La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
LA PARABOLA DELL'AMMINISTRATORE SCALTRO
(Luca 16, 1-15)

Con la parabola del figliuol prodigo Gesù ci ha mostrato sia il grande amore paterno di Dio verso i peccatori che l'abuso che sovente si fa dei beni della terra e il pericolo che essi comportano.
Subito dopo però Gesù narrò ai suoi discepoli "La Parabola dell'Amministratore Scaltro" per insegnarci come possiamo fare buon uso di quei beni.
Un ricco proprietario, narrò Gesù, ha affidato l'amministrazione di tutti i suoi beni a un fattore. Questi però abusa della sua fiducia, permettendosi delle detrazioni di quei beni a suo vantaggio. Il padrone, venutone a conoscenza, chiama il fattore, intimandogli: «Che cos'è questo che odo si te? Rendi conto della tua amministrazione, perché tu non puoi più essere mio fattore».
Il fattore, vedendosi messo sul lastrico, ricorre ad uno stratagemma. Riflette, infatti, fra sé medesimo: « Che farò io, dacché il padrone mi toglie l'amministrazione? A lavorare la terra non son capace, a chiedere l'elemosina mi vergogno. Ma io so bene quello che devo fare, così che domani ci sia qualcuno che mi voglia bene e si senta obbligato ad aiutarmi».
Chiama allora ad uno ad uno i debitori del suo padrone, chiedendo a quanto ammonta il loro debito.
«Quanto devi al mio padrone?», chiede al primo: « Tremilaottocento litri d'olio», risponde quello. « Orbene», gli suggerisce il fattore: « prendi la carta del tuo debito e scrivi subito milleottocento». Chiede quindi a un altro: «E tu quanto devi? ». Risponde il debitore: «Dieci quintali di grano», e il fattore gli suggerisce: « Prendi la tua carta del debito e scrivi otto quintali». Il padrone venne a conoscenza del comportamento astuto del suo fattore, e, pur disapprovandone la menzogna e l'ingiustizia, giudicandolo « fattore infedele», lo loda per la prudenza con cui ha agito.
Gesù ne approfitta allora per esortare «i figliuoli della luce», cioè coloro che seguono la parola di Dio, che è luce, a imitare, nella gestione dei loro interessi spirituali ed eterni, la prudenza e l'abilità che «i figliuoli delle tenebre», detti pure «figliuoli di questo secolo », pongono nel gestire i loro interessi terreni secondo i principi di questo mondo malvagio, che, tutto posto nelle tenebre, passa sopra ad ogni giustizia e onestà, ritenendo come unico fine della vita presente il godimento dei beni terreni.
Si comprende facilmente come il ricco padrone della parabola rappresenta Dio, che ha dato agli esseri umani i beni dell'intelligenza, libertà e salute, perché ne usiamo in bene, privilegiando inoltre alcuni di essi con grandi ricchezze.
Di tali beni perciò la persona non è la proprietaria, ma solo la depositaria, l'amministratrice. Ha il diritto di servirsene per sé, per la famiglia e per le altre persone. L'individuo sovente, divenendone gestore infedele e prevaricatore, li usa contro il bene per cui sono dati.
Ma giunge il giorno fatale, in cui Dio dice a ciascuno: Rendi conto dell'uso che hai fatto dei beni che ti ho elargito, perché ormai non potrai più gestirli; la morte te li toglie.
L'amministratore fedele sarà felice, e quanti sono stati da lui in qualche modo beneficiati, non solo lo benediranno in eterno ma gli prepareranno il suo ingresso nei « tabernacoli eterni», cioè in cielo.
Ecco perché Gesù invita a farci degli «amici» con i beni che Dio ci ha dati, specialmente con «le ricchezze », che definisce «ingiuste», perché, anche quando non sono disonestamente guadagnate, appartengono sempre al "presente secolo malvagio" che perisce, e perché le persone ne fanno sempre un uso cattivo ed egoistico.
Questa lezione è tanto importante che Gesù la conferma con diverse considerazioni formulate a guisa di proverbi o aforismi, brevi e leggermente enigmatici: « Chi è fedele nelle cose minime, è pur fedele nelle cose grandi, e chi è ingiusto nelle cose minime è pur ingiusto nelle cose grandi. Se dunque non siete stati fedeli nelle ricchezze ingiuste, chi vi affiderà le vere? E se non siete stati fedeli nell'altrui, chi vi darà il vostro?».
In altre parole Gesù vuol dire: se voi non sapete fare un uso ragionevole dei beni di questo mondo, che sono sempre una cosa minima, e li dissipate in frivolezze e prodigalità più o meno colpevoli, come potrebbe il Signore del cielo affidarvi i beni infinitamente più preziosi della sua amicizia, divina adozione, salvezza eterna che sono doni soprannaturali dai quali soli sgorga la vera felicità, che realmente ci dovrebbe appartenere e che noi abbiamo la facoltà di ritenere, accrescere e portare con noi nella vita ed esistenza avvenire?
Gesù conclude quindi con questa sentenza: «Nessun domestico può servire a due padroni, perché o odierà l'uno e amerà l'altro, o si atterrà all'uno e sprezzerà l'altro», e questi due padroni sono Dio e Mammona, cioè Dio e il denaro: « E voi non potete servire a Dio e a Mammona», perché ognuno quaggiù deve scegliere tra il cielo e la terra, tra il tempo e l'eternità.
Gesù disse queste cose ai suoi discepoli. Ma erano presenti e ascoltavano alcuni capi farisei, di cui erano noti sia il fasto che lo sfrenato amore per le ricchezze, mentre affettavano ostentazione e rigorismo ad oltranza nella pratica esteriore della pietà e dell'osservanza della legge, cercando così di conciliare il servizio a Dio e l'amore per Mammona.
Le parole di Gesù erano state una sferzata ai loro orecchi, e, cercando di ammorbidire il colpo e alleggerire l'impressione da esse suscitata sulla folla, ostentavano un sorriso beffardo e deridevano le parole di Gesù.
Si sentivano infatti a posto davanti a Dio, che nella sua parola prometteva i beni di questo mondo in premio della pietà; perciò le loro ricchezze e il loro benessere erano per essi la prova tangibile della loro virtù.
Gesù pertanto, che quei beni condannava, era in errore, e forse il suo atteggiamento dipendeva da una punta di invidia per il fatto di non aver saputo meritarsi da Dio tali beni.
Gesù comprese questo insulto, e perciò, rivoltosi a loro, disse: «Voi siete quelli che vi proclamate giusti dinanzi agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: poiché colui che gli uomini onorano è in abominio dinanzi a Dio», e voi, voleva fare intendere Gesù, siete di questo numero: ipocriti, stimati dagli uomini, che voi ingannate, ma condannati da Dio, che vi conosce.