La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
GESU' LUCE DEL MONDO
(Giovanni 8, 12-20)

Durante la settimana della festa delle Capanne o Tabernacoli aveva luogo nel tempio, e più precisamente nel cortile delle donne israelitiche, un'altra significativa cerimonia, oltre quella dell'acqua, veduta nell'esposizione precedente. Mentre sulla gradinata di marmo centinaia di leviti stavano con i loro strumenti musicali in mano (cembali, liuti, arpe, flauti, cetre e trombe), quattro sacerdoti, al segnale delle trombe, si dirigevano ai quattro angoli del cortile, dove si innalzavano quattro giganteschi candelabri, sui quali versavano olio purissimo e ne accendevano le sedici fiaccole (quattro per ogni candelabro). Allora per tutto il cortile iniziavano processioni e danze varie, che si protraevano fino a notte inoltrata. Ad esse partecipavano i personaggi più importanti, agitando in mano le torce accese, mentre il popolo, diviso in due gruppi, cantava inni e salmi, accompagnati dagli strumenti musicali dei leviti. Ad una certa ora, quando il secondo canto del gallo annunziava l'approssimarsi del giorno, due sacerdoti, al suono delle trombe, si dirigevano verso la Porta Grande. Allora i canti e le danze cessavano, i lumi venivano spenti, la festa della notte terminava. Questa cerimonia era piena di simbolismo. Mentre da una parte ricordava la colonna di nuvole, che precedeva di giorno il popolo d'Israele nel deserto, guidandone il cammino e le soste, e che di notte si trasformava in colonna di fuoco (Esodo 13, 20-22), dall'altra annunziava nel futuro la grande luce che il Messia avrebbe diffuso su tutte le nazioni, le quali fino a quel momento, secondo la parola del profeta Isaia (9, 1), sarebbero state immerse nelle tenebre e avviluppate da ombre di morte. L'indomani di questa festa delle Fiaccole, detta anche dei Lumi, Gesù si trovava nel cortile delle donne. Vedendo i quattro candelabri spenti, se ne uscì con queste parole:
«Io sono la luce del mondo; chi mi segue non cammina nelle tenebre, ma avrà la luce della vita».
L'allusione alla illuminazione avutasi nella festa della sera precedente e alla colonna di fuoco del deserto era evidente. Nel medesimo tempo però Gesù affermava che è Lui che realizzava nella sua persona tutti i tipi e le figure messianiche. Come nel deserto la colonna di fuoco aveva guidato di notte Israele verso la terra promessa, così Gesù su questa terra, in mezzo alle tenebre accumulate dalle passioni e dal peccato, guida l'umanità verso la patria celeste. Chi lo segue ottiene con Lui la felicità e la vita eterna; chi non segue o l'abbandona finisce necessariamente nella perdizione eterna. E' follia chiedere questa luce ad altri che non sia Gesù. Egli ne è la sorgente unica e l'unico focolare. Gesù non poteva affermare più chiaramente ai giudei, che l'ascoltavano, che Egli è il Messia. Infatti, alcuni scribi e dottori presenti, lo interruppero subito dicendo:
«Tu rendi testimonianza di te stesso, e questa tua testimonianza non è vera, è inammissibile ».
Quanto quei farisei eccepivano era vero, secondo la Legge mosaica, la quale esigeva che la testimonianza di una persona fosse avallata da quella di due o tre testimoni. E Gesù lo sapeva bene. Per questo in un altro precedente incontro con loro aveva addotto a suo favore la testimonianza dei profeti, quella di Giovanni Battista, quella di Dio stesso, suo Padre, e quella dei miracoli che compiva (Giovanni 5, 31-47).
I suoi avversari però erano ostinati, per cui Gesù, rispondendo loro, afferma di nuovo senza mezzi termini e la sua divinità e la sua attendibilità. « Sì, è vero, Egli dice, io rendo testimonianza a me stesso, ma la mia testimonianza è verace, perché io so donde vengo e dove vado», volendo dire: vendo da Dio, mio Padre, e vado a Dio, mio Padre. Perciò la mia scienza è la scienza di Dio, la mia parola è la parola di Dio, ed io passo sulla terra, insegnandovi questa scienza e comunicandovi questa parola, infallibili come Dio. Si trattava di un'affermazione chiara e sufficiente, perché la luce non ha bisogno di essere illuminata, essendo essa che illumina gli altri oggetti e rende visibile se stessa.
Chi guarda con occhi sani la vede. Così è di Gesù: Egli non ha bisogna della testimonianza di alcuno e chi lo guarda con spirito retto e puro, riconosce immediatamente che Egli è l'inviato di Dio, il Messia divino.
Ciò premesso Gesù passa ad attaccare i suoi nemici: «Ma voi (dice loro) non sapete né donde io venga, né donde io vada, perché voi giudicate secondo la carne», cioè secondo concezioni e desideri delle vostre passioni più carnali, secondo una falsa interpretazione dei profeti e della legge suggeritavi dalle medesime passioni, secondo un'immagine menzognera del Messia, forgiata da voi sul modello del vostro orgoglio. E nonostante tutto questo coacervo di cattiveria e di errori, che tenevano acceso il loro odio implacabile verso Gesù, questi usa ancora una parola di infinita misericordia: «Io non giudico alcuno », cioè io non condanno nessuno.
Durante la sua vita terrena la sua missione è di salvare e di offrire perdono a tutti, anche ai più renitenti, che gli scribi e i farisei e i dottori della legge, a condizione che si decidano a rinnegare la loro incredulità.
Perché, il giudizio severo, ma provvisorio, che Egli mette in questo momento contro di loro, potrebbe un giorno diventare la sentenza definitiva, perché, aggiunge: « Quando io giudico, il mio giudizio è verace, non essendo solo, ma essendo con me anche Colui che mi ha mandato, mio Padre».
Ed essi devono accettare questa sua affermazione nel nome medesimo dei principi del diritto giuridico della legge mosaica, prendendo spunto dalla quale gli hanno mosso obiezione:
«Nella vostra legge, continua infatti Gesù, è scritto: la deposizione di due testimoni fa autorità. Ora, per me, primieramente sono io a rendere testimonianza, e poi mi rende ugualmente testimonianza Colui che mi ha mandato, mio Padre».
I due testimoni sono dunque Dio padre e Dio Figlio, e oggetto della loro testimonianza è la persona, l'insegnamento e l'opera tutta intera di Gesù, uomo e Dio. Indignati da questa affermazione, i farisei gridano: «Dov'è tuo Padre? » quasi a dire: tu lo chiami a rendere testimonianza, allora che si mostri, che parli, vogliamo sentire la sua voce, Essi però sanno bene che Gesù sta parlando di Jahweh, suo Padre che è nei cieli, e perciò la loro richiesta è ipocrita e insidiosa perché il Padre non si presterà mai alle loro diaboliche richieste. Bastano a testimoniare la Sua presenza, i fatti, le parole, i miracoli della vita di Gesù. per questo cristo dà loro una risposta che suona rimprovero acerbo per loro e nuova affermazione solenne della sua divinità: « Voi non conoscete me e tanto meno conoscete mio Padre, se mi conosceste, perciò stesso conoscereste pure mio Padre».
Infatti, il Padre di Gesù Cristo è Dio; conoscere Lui, Gesù, è perciò stesso conoscere suo padre, conoscere Dio: dunque Gesù Cristo è Dio. Consegue che se i suoi nemici possedessero la vera scienza di Dio, non disconoscerebbero in Gesù il suo Inviato.
Giovanni conclude la narrazione di questo episodio, compiacendosi di notare che Gesù pronunciò queste parole nel cortile delle donne, dove erano i recipienti per la raccolta delle offerte per il tempio, e quindi a due passi dalla sala delle deliberazioni del Supremo Tribunale ebraico, cioè del Sinedrio, e, nonostante tutte queste circostanze favorevoli per i suoi nemici, scrive:
«Nessuno lo prese, perché l'ora sua non era ancora venuta».