La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
LEZIONI DI UMILTA' - IL FARISEO E IL PUBBLICANO AL TEMPIO
(Luca 17, 1-10; 18, 9-11)

Sovente Gesù durante la sua vita raccomandò ai suoi discepoli di essere umili.
Un giorno disse loro perfino: « Imparate da me, perch'io son mansueto di cuore e umile» (Matteo 11, 29), dando con ciò se stesso a loro come modello di umiltà, che brillò nel comportamento di tutta la sua vita.
Un giorno Gesù prese ad istruire i suoi discepoli sugli scandali, sul perdono delle offese, sulla potenza della fede e sui servi inutili.
Circa gli scandali (vv. 1-2) ammonì i discepoli che «è impossibile che non avvengano »: che cos'è lo scandalo? E' una pietra d'intoppo che impedisce di avanzare o fa cadere in terra la persona. Data la malizia e la corruzione degli esseri umani, vi saranno sempre tali pietre d'inciampo e di cadute poste dai cattivi (cfr. Matteo 18, 7).
Per questo Gesù lancia una minaccia a coloro che danno scandalo, dicendo: «Guai a colui per cui avvengono», al quale sarebbe bene porre « una macina da mulino al collo e fosse gettato nel mare» anziché lasciarlo scandalizzare «uno solo di questi piccoli »: questi "piccoli", oltre i bambini, dei quali Gesù parla in Matteo (18, 5-6.10) e in Marco (9, 42), comprendono anche i cristiani giovani ed anche tutti i credenti, specialmente quelli più deboli nella fede.
Non solo non si deve scandalizzare il prossimo, ma si deve anche essere disposti a perdonarlo se pecca, a condizione che a seguito della nostra riprensione «si pente ». E Gesù ammonisce di «badare a noi stessi», perché le offese, se dirette specialmente contro un fratello in fede, anche «sette volte al giorno», sette volte al giorno devono essere perdonate, se l'offensore chiede perdono all'offeso (vv. 3-4; Matteo 18, 15.21).
Il terzo argomento dell'istruzione di Gesù è la fede (vv. 5-6). Le istruzioni fatte da Gesù erano troppo superiori alle deboli forze dell'umana natura, e perciò gli apostoli lo pregano: «Aumentaci la fede». Gesù risponde loro esaltando la potenza della fede e mostrando che con essa si possono compiere le cose più straordinarie e difficili. Anche se la fede fosse piccola come «un granel di senape», sarebbe sufficiente ad imporre ad un "sicomoro", o pianta di moro, di sradicarsi e gettarsi in mare, ed esso lo farà.
Quindi Gesù enuncia la parabola dei "Servi inutili" (vv. 7-10) con cui esorta i discepoli a fuggire la vana gloria, che sovente va dietro le buone opere, onde si comprenda che, dopo aver fatto tutto ciò che Dio vuole da noi, non abbiamo alcun motivo di gloriarci. E come prova di ciò ha narrato la parabola del servitore.
«Se, dopo una giornata passata a lavorare nei campi o a guardare il gregge, il vostro servo ritorna dal suo lavoro, gli dite voi forse: Vieni presto e siediti a tavola? Non gli dite invece prima: Prepara il mio pasto, cambia il tuo vestito e servimi mentre mangio, e andrai dopo a bere e a mangiare tu? Resterete dunque obbligati a questo servo dopo che avrà eseguito i vostri ordini? Evidentemente no. E lo stesso è per voi: quando avrete fatto tutto ciò che vi era prescritto, non dovete dire altro: Noi siamo dei servi inutili; abbiamo solo fatto quello che eravamo in obbligo di fare».
Questa piccola parabola sembra tolta dalla vita quotidiana di una delle famiglie, che godono di una certa agiatezza, e il suo insegnamento si ricava dalla risposta a questa domanda: In che maniera noi dobbiamo riconoscere che siamo dei servi inutili nei rapporti con Dio?
Gesù ci dice nella parabola che, quando i servi hanno disimpegnato con scrupolo il loro lavoro secondo i patti stabiliti col padrone, non possono valersene davanti al padrone per esigere da lui supplementi di salario o speciali favori, perché essi non hanno fatto altro che il loro dovere e il padrone è tenuto solo a dar loro quanto pattuito e nulla più.
Così è per noi nei rapporti con Dio. La creazione dà a Dio tutti i diritti.
Anche se tutti gli atti di bontà e di virtù, che noi pratichiamo fossero perfetti, dobbiamo sempre riconoscere: Non abbiamo fatto altro che quanto era nostro dovere; noi siamo dei servi inutili; il nostro impegno non ci crea davanti a Dio alcun merito, alcun obbligo di premio, oltre quello da lui stabilito.
Per convalidare questa istruzione di umiltà Gesù pronunciò un'altra parabola.
Era presente questa volta un gran numero di persone, alcune delle quali manifestavano chiaramente un doppio sentimento, da cui erano animati: un superbo disdegno e un profondo disprezzo per il prossimo e un'alta stima di completa soddisfazione per se stessi.
Chi fossero questi orgogliosi è facilmente intuibile: erano i farisei.
Per questo Gesù disse: « Due uomini andarono al tempio a pregare».
Gli Israeliti pregavano o in ginocchio con la faccia rivolta a terra, o quasi sempre ritti in piedi con gli occhi e la mente elevati verso il cielo.
Il primo dei due, un fariseo, sale al tempio con atteggiamento di uomo cosciente della sua importanza e del suo valore. Giunto nel cortile del tempio, riservato agli uomini, resta ritto, esposto alla vista di tutti i presenti, con la testa alta e guardando fieramente verso il cielo, e prega così: «Signore, io ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, tutti ladri, ingiusti, adulteri, e perché non sono come quel pubblicano laggiù in fondo; io digiuno due volte la settimana e pago la decima di tutto quel che posseggo».
Il povero pubblicano, che se ne stava laggiù in fondo, era salito al tempio contemporaneamente al fariseo e si era fermato all'entrata del cortile riservato alle donne israelite. Egli era consapevole di appartenere a una casta malvista e profondamente odiata dagli ebrei, e cioè quella dei collettori d'imposte per conto dell'occupatore romano.
Orbene, egli se ne stava ritto, con gli occhi e la testa bassa, battendosi fortemente il petto, mentre diceva pregando: «Signore, perdona a me, misero peccatore ».
Chiediamoci qual'è la preghiera del fariseo? Quale grazia domanda? Quale perdono chiede? Nulla. Espone solo da una parte le proprie virtù e dall'altra denuncia le colpe di quelli che non fanno parte come lui della casta farisaica.
E come li qualifica? Sregolati nei costumi, questa è la loro vita intima, secondo lui; ladri, ingiusti, adulteri nella vita sociale; dunque senza amore a Dio, senza pietà o d'una pietà falsa e ipocrita. Su questo sfondo così nero, ecco egli, il fariseo, fa spiccare lo splendore delle sue virtù. Lui solo evita i disordini e lo scandalizzano e osserva, come tutti gli onesti, i precetti obbligatori della legge, ma certamente cerca anche di soddisfare il suo zelo con opere aggiuntive: la legge impone solo il digiuno una volta l'anno, ma lui digiuna due volte la settimana, il martedì e il venerdì; la legge impone di pagare la decima dei prodotti della terra si prima necessità come olio, vino, frutti, cereali, ma egli paga anche per i prodotti più insignificanti dei suoi campi e giardini.
Assorbito interamente nell'ammirazione della sua bontà e onestà, egli non pensa nemmeno lontanamente di domandare perdono a Dio delle colpe, che può aver commesso durante la sua vita. Quindi, il suo grande difetto è l'orgoglio, e questo lo porta a ritenere solo lui stesso giusto e condannare tutti gli altri, siano essi ebrei non appartenenti alla sua casta farisaica oppure pagani, come pieni di vizi e privi di ogni virtù.
Quanto è diverso l'atteggiamento del pubblicano e come è diversa la sua preghiera. Egli se ne sta nella parte più lontana del tempio, perché ritiene che le sue colpe lo rendano indegno di avvicinarsi a Dio, tre volte Santo. Ha la testa e gli occhi bassi: ritenendosi carico di peccati, come potrebbe osare di guardare il cielo? Si percuote umilmente il petto, e sono i suoi colpi emblema del pentimento, del rimorso dei peccati.
La sua preghiera è semplice e sincera: «Signore, perdona me, misero peccatore », egli non accusa altro che se stesso, pensa solo alle sue colpe senza cercare di scusarle, perché non vede nel mondo altro che Dio e lui. Perciò Gesù conclude la parabola:
«Io vi dico che il pubblicano scese a casa sua perdonato, piuttosto del fariseo, perché chiunque s'innalza sarà abbassato, ma chi si abbassa sarà innalzato ».