La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
GESU', IL BUON PASTORE E I MERCENARI
(Giovanni 9, 39-41; 10, 1-21)

La scena, che ci apprestiamo a rievocare, si svolge proprio nelle vicinanze del tempio e subito dopo la bella professione di fede, fatta dal cieco nato, con le parole:
«Signore, io credo che tu sei il Figliuol di Dio»
Il cieco guarito è ancora vicino a Gesù e agli apostoli, mentre un gruppo di curiosi li circonda. Gesù allora, notando in mezzo alla gente dei capi del popolo e dei membri del Sinedrio, dei farisei e dei sadducei, tutti più irritati che mai, dice:
«Io sono venuto in questo mondo per fare un giudizio, affinché quelli che non vedono, vedano e quelli che vedono diventino ciechi».
I suoi avversari compresero che le parole di Gesù erano rivolte a loro, e gli chiesero: « Siamo ciechi anche noi?». Gesù, senza mostrare alcuna titubanza per la risposta che avrebbe dato, anche se essa contribuirà ad aggravare la sua posizione, rispose: «Se foste ciechi non avreste alcun peccato; ma siccome dite: noi vediamo, il vostro peccato rimane» (Giovanni 9, 39-41).
Senza paura, Gesù continuò a tenere un discorso, in cui, prendendo spunto dal fatto che la Palestina era una regione ricca di greggi, di pecore e capre, il popolo palestinese era un popolo di pastori, dimostrò chiaramente che i suoi avversari erano ladroni e mercenari, mentre Egli era il buon pastore:
«In verità, in verità vi dico che chi non entra per la porta dell'ovile, ma vi sale da un'altra parte, esso è un ladro e un brigante. Ma colui che entra per la porta, è il pastore delle pecore. A lui apre il guardiano e le pecore ascoltano la sua voce, ed egli chiama le proprie pecore per nome e le mena fuori. Quando ha messo fuori tutte le pecore, va innanzi a loro, e le pecore lo seguono, perché conoscono la sua voce. Ma un estraneo non lo seguiranno mai; anzi fuggiranno via da lui, perché non conoscono la voce degli estranei».
E' questa un'allegoria di facile comprensione. Il popolo ebraico è il gregge di Jahweh, l'ovile è la legislazione teocratica data da Dio al suo popolo, tramite Mosè e i profeti, che lo separa dalle altre nazioni. Il pastore legittimo è Gesù medesimo. Egli è entrato nell'ovile per la porta, perché ha ricevuto la sua missione fa Jahweh, padrone del gregge. La porta gli è stata aperta dal guardiano Giovanni Battista, incaricato da Dio ad introdurlo nell'ovile.
Ma, purtroppo, appena entrato vi ha trovato dei briganti e dei ladri: i farisei e i sadducei, che non sono entrati per la porta, perché la loro missione non è da Dio. I farisei si sono arrogati l'insegnamento esclusivo della legge, facendone uno strumento del loro amor proprio e delle loro ambizioni; i sadducei si sono arrogati il monopolio delle funzioni sacerdotali e dei riti del tempio e ne fanno un traffico per arricchirsi.
Entrambi, briganti e ladri, rovinano il gregge, rubano, saccheggiano e sgozzano le pecore. La religione è divenuta nelle loro mani uno strumento di tirannia per opprimere il popolo, per estorcergli il denaro e la reputazione, a vantaggio della loro cupidigia e ambizione.
Allora il pastore legittimo, Gesù, chiama le sue pecore per nome e le esorta ad abbandonare i falsi pastori che le ingannano e seguire lui nel nuovo ovile, cioè nella sua Chiesa, che è venuto a fondare. E' doloroso per le pecore abbandonare l'ovile dove sono nate e i pastori che, sebbene indegni, le hanno fino ad allora nutrite ed allevate.
Per questo Egli, il buon pastore, si mette dietro di loro e le sospinge amorevolmente fuori dal vecchio ovile, fuori dal Giudaismo.
Appena uscite, le pecore odono la sua voce e lo seguono con gioia, perché riconoscono quella voce, in quanto esse trovano nelle parole di Gesù, incastonate in una dottrina più alta e sublime e in una morale più elevata e pura, la realizzazione di quanto Mosè ed i profeti hanno annunziato nei tipi, figure e profezie.
«Questa è l'allegoria, si legge in Giovanni, che Gesù espose ai suoi ascoltatori; ma questi non compresero ciò che Egli diceva loro».
E continuando con la seconda parte dell'allegoria, Gesù spiega in qual modo Egli, il vero e legittimo pastore, esercita il suo ufficio e quali vantaggi ne avranno le pecore fedeli:
«In verità, in verità vi dico: io sono la porta delle pecore. Tutti quelli che sono entrati nell'ovile prima di me sono ladri e briganti; ma le pecore non li hanno ascoltati. Sì, io sono la porta. Chi entra mediante me nell'ovile sarà salvato, ed entrerà ed uscirà, e troverà del buon pascolo. Quando viene il ladro, esso ha un solo scopo: rubare, scannare e dare la morte. Io invece sono venute perché le pecore abbiano la vita e la vita in abbondanza».
Nell'ovile dei salvati si può entrare solo mediante la fede in Gesù e l'ubbidienza al suo insegnamento, perché egli solo è la vera porta dell'ovile, cioè della Chiesa. In essa le pecore troveranno benedizioni su benedizioni e la salvezza. Quanti vorranno entrare nel suo ovile, non mediante lui, sono dei ladri, il cui scopo è solo quello di fare del male alle pecore: sono dei falsi pastori, gonfi di tirannico egoismo in contrasto con la benevolenza e il sacrificio con cui Gesù esercita il suo ufficio.
Donde vengono a Gesù questa tenera sollecitudine e questa inalterabile abnegazione? Una parola ci rivela il segreto: Egli ama le sue pecore. Ed è questo il concetto che Egli svolge nella terza ed ultima parte della sua allegoria.
«Io sono il buon pastore: il buon pastore mette la vita per le sue pecore, Il mercenario, che non è pastore, a cui non appartengono le pecore, quando vede venire il lupo, le abbandona e si dà alla fuga, perché è mercenario e non si cura delle pecore. Io sono il buon pastore e conosco le mie pecore ed esse conoscono me, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre; e metto la mia vita per le pecore. Ho anche delle altre pecore, che non sono di questo ovile; anche quelle devo raccogliere ed esse ascolteranno la mia voce e vi sarà un solo ovile sotto un solo pastore. Per questo mi ama il Padre, perché io depongo la mia vita per pigliarla poi. Nessuno me la toglie, ma la depongo da me. Io ho potestà di deporla e ho potestà di ripigliarla. Quest'ordine ho ricevuto dal Padre mio ».
Gesù è dunque il buon pastore. A quale segno riconoscerlo? Al segno col quale si riconosce l'amore, poiché la bontà è frutto dell'amore. Or la grande prova d'amore sarà il sangue, che Egli verserà, la morte che accetterà per salvare le pecore che altrimenti perirebbero. Il buon Pastore affronta perciò il lupo, felice di cadere vittima, se può a tal prezzo salvare il suo gregge. Questo non può fare e non fa il mercenario, non essendo sue le pecore, ma facendone la guardia solo per il salario.
Come può allora il mercenario affrontare la morte, se è solo per assicurare la sua vita che se ne è fatto guardiano?. Gesù darà, tra non molti mesi alle sue pecore, questa grande prova d'amore. Ai farisei, che gli stanno dinanzi, dice chiaramente che essi sono lupi, che opprimono il popolo e lo avvelenano coi loro errori e menzogneri insegnamenti.
Ai sadducei, i quali pure sono di fronte a lui, dice che sono mercenari, che si fanno complici dei farisei per dividere con loro le spoglie del gregge disgraziato. Ad entrambi Gesù ha rimproverato e rimprovera la loro crudeltà, la loro avarizia, la loro ambizione e la loro rapacità.
Egli sa quale sarà la loro vendetta: la condanna a morte! Ma questa prospettiva non diminuisce il suo zelo, anzi lo accresce, perché sarà per lui una gioia dare la vita per le sue pecore, poiché: «Egli conosce le sue pecore e queste conoscono lui, come il Padre mi conosce e io conosco il Padre».
Come dalla mutua conoscenza che intercorre tra il Padre e il Figlio, i due sono un'unica natura ed hanno le stesse perfezioni e quindi si amano intensamente; così dalla mutua conoscenza tra Gesù, il buon Pastore, e le sue pecore, nasce in Lui l'amore che lo sollecita a dare la sua vita per il gregge che ama, e da parte loro le pecore conoscono chi veramente è il loro buon pastore, perciò lo seguono e lo amano intensamente, ubbidendogli.
Le pecore dell'ovile di Gesù non sono solo quelle in seno al Giudaismo, ma anche quelle disperse nel mondo pagano.
Esse pure Gesù deve raccogliere nel suo gregge ed esse, udito l'annunzio della sua parola, ubbidiranno. Così le pecore provenienti dal mondo dell'ebraismo e quelle provenienti da quello del paganesimo formeranno, senza più distinzione alcuna:
«un solo ovile ed avranno un unico pastore».
Chiaro è qui l'annunzio che il suo Vangelo dovrà essere annunziato a tutte le genti per essere di salvezza a tutti.
La sua morte non sarà un ostacolo alla riunione del suo gregge, bensì ne sarà la condizione, perché Egli non muore per essere vinto ma per vincere, e muore di propria elezione e volontà, per propria potenza, in forza della quale dal seno della morte ritornerà alla vita, deponendola e ripigliandola a piacimento.
Egli infatti è il Signore della sua vita e della sua morte!
Anche queste parole di Gesù furono occasione di dissenso tra i suoi ascoltatori. Infatti « molti giudei dicevano: Egli ha un demone ed è fuor di sé; perché l'ascoltate?».
Così dicevano di Lui i farisei e i sadducei presenti perché colpiti a sangue dalle parole di Gesù.
«Altri invece dicevano: Queste non sono parole di un posseduto da un demonio. E poi il demonio può aprire gli occhi a un cieco nato?».
Con questo dissenso tra i Giudei Giovanni conclude il periodo della vita di Gesù a Gerusalemme in occasione della festa delle Capanne o Tabernacoli.