La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
TRE PARABOLE DELL'AMORE MISERICORDIOSO DI DIO
(Luca 15)

Luca nel suo Vangelo narra che « tutti i pubblicani e i peccatori si accostavano a Gesù per udire le sue parole» ed avere la salvezza. Ciò era di grande scandalo per i farisei, che si allontanavano mormorando con disprezzo e ira: « Costui accoglie i peccatori a mangia con loro », volendo così insinuare che Gesù non poteva essere il Messia.
Un giorno, che queste mormorazioni erano più violente, Gesù propose tre meravigliose parabole, che mostrano l'amore senza limiti e la misericordia infinita di Dio verso gli esseri umani, che sono nel peccato.

LA PARABOLA DELLA PECORELLA SMARRITA
E' la prima delle tre. Un uomo ricco, dice Gesù, possiede cento pecore. Ma una si allontana dal gregge smarrendosi, vuoi per imprudenza o presunzione o leggerezza. Il pastore, allora, lasciando le novantanove al riparo nell'ovile, corre dietro e va in cerca di quella che si è smarrita, e ne continua la ricerca finché non la trova. E allora conclude:
«Vi sarà in cielo più allegrezza per un solo peccatore che si ravvede che per novantanove giusti che non hanno bisogno di ravvedimento».
Non si sa se i farisei compresero la gravità di questo esempio. Essi si indignavano per la condotta tenuta da Gesù, buon pastore, verso i pubblicani e i peccatori, sue pecorelle smarrite; ma Dio e gli angeli ne gioiscono.

LA PARABOLA DELLA DRAMMA SMARRITA
E' la seconda parabola presentata da Gesù sull'argomento della gioia in cielo per un peccatore che si ravvede. Essa parla di una povera donna che ha solo dieci dramme per tirare avanti nella vita. Se avviene che ne perde una, la cerca, mettendo sottosopra la casa e non smette di cercarla finché non l'abbia trovata. Quando la trova, invita le vicine e amiche di casa a far festa con lei per la gioia di averla ritrovata. Così, conclude Gesù ancora:
«V'è allegrezza in cielo dinanzi agli angeli di Dio per un solo peccatore che si ravvede ».
La dramma è immagine dell'anima umana, creata «a somiglianza di Dio», di cui pertanto porta «l'immagine», come la dramma porta l'effigie del sovrano.
Dio l'ha fatta così nobile, bella, grande, ma essa si è smarrita, perduta, contaminata nel fango delle passioni e della vita. per ritrovarla Dio mette sottosopra il cielo e la terra, perché Egli vuole che tutte le anime siano sue, e tutte abbiano lo splendore della loro origine divina per essere idonee ad entrare, belle e pure, nella beatitudine eterna, che per loro ha preparata.

LA PARABOLA DEL FIGLIUOL PRODIGO
E' questa le terza parabola, la cui parte rilevante è, appunto, l'amor di Dio per i peccatori. Questa parabola è il più bel diamante di questo tesoro di parabole evangeliche.
Un uomo, che rappresenta Dio, aveva due figli, propone Gesù. Quest'uomo è ricco, buono e generoso e nella sua casa anche i servitori, i mercenari hanno un trattamento di favore.
I due figli vivono la vita onesta del padre, e partecipano all'amministrazione dei suoi beni.
Ma un giorno il più giovane dei due e con aria di autorità gli dice: «Padre, dammi la mia parte dei beni che mi tocca!». Ma. in realtà, non gli spetta nulla per ora, perché suo padre vive ancora. Tuttavia, egli vuole avere la sua libertà, fare a modo suo, senza dover consultare e rendere conto ad alcuno. Il padre gli dà quello che desidera, spartendo i beni tra i figli. Allora, il più giovane, messa assieme ogni cosa, «se ne parte per un paese lontano », immagine del mondo, dove Dio è dimenticato, dove il Suo nome non è mai pronunciato.
E nel mondo dà subito inizio a festini, bagordi, attirandosi gran numero di amici e di adulatori solleciti a godere delle sue sostanze. Ma questa vita debosciata non dura molto, Ben presto le ricchezze finiscono e con esse spariscono tutti gli amici e adulatori.
Intanto sopravviene nel paese «una gran carestia», e il giovane pallido, affamato, cencioso bussa di porta in porta, supplicando per avere un tozzo di pane e un misero lavoro. Ma dappertutto incontra rifiuto, dati i tempi difficili.
Solo un proprietario meno provato dalla carestia, l'accoglie per pietà e lo manda lontano nella sua tenuta a fare il guardiano delle mandrie di porci.
«Ed egli avrebbe desiderato empirsi lo stomaco delle ghiande che i porci mangiavano, ma nessuno dei guardiani preposti ai greggi, gliene dava».
Era questa l'ora che Dio attendeva. In questo stato di profonda umiliazione e di prostrazione fisica e morale, senza alcuna prospettiva per il giorno dopo, il giovane sventurato ripensa alla casa del padre e a tutti quei servi e mercenari che in essa hanno tutto in abbondanza.
«Rientrato in sé disse: Quanti servi di mio padre hanno pane in abbondanza, ed io qui muoio di fame!». E' questo il primo sintomo del suo ravvedimento. Quindi prende la risoluzione: «Io mi leverò», dalla bassezza in cui è caduto, «e me ne andrò », perché è così lontano, « dal padre mio», il cui cuore paterno è pieno di inestinguibile tenerezza, «e gli dirò: Padre, ho peccato contro il cielo e contro te: non son più degno di essere da te considerato come tuo figliuolo, accettami almeno come uno dei tuoi servi».
Quindi si alza e parte, facendo a ritroso verso la speranza quel cammino, che aveva iniziato credendo di trovare libertà, gioia di vivere, piacere.
Ma il padre non si è dimenticato di lui. Anzi, quanto più lui, il figlio, si è mostrato ingrato, tanto più ha inteso amarlo, sentendolo nel bisogno e privo del suo amore ed aiuto. Ed ogni tanto l'amore lo portava a scrutare l'orizzonte per vedere il figlio tornare a lui.
Finalmente, un giorno lo scorge camminare lentamente, stanco, vestito di stracci e macilento per la mancanza di cibo. Sena frapporre indugio, gli corre incontro, e, quando lo raggiunge, lo bacia e lo abbraccia a lungo, mentre il figlio tra lacrime e singulti cerca di dirgli, come si era prefissato: «Padre, ho peccato contro il cielo e contro te; non son più degno di essere chiamato tuo figliuolo ». Ma il padre non lo fa nemmeno finire di parlare, perché tanta è la gioia, da cui è pervaso che si affretta col figlio verso casa, ove giunto chiama tutti i suoi servi: « Presto, dice loro, portate qui la veste più bella», quella veste cioè lunga, detta anche toga, che era portata come segno di condizione elevata: «mettetigli un anello al dito», che altro non era che un anello recante un sigillo che distingueva le persone di condizione sociale elevata: « mettetigli dei calzari ai piedi», segno di libertà, perché i servi e schiavi erano scalzi; « e portate fuori presto, il vitello già ingrassato», come ce ne erano sempre per ogni occorrenza nelle case dei facoltosi orientali, « ammazzatelo e mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto, ed è tornato a vita; era perduto ed è stato ritrovato. E si misero a far gran festa». Nel mezzo di essa ecco giungere dai campi il fratello maggiore, che, intesi suoni danze e allegria, senza entrare nella casa del banchetto, si informa da un servo cosa stia accadendo.
Il servo lo informa di tutto. Allora egli manda a chiamare il padre per rimproverarlo del suo ingiusto comportamento e senza ascoltarne gli inviti a entrare nella sala, gli dice: « Ecco, da tanti anni ti servo, e non ho mai trasgredito un tuo comando; a me però non hai mai dato neppure un capretto per far festa coi miei amici; ma, quando è venuto questo tuo figliuolo che ha divorato i tuoi beni con le meretrici, tu hai ammazzato per lui il vitello ingrassato ».
Il padre gli risponde: « Figliuolo, tu sei sempre stato con me, ed ogni cosa mia è tua; ma bisogna far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto ed è tornato a vita, era perduto ed è stato ritrovato ».
Gesù non finisce la parabola, si ferma qui. Non dice se il figlio maggiore partecipò anche lui alla festa. Con un sentimento di profonda delicatezza e bontà lascia ai farisei la conclusione del racconto, perché questo fratello scontento, geloso, egoista e orgoglioso è il loro ritratto.
Se nelle intenzioni di Gesù il figliuol prodigo rappresenta direttamente tutti i peccatori gentili del suo tempo, tuttavia egli ha voluto gettare la corda della salvezza a tutti i poveri figliuoli prodighi di ogni tempo, mostrando in Dio un padre buono, più ostinato nella sua misericordia che essi nella loro ingratitudine, più tenace nel perdonarli che essi ad offenderlo.