quindi, quando uno di loro si rende colpevole
di adulterio, rompe innanzitutto quell'unità così intima degli
sposi; per cui essi non hanno più un medesimo sentire, un medesimo
parlare, medesimi scopi e medesime vedute.
Di conseguenza rompe anche quell'unione corporale,
per cui la parte innocente rifiuta di compiere con quella infedele quell'atto
coniugale, uno dei cui scopi è quello di facilitare e mantenere
l'unità di sentimenti e affetti, aspirazioni e valutazioni.
L'adulterio perciò non può non
vulnerare di per sé a morte l'indissolubilità matrimoniale,
specialmente se è costante e continuo, per cui se un coniuge se ne
rende consapevolmente colpevole, anche se il coniuge offeso non sa nulla,
il matrimonio è incrinato davanti a Dio che è stato testimone
del "sì" dei coniugi, e, se non si vuole che esso sia definitivamente
rotto nel vincolo che lega i coniugi, occorre davanti a Dio «
che scruta i cuori e conosce i segreti degli uomini» (Geremia
11, 20; Salmo 44, 21), avere un sincero ravvedimento e un cambiamento di
vita.
La quarta: Il Nuovo Testamento permette in certi casi estremi (dissapori, maltrattamenti, incompatibilità di carattere, di vedute e di modi di vita diversi, ecc.) che un cristiano possa dividersi dal coniuge, se questi gli rende proprio la vita impossibile e dopo aver esperito tutti i mezzi per far proseguire la vita in comune, ma deve trattarsi di una separazione consensuale di entrambi senza però la facoltà di poter contrarre nuove nozze. In questo caso, infatti, non si ha rottura del vincolo matrimoniale. Tuttavia, date le tante difficoltà che può incontrare il coniuge nella sua vita separata dall'altro nel mantenimento di una vita santa davanti a Dio, il Nuovo testamento invita i coniugi cristiani a cercare di sopportarsi e, qualora si siano separati, a riconciliarsi: «Ai coniugi ordino non io ma il Signore che la moglie non si separi dal marito e, se mai si separa, rimanga senza maritarsi o si riconcili col marito; e che il marito non lasci la moglie » (1 Corinzi 7, 10-11).
La quinta: Paolo pone tanto in alto
la indissolubilità del matrimonio che, nel caso in cui uno dei coniugi
diviene cristiano, dà solo alla parte rimasta infedele la facoltà
di accettare o meno il nuovo fatto per continuare a vivere insieme.
La parte credente, infatti, sa che deve cercare
con ogni mezzo idoneo di far sì che la sua scelta per il Signore
non abbia ad incrinare minimamente il rapporto d'amore con l'altro coniuge,
anzi deve renderlo più forte, più tenace e più premuroso,
per cercare di salvare col suo esempio e con la sua testimonianza il coniuge
infedele.
Ma nel caso in cui questi non si senta di continuare
a vivere insieme alla parte cristiana e decida di rompere il vincolo matrimoniale,
questa può passare ad altre nozze: «
Ma agli altri dico io, non il Signore: Se il fratello ha una moglie non
credente ed ella è contenta di abitare con lui, non la lasci; e
la donna che ha un marito non credente, se egli consente di abitare con
lei, non lasci il marito; perché il marito non credente è
santificato nella moglie e la moglie non credente è santificata nel
marito credente, altrimenti i vostri figliuoli sarebbero impuri, mentre
ora sono santi. Però, se il credente si separa, si separi pure; in
tali casi, il fratello o la sorella non sono vincolati; ma Dio ci ha chiamati
a vivere in pace; perché, o moglie, che sai tu se salverai il marito?
Ovvero tu, marito, che sai tu se salverai la moglie?» (1 Corinzi
7, 12-17).
E' questo il famoso privilegio paolino.
La sesta: il matrimonio quindi è un vincolo che si estende a tutta la vita dei due coniugi. Solo la morte di uno di loro rende libera l'altra parte di passare a seconde nozze, se vuole e con chi vuole, alla sola condizione che ciò avvenga «nel Signore», cioè con un cristiano o una cristiana, a seconda che si tratti di vedova o di vedovo, onde non sia messa in pericolo la vita cristiana del credente. Dice Paolo: «La moglie è vincolata per tutto il tempo che vive a suo marito; ma, se il marito muore, ella è libera di maritarsi a chi vuole, purché sia nel Signore» (1 Corinzi 7, 39).
FEDELTA' CONIUGALE: I discepoli di Gesù,
pieni com'erano di pregiudizi, nel sentire che solo in caso di infedeltà
coniugale si poteva ripudiare la moglie, ritenendo la cosa talmente difficile
da osservare, pensarono che fosse preferibile non affrontare i rischi del
matrimonio, dicendo: «Se tale è il caso
dell'uomo rispetto alla donna, non conviene di prendere moglie».
Anche altre persone, di fronte agli obblighi
che impone il matrimonio, potrebbero avere la stessa idea. Ed invece si
deve riflettere che la fedeltà coniugale reciproca è il pegno
di una felicità durevole. Essa deve essere tenuta dagli sposi in sì
alta considerazione da evitare non solo sguardi men che decenti verso persone
di sesso diverso (Matteo 5, 27-28), ma anche d'essere sempre pronti a soddisfare
il debito coniugale, quando sia onestamente e legittimamente richiesto:
« Il marito renda alla moglie quel che le è
dovuto; e lo stesso faccia la moglie verso il marito. La moglie non ha potestà
sul proprio corpo, ma il marito; e nello stesso modo il marito non ha potestà
sul proprio corpo, ma la moglie. Non vi private l'uno dell'altro, se non
di comune consenso, per un tempo, affin di darvi alla preghiera; e poi ritornate
assieme, onde Satana non vi tenti a motivo della vostra incontinenza
» (1 Corinzi 7, 3-6).
UGUAGLIANZA DI DIRITTI E DOVERI TRA I CONIUGI:
il Vangelo, parlando dell'anima umana, non fa distinzione tra quella dell'uomo
e quella della donna, ma presenta all'uno e all'altra la stessa vita cristiana,
la stessa morale, la stessa salvezza.
Per Gesù l'anima di una donna ha lo stesso
valore di quella dell'uomo. Non si tratta però di uguaglianza assoluta,
che distruggerebbe la subordinazione essenziale all'unione coniugale: il
rapporto tra capo e corpo che Paolo fa, quando dice: «
Il capo di ogni uomo è Cristo, il capo della donna è l'uomo
» (1 Corinzi 11, 3), è un rapporto di disuguaglianza sia
pure relativa, già insinuato nel riferimento che Gesù stesso
fa a Genesi, quando Dio, pur facendo della donna la compagna e non la schiava
o serva dell'uomo, la associò a lui come "aiuto convenevole, ordinando
che siano due in una sola carne".
Paolo, infatti, che ripete spesso il concetto
di questa subordinazione della donna all'uomo, dà però ad
essa un significato eminentemente spirituale e cristiano: «
D'altronde, nel Signore, né la donna è senza l'uomo, né
l'uomo senza la donna. Poiché, siccome la donna viene dall'uomo,
così anche l'uomo esiste per mezzo della donna» (1 Corinzi
11, 11-12).
«Nel Signore
», fa notare Paolo, quasi voglia dire: va bene che non fu tratto
l'uomo dalla donna, ma la donna dall'uomo (1 Corinzi 11, 3); va bene che
l'uomo non fu creato per la donna, ma la donna per l'uomo (1 Corinzi 11,
9); va bene che la donna è il riflesso dell'uomo come l'uomo è
il riflesso di Dio (1 Corinzi 11, 7); va bene che l'uomo non peccò
per primo, ma fu la donna a peccare per prima e a sedurlo (1 Timoteo 2, 13-14),
però vi sono dei compensi, perché, se la donna ha bisogno
dell'uomo, anche l'uomo ha bisogno della donna, e, se la prima donna fu
tratta dall'uomo, ora l'uomo nasce dalla donna (1 Corinzi 11, 11-12), per
cui nell'atmosfera cristiana ("nel Signore") la subordinazione della donna
all'uomo, della moglie al marito, è temperata dalla comunione di vita
spirituale che tanto per l'uno come per l'altra ha il suo fondamento nel
Signore.
Da ciò promana l'uguaglianza dei diritti
e dei doveri dei coniugi. "Nel Signore" marito e moglie sono uguali, si
uniscono, si completano (Galati 3, 28), pur con mansioni diverse, ed entrambi
sono tenuti a conservare la stabilità della famiglia cristiana.
Non così la pensavano certamente i pagani
e gli Ebrei del tempo precedente e contemporanei di Cristo, non così,
purtroppo la pensano, per diversi motivi, molti uomini e molte donne del
nostro tempo.
Riassumendo l'insegnamento di Cristo e della Bibbia sul matrimonio, possiamo dire:
Per quanto riguarda la cerimonia della celebrazione del matrimonio né Dio nell'Antico Testamento, né Gesù nel Nuovo Testamento hanno stabilito alcunché, per cui essa viene lasciata agli usi e costumi del clan cui si appartiene, oppure negli Stati moderni alla legislazione civile, che i cristiani sono tenuti a rispettare se non contrastano con la legge di Dio (Romani 13, 1-7).
Una cosa però emerge dalla narrazione
dell'Antico Testamento e dal modo di comportarsi degli Ebrei al tempo di
Gesù, ed è che la cerimonia dello sposalizio avveniva sempre
in presenza dei membri della famiglia o del clan (come nell'economia patriarcale:
cfr il matrimonio di Isacco in Genesi 24), oppure tra gli Ebrei il fidanzamento
avveniva davanti a due testimoni e in seguito a una successione di domande
e risposte, che si concludevano con la benedizione, a cui seguiva, dopo
un intervallo di tempo più o meno lungo, la conduzione della sposa
nella casa preparata dallo sposo, o nozze propriamente dette, con un corteo
nuziale, seguito dal pranzo nuziale, che poteva durare dai tre ai sette giorni.
Il matrimonio infatti è di per sé una cosa sacra, religiosa,
essendo stato voluto da Dio (Matteo 19, 4-6; cfr. genesi 1, 27; 2, 24) ed
è Lui che è testimone e garante della validità della
promessa che gli sposi si scambiano di vivere insieme per tutta la vita (Malachia
2, 14-15).
Non c'è quindi distinzione tra matrimonio
religioso e matrimonio civile, e tanto meno c'è la distinzione del
matrimonio come sacramento, non essendoci nella Bibbia la dottrina del
sacramento propria della Chiesa di Roma, secondo cui l'efficacia del sacramento
sta unicamente nel suo essere stato rettamente amministrato a prescindere
dalle disposizioni interiori di colui che lo riceve.
Così il sacramento divien il canale della
grazia, la sua causa strumentale. Nemmeno il termine "sacramento" si trova
nella Parola di Dio in questo senso.
Il matrimonio quindi è cosa sacra, religiosa
di sua natura!
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