La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli
di Italo Minestroni
VITA PUBBLICA
GESU' L' «IO SONO»
(Giovanni 8, 52-59)
Abbiamo lasciato Gesù che, nella diatriba
sulla libertà durante la festa delle Capanne o Tabernacoli, aveva
lanciato ai suoi avversari un'ancora di salvezza con le parole: «
In verità, in verità vi dico che, se uno osserva la mia
parola, non vedrà mai la morte», promettendo a tutti
i credenti in lui, e anche ai suoi attuali nemici, qualora si fossero ravveduti,
una vita futura in cielo anche col corpo glorificato e reso per sempre al
coperto dalla morte.
Ma i farisei, che stanno dibattendo con lui,
intendono, o fingono di intendere, queste parole di Gesù, come se
Egli promettesse ai suoi discepoli di preservarli dalla morte transitoria
del corpo. Perciò esclamano: «Ora vediamo
bene che tu sei posseduto da un demonio. Abramo è morto e i profeti
sono morti. E tu, tu osi dire: Chi osserva la mia parola, non gusterà
mai la morte. Sei, dunque, più grande del nostro padre Abramo che
è morto? E dei profeti, che sono pure essi morti? Chi pretendi di
essere? ».
Gesù con tono pacato rispose: «
Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. E' mio Padre
che mi glorifica, mio Padre che voi dite essere vostro Padre. Ma voi non
lo conoscete. Io invece lo conosco, e, se dicessi di non conoscerlo, sarei
un bugiardo come voi.. Ma io lo conosco e osservo la sua parola».
In altre parole Gesù ragiona così:
Voi mi chiedete chi io pretenda di essere, ma questo lo sapete bene, perché
vi ho detto e ripetuto che io sono il liberatore promesso, l'Inviato di
Dio che deve insegnare ogni verità, che adempie in tutto la volontà
di Dio, che dico sempre la verità, verità che conosco per
averla appresa da Dio, perché conosco Dio in cui è la verità,
anzi Egli stesso è la verità. Senza dubbio. se io mi attribuissi
questi titoli, questi onori, questa conoscenza, di mia propria testa, senza
l'approvazione di Dio, sarei un bugiardo e un bestemmiatore. Così
la gloria che io rivendicherei per me, tornerebbe a mia vergogna e confusione.
Ma io vi ho detto pure che l'adempimento delle
profezie nella mia persona e i miracoli che compio sono testimonianze di
Dio in mio favore, dei segni per mezzo dei quali Egli vi mostra che, glorificandomi
in tal modo, io non vi inganno. Ma voi in tutto ciò non vedete la
mano di Dio, perché non avete la gloria di Dio, perché non
Lo conoscete o Lo conoscete male.. Voi mentite, dunque, quando affermate
di conoscerLo, come io mentirei se affermassi di non conoscerLo. Quindi Gesù
prosegue. Voi mi accusate di pormi al di sopra di Abramo, ebbene ascoltate:
«Abramo, vostro padre,
ha giubilato nella speranza di vedere il mio giorno; e l'ha veduto e se ne
è rallegrato».
Dio infatti aveva promesso ad Abramo che il
Salvatore sarebbe nato dalla sua stirpe. A questa promessa il grande patriarca
esultò con tutta l'anima, e dopo di allora la sua felicità
fu di spingere lo sguardo della sua mente nel futuro, di sognare il giorno
nel quale Dio avrebbe mantenuto la sua promessa. Orbene, questo giorno da
lui atteso e sognato è giunto.
Nella persona di Gesù è venuto
il Salvatore. Dall'altro mondo dove è, dove sopravvive, Abramo vede
appagati i suoi voti e la sua felicità è piena. Dunque, Gesù
è più grande di Abramo. I farisei, sorpresi da questa affermazione,
ricorrono all'ironia.
«Tu non hai ancora
cinquant'anni e hai veduto Abramo?». Certamente, saremmo portati
a soffermarci su questa loro espressione per porre in evidenza la loro
cecità e durezza di cuore, se essa non avesse dato motivo a Gesù
di fare la più bella, la più imponente, la più solenne
delle sue affermazioni:
«IN VERITA', IN
VERITA' VI DICO: PRIMA CHE ABRAMO FOSSE NATO, IO SONO».
La frase fa stupire, ma il suo significato appare
chiaro. Abramo non era ancora nato e già allora Gesù dice:
« IO SONO».
Ed è bene notare che Gesù non
ha detto "io ero", perché questa espressione poteva significare,
io ho cominciato ad esistere prima di lui; come pure non ha detto "io sono
stato" che poteva significare che ora non è più; ma ha detto
"io sono" per significare che Egli è un eterno presente. Ovviamente,
Gesù, come discendente di Abramo, nato dalla sua stirpe, ha un corpo
che ha cominciato ad essere nel momento della sua concezione; a questo corpo
è unita un'anima che, come tutte le anime umane, è stata creata
da Dio, quando è stata infusa nel corpo.
Ma in Gesù c'è qualcosa che esiste
prima di Abramo, c'è la sua divinità, c'è la persona
del Figlio di Dio, eterno come il Padre da cui è generato, e che
perciò esiste da prima della nascita di Abramo, da prima della creazione
dell'universo, da prima di tutte le creature, da prima di tutti i secoli,
perché è fin dall'eternità.
Dio è un eterno presente, non può
avere né inizio né fine. Dio non è stato, Dio non sarà,
Dio è. E tale è pure il suo Figlio Unigenito, generato da
Lui da tutta l'eternità. Tali sono le ricchezze contenute in questa
frase: «Prima che Abramo fosse nato, Io sono
», con cui Gesù contrappone la sua immutabile ed eterna esistenza
all'inizio dell'esistenza di Abramo.
Questa frase di Gesù richiama alla memoria
il cantico di Mosè, dove dice:
«Avanti che i monti
fossero nati e che tu avessi formato la terra e il mondo, anzi, ab eterno
in eterno, o Dio, TU SEI» (Salmo 90, 2).
Ciò ricorda pure la risposta data da
Dio a Mosè, che gli chiedeva di conoscere il suo nome:
«Il mio nome è:
IO SONO» (Esodo 3, 14).
Gesù parla il linguaggio di Dio. Una
affermazione di tale natura e solennità non può essere inventata.
Essa ci è stata tramandata mediante gli scritti del Nuovo Testamento
con la garanzia assoluta del diretto intervento dello Spirito Santo sullo
scrittore sacro.
Egli l'ha scritta, perché è stata
detta, ed è stata detta da un Dio.
I Giudei questa volta compresero. Dice infatti
il Vangelo che c'erano lì intorno mucchi di pietre destinate alla
ristrutturazione ed abbellimento del tempio, ordinati da Erode il Grande,
che i farisei andarono a prendere per lapidare Gesù come bestemmiatore,
essendosi fatto Dio. Ma, dice Giovanni: «Gesù
si nascose ed uscì dal tempio», non essendo giunta
ancora la sua ora.
E con questa solenne affermazione della sua
divinità Gesù concluse la sua lunga discussione con scribi
e farisei nel tempio in occasione della festa delle Capanne o Tabernacoli.