La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
GESU' GUARISCE UN CIECO NATO
(Giovanni 9, 1-38)

Abbiamo veduto Gesù scomparire dal tempio, nell'ultimo giorno della festa delle Capanne o Tabernacoli, per sfuggire al furore dei seguaci del Sinedrio o Supremo Tribunale ebraico, che volevano lapidarlo per aver Egli apertamente dichiarato di essere Dio.
Mentre se ne usciva dal tempio, vede ad una delle sue porte in prossimità della piscina di Siloe (che vuol dire: Inviato) molti infermi e storpi, che imploravano la carità dei passanti. In mezzo a loro c'è un uomo cieco dalla nascita. Gesù si ferma e lo guarda, preso da compassione. Anche li apostoli, che lo seguono, guardano il poveretto, e poi, volgendosi verso Gesù gli chiedono:
«Maestro, chi ha peccato lui o i suoi genitori, per essere nato cieco?».
Questa domanda conteneva una parte di verità e una parte di errore. La verità è che essi avevano ragione di ritenere che in questo modo il male fisico, le sofferenze, le malattie e la morte siano la conseguenza del male morale, del peccato.
Ma gli apostoli avevano torto nel pensare (cosa del resto comune tra gli ebrei del tempo) che la sofferenza, il male fisico e così via siano sempre espiazione e sempre effetto di colpe attuali, di cui la vittima è personalmente responsabile. E da questo errore deriva il loro imbarazzo.
Infatti, la cecità del disgraziato è dal momento della sua nascita, prima quindi che potesse aver peccato. D'altra parte non sembrava loro giusto che un figlio innocente dovesse pagare per dei genitori colpevoli, avendo Dio detto che: « il figliuolo non porterà l'iniquità del padre; l'anima che pecca sarà quella che morrà» (Ezechiele 18, 4.20.30).
I discepoli, incapaci di risolvere l'enigma, chiedono la soluzione a Gesù, il quale risponde:
«Né lui peccò, né i suoi genitori; ma è così, affinché le opere di Dio siano rese manifeste in lui».
Questa risposta di Gesù non voleva dire che il cieco o i suoi genitori non avessero mai commesso la più leggera colpa, ma intese solo negare un rapporto tra la cecità dell'infelice e la loro colpevolezza.
Così Gesù non afferma che Dio abbia decretato prima la cecità del disgraziato e in seguito stabilito quale vantaggio ne avrebbe tratto. No, la cecità, come ogni dolore fisico e ogni male e sofferenza, sono un effetto naturale di cause fisiche che agiscono necessariamente, e che Dio non è tenuto ad arrestare, intervenendo ogni volta con un miracolo.
Tuttavia nella sua onnipotenza trae motivo da questo disgraziato per rendere visibile all'umanità il suo amore, aumentare la nostra felicità e darci la salvezza, e con ciò accrescere la sua gloria. Tale è la natura e lo scopo del dolore umano.. Gesù, di fronte a questo cieco nato a cui si accinge a dare la vista, prende occasione per affermare di essere la luce del mondo mediante il messaggio di salvezza che il Padre gli ha dato di annunziare all'umanità; messaggio che si concretizza nella rivelazione più completa della vita intima di Dio e dei suoi disegni per noi. Ecco le sue parole: « Bisogna che io compia le opere del Padre, che mi ha mandato, mentre è ancora giorno, cioè mentre sono ancora in vita; sta venendo la notte, vale a dire l'ora della sua morte, e di notte nessuno può operare. Mentre sono nel mondo, io sono la luce del mondo».
E per dimostrare praticamente questa sua missione di "essere la luce del mondo" «sputò in terra, fece del fango con della saliva e ne spalmò gli occhi del cieco: Va', lavati nella vasca di Siloe. Il cieco andò, si lavò e tornò che vedeva».
Gesù nel frattempo era scomparso. Il cieco, non sapendo dove Egli fosse andato, prese la via di casa esultante e giulivo. Il rumore del prodigio si sparse subito tra il popolo; la gente accorse da tutte le parti, lo attorniò e lo interrogò. Quanti lo avevano sempre veduto chiedere l'elemosina dicevano:
«Non è lui che stava seduto a chieder l'elemosina? E' lui, rispondevano alcuni. No, è impossibile che sia lui, è qualcuno che gli somiglia, replicavano altri. Ma, sono proprio io, diceva lui».
E tutti volevano sapere come avesse fatto ad avere la vista. Ed egli raccontava quanto « quell'uomo che si chiama Gesù» aveva fatto.
Alcuni gli chiesero dove fosse ora, ma il guarito rispose: «Non lo so!». La gente, ancora incredula e incapace di darsi una spiegazione su come il cieco nato abbia potuto avere la vista, lo conduce dai farisei per avere una soluzione del caso. Da tenere inoltre presente che era in giorno di sabato quando Gesù lo guarì. Anche i farisei chiedono al guarito come ciò sia avvenuto.
Ma, imbarazzati di fronte a un evidente miracolo, che non vogliono attribuire a potenza divina perché Gesù per loro è posseduto dal demonio, è un bestemmiatore e un trasgressore della legge, subito dicono: «Quest'uomo non è da Dio, perché non osserva il sabato».
Ma la stessa gente che li ha sentiti dire questo, ribatte: «Come può un uomo peccatore operare miracoli di tal genere?»
In questo disaccordo i farisei interrogano allora direttamente il miracolato: «Tu che cosa pensi di colui che ti ha aperto gli occhi?». E il miracolato con assoluta sincerità risponde: «E' un profeta ».
I farisei allora mettono in dubbio che egli sia stato cieco dalla nascita, e mandano a chiamare i suoi genitori per sentire la loro testimonianza.
Quei poveretti giungono subito tutti tremanti davanti ai farisei, i quali prima si accertano della identità del cieco: «E' proprio vostro figlio?». Alla loro risposta: «E' nostro figlio», cercano di accertarsi della realtà del suo malanno: «Dite che egli era cieco dalla nascita?». Alla loro ulteriore risposta affermativa, gli chiedono come è stato guarito: « Come va dunque che ora ci vede?». I genitori, che non erano stati presenti al miracolo e quindi ignoravano come fosse avvenuto, rispondono:
«Come nostro figlio ora veda, noi non sappiamo; né sappiamo chi gli abbia aperto gli occhi. Domandatelo a lui, non è più un bambino, egli saprà dirvelo ».
Fu certo una risposta poco generosa, ma comprensibile, perché essi erano presi da paura, sapendo che i capi avevano stabilito che chiunque riconosceva Gesù come Cristo fosse espulso dalla sinagoga. I farisei allora chiamano nuovamente il cieco guarito e con fare untuoso e intinto di falsa religiosità, gli dicono: « Dà gloria a Dio! Noi sappiamo che quell'uomo è un peccatore », insinuando così che Gesù non poteva compiere tali opere per virtù divina.
«Al che egli rispose: io non so se egli è un peccatore; so solo che ero cieco e ora ci vedo ».
Visibilmente sconcertati da questa risposta, i farisei, non sapendo che dire, gli ripetono la domanda già fatta: «Che ti fece egli? Come ti aprì gli occhi? ». Il povero mendicante, irritato da tanta ipocrita incredulità, rispose: «Ve l'ho già detto; non l'avete dunque udito? Perché volete che ve lo ripeta? Volete anche voi diventare suoi discepoli?».
A questo colpo diretto, il sangue ribolle nelle loro vene e la collera nei loro cuori, e dal loro orgoglio ferito esce un fiotto di ingiurie: «Essi, riferisce Giovanni, lo colmarono di oltraggi e gli dissero: Sei tu, discepolo di costui, ma noi siamo discepoli di Mosè. Noi sappiamo che Dio ha parlato a Mosè; ma quant'è a quest'uomo non sappiamo nemmeno di dove viene».
Il mendicante, senza agitarsi e affrontando minacce e collera, si fece a sua volta accusatore, dicendo: « Veramente è strano che voi, i sapienti, non sappiate da dove venga quell'uomo che mi ha aperto gli occhi. Tutti sappiamo che Dio non esaudisce i peccatori, ma, se uno è pio verso Dio e fa la sua volontà, quello Egli esaudisce. Da che mondo è mondo non s'è mai udito che uno abbia aperto gli occhi a un cieco nato. Se quest'uomo non fosse da Dio, non avrebbe potuto guarirmi».
Giammai forse la prova del miracolo è stata esposta con maggiore semplicità, forza e chiarezza. Ai farisei restò una sola risorsa, l'ingiuria e la violenza, e perciò gli dissero: «Come? Tu sei interamente nato nel peccato e ardisci dare lezione a noi? e lo cacciarono fuori», cioè lo estromisero dalla sinagoga. Gesù, avendo saputo che lo avevano cacciato dalla sinagoga, e si trattava del primo espulso per causa sua, cercò di incontrarlo, e, quando lo vide vicino, gli disse: « Credi tu nel Figliuol di Dio?».
Al suono della voce il mendicante riconobbe il suo benefattore, che non aveva ancora veduto. Non immaginava che Gesù potesse essere il Messia, sapeva però che era certamente un profeta Inviato da Dio, e pertanto non dubitò che Egli gli potesse indicare dove fosse l'attuale liberatore, perciò, in uno slancio di confidenza e d'amore, gridò: «Signore, dov'è, perché io gli creda?». Gesù lo guardò alcuni istanti in silenzio e poi affettuosamente gli disse:
«Tu desideri conoscere il Messia? Mi hai già riconosciuto e lo vedi ora dinanzi a te coi tuoi occhi guariti. Io che ti parlo sono il Messia!».
A queste parole il povero mendicante, ebbro di felicità, esclamò: «Signore, io credo, e gli si prostrò dinanzi». Aveva riconosciuto in Gesù Dio stesso e non temette di confessarLo per tale.