La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
IL DOVERE DELLA VIGILANZA E DEL RAVVEDIMENTO
LA DONNA CURVATA E IL FICO STERILE
(Luca 12, 15-40; 13, 1-17; Marco 13, 33-37)

Un giorno Gesù disse ai suoi discepoli queste due similitudini o parabole per esortarli alla vigilanza.
La prima: «I vostri fianchi siano cinti e le vostre lampade accese; e voi siete simili a quelli che aspettano il loro padrone quando tornerà dalle nozze per aprirgli appena giungerà e picchierà. Beati quei servitori che il padrone, arrivando, troverà vigilanti. In verità, vi dico che egli si cingerà, li farà mettere a tavola e si metterà a servirli.. E se giungerà alla seconda o alla terza vigilia e li troverà così, beati loro!».
La seconda: «Or sappiate questo che se il padrone di casa sapesse a che ora verrà il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe sconficcare la casa. Anche voi siate pronti, perché nell'ora che non pensate, il Figliuol dell'uomo verrà ».
Quale è il significato morale di queste due parabole? Il padre di famiglia o padrone di casa, che ritorna a notte alta da un banchetto nuziale, il ladro pronto a derubare la casa, quando il padrone non se l'aspetta, Rappresentano Gesù Cristo.
I servitori sono tutti i discepoli di Gesù, che devono vivere la loro vita sempre attiva e vigilante in modo che sia piena di opere buone, di perseveranza nella fede.
A tutti loro Gesù dice: In un giorno, in un'ora che voi non vi aspettate, io verrò senza farmi annunziare, e se vi troverò vigilanti nel mio servizio, miei fedeli discepoli, io vi ammetterò all'eterna felicità del cielo, presentata come una tavola imbandita, in cui essi siedono mentre Gesù stesso li serve. Non potremo desiderare parole più chiare che affermino la divinità di Cristo. Egli infatti si attribuisce prerogative divine, è Colui che fissa l'ora della morte, è Colui che fissa il nostro eterno destino.
Infatti, chi è il padrone della vita e della morte se non Dio solo?
Chi può conoscere tutta la vita di ogni persona e giudicare atti, parole, pensieri, intenzioni e pronunziare su di essi una sentenza esatta ed irrevocabile se non Dio solo?
Per questo Gesù dice: Vegliate, siate vigilanti!
Appena Gesù aveva fatto questa esortazione alla vigilanza, una triste notizia venne a confermare la verità della sua parola.
Alcuni viaggiatori, giunti a Gerusalemme, riferirono, infatti, che Pilato, il governatore romano, aveva fatto massacrare nel tempio una schiera di Galilei mentre stavano offrendo sacrifici, cosicché «aveva mescolato il loro sangue coi loro sacrifici ». La Palestina era in quel tempo un vulcano in piena attività. I Giudei fremevano sotto il giogo di Roma ed erano esasperati perché il promesso Messia liberatore tardava a comparire. Più fanatici di tutti, battaglieri per natura e facili alle sedizioni, erano gli abitanti della Galilea.
Roma affogava nel sangue ogni tentativo di rivolta e di sedizione: così era avvenuto per questi Galilei. Gli ebrei della Giudea però, che tenevano in bassissima stima quelli della Galilea, ritenevano che quelli uccisi nel tempio fossero dei delinquenti se Dio li aveva castigati in quel modo, in quanto per gli ebrei ogni disgrazia, ogni malattia era la punizione divina per i peccati commessi. Ma Gesù, richiesto il suo parere in merito, rispose: « Pensate voi che quei Galilei fossero più peccatori di tutti i Galilei, perché hanno sofferto tali cose? No, vi dico: ma, se non vi ravvedete, tutti similmente perirete».
Quindi fece un secondo riferimento storico: la caduta della torre di Siloe. Questa torre era costruita probabilmente presso la fontana in Gerusalemme che recava lo stesso nome. Di recente, essa era crollata, causando nella sua caduta, la morte di diciotto persone.
Orbene, Gesù disse ancora: « O quei diciotto sui quali cadde la torre di Siloe e li uccise, pensate voi che fossero più colpevoli di tutti gli abitanti di Gerusalemme? No, vi dico: ma, se non vi ravvedete, tutti al par di loro perirete ».
Gesù dichiara due cose: la prima, che né i Galilei massacrati nel tempio per ordine di Pilato, né i Giudei sepolti dalle rovine della torre di Siloe erano i più colpevoli degli abitanti della Galilea e della Giudea. Noi non siamo dunque provati a causa e a misura delle nostre colpe, e gravi disgrazie possono colpire gli innocenti.
La seconda cosa che inculca è che tutti siamo colpevoli davanti a Dio, e perciò abbiamo bisogno di ravvederci, di cambiare condotta e vita, davanti a lui, senza lasciarci turbare se le disgrazie, le avversità sovente colpiscono i suoi discepoli, mentre lasciano intatti a prosperare i cattivi.
Quindi Gesù terminò le sue raccomandazioni con una breve parabola, ultima ed espressiva esortazione al ravvedimento.
«Un uomo (egli disse) piantò nella sua vigna un fico. Andato per raccoglierne i frutti, non ne trovò. Disse allora ai vignaioli: Sono tre anni che vengo a raccogliere i frutti da questo fico e non ne trovo mai: tagliatelo dunque. Perché occupa esso inutilmente il suolo? Ma uno dei vignaioli gli rispose: Signore, lascialo ancora per un altro anno, affinché possiamo scalzarlo e concimarlo. Può darsi che faccia frutti: se no tu lo taglierai».
Il fico prosperava splendidamente in Palestina e, assieme alla vigna, era simbolo delle benedizioni celesti. Per un giudeo del tempo di Gesù godersi tranquillamente i beni della terra, voleva dire riposarsi dolcemente all'ombra della sua vigna e del suo fico.
Quando i profeti pronunciavano minacce al popolo d'Israele dicevano che non sarebbero più fioriti fichi e vigne. Questa parabola o allegoria è di facile comprensione.
I frutti di un albero sono il prodotto della sua vita interna e del suo succo.; essi ne manifestano l'abbondanza, la forza e l'integrità. Del pari le opere dell'uomo sono il frutto della sua vita interiore, dei suoi pensieri e sentimenti, sono il succo della sua anima.
Applicata al popolo d'Israele questa allegoria voleva dire: Dio è il padrone d'Israele, simboleggiato dal fico e dalla vigna. Egli lo ha piantato come fico scelto nella immensa vigna del genere umano, l'ha coltivato, colmato di attenzioni, è intervenuto personalmente e direttamente nella sua vita mediante istituzioni da lui date, miracoli da lui compiuti, personaggi e profeti da lui inviati.
Ogni volta però che si aspettava di coglierne i frutti, ha trovato sempre cuori sterili, freddi, viziosi che portavano frutti amari e guasti. Da tre anni circa, da quando Gesù, il suo Inviato, ha iniziato il suo ministerio pubblico, le attenzioni di Dio per il suo popolo si sono fatte più interessanti. Ma i frutti non si sono visti. Dio allora, seccato, vuole tagliarlo e gettarlo nel fuoco, ma Gesù ama questo popolo e ha interceduto per esso, chiedendo una dilazione della sua condanna. Il Padre celeste l'ha accordata.
Farà quel popolo buoni frutti? La storia ci dice che non li ha fatti, e che ha ucciso perfino l'Inviato di Dio, e perciò la scure romana ha tagliato nel 70 d.C. quel popolo dalla faccia della terra come nazione e popolo teocratico.
Tale è il significato simbolico diretto della parabola del fico. Ma quel fico non rappresenta solo il popolo d'Israele, esso rappresenta ciascuno di noi.
Dio, che ci ha ricolmato di benedizioni di ogni genere, si attende da noi frutti di bene. Finora li ha attesi, forse, inutilmente e ci siamo meritato che venissimo scalzati.
Ma Gesù ha interceduto per noi e finora siamo stati risparmiati, e ci è stato concesso un ulteriore tempo di ravvedimento. Non sprechiamolo, allora e approfittiamone.
Gesù poi entrò in una sinagoga e vi stava insegnando, ed era giorno di sabato. Vi era tra i presenti una donna inferma da diciotto anni, tutta curva e nella impossibilità di raddrizzarsi. Gesù, vedutala, la chiamò a sé e le disse: «Donna, tu sei liberata dalla tua infermità » e posto le mani su di lei, subito si raddrizzò e lodava Dio.
Il capo della sinagoga, irritato, disse subito ad alta voce: «Ci sono sei giorni, in cui si può lavorare; venite dunque in quelli a farvi guarire, e non in giorno di sabato ».
Gesù, sentendolo, gli disse: « Ipocriti, non slegate voi di sabato il bue o l'asino dalla mangiatoia per portarli ad abbeverare? Orbene, questa discendente di Abramo, che Satana teneva legata da diciotto anni, non doveva essere sciolta dal suo legame in giorno di sabato?».
Le parole lasciarono interdetti e confusi il capo della sinagoga e gli altri suoi avversari, ma la gente si rallegrava delle tante opere meravigliose, che Egli stava compiendo.