La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli
di Italo Minestroni
VITA PUBBLICA
CHIE E' IL MIO PROSSIMO?
(Luca 10, 25-37)
Gesù stava recandosi da Cafarnao, in
Galilea, a Gerusalemme, in Giudea, per la festa dei Tabernacoli o delle Capanne.
Siamo quindi in autunno, nel mese di Settembre.
Durante il viaggio, che richiedeva più
giorni, venendo fatto a piedi, i pellegrini facevano delle soste per mangiare
e riposarsi. Gesù, seduto, ne approfittava per esporre agli uditori,
che componevano la carovana, e desiderosi di ascoltarlo, la sua dottrina,
la più elevata e completa mai udita, la sua morale più perfetta
mai annunziata.
Un giorno, mentre parlava, si fece avanti un
dottore della legge, che gli chiese: «Maestro,
che debbo fare per avere l'eredità della vita eterna?».
L'espressione "eredità della vita eterna"
era comune nella bocca dei giudei, i quali, essendo per natura discendenti
di Abramo, per adozione il popolo prediletto di Dio, ritenevano di avere
diritto per questo doppio titolo all'eredità di Abramo, cioè
al possesso della Palestina o terra di Canaan, data da Dio al Patriarca...
e all'eredità di Dio, cioè al possesso dei suoi beni, della
sua felicità, in altri termini alla vita eterna.
In sé la domanda del dottore era degna
di lode, trattandosi di un quesito che ogni coscienza umana dovrebbe continuamente
porsi: che cosa debbo fare io per avere la vita eterna?
Ma nell'intenzione del dottore si nascondeva
un'astuzia, sperando di cogliere in fallo Gesù.
Secondo la sua abitudine in simili casi-tranello,
Gesù sventò l'astuzia, interrogando a sua volta, invece di
rispondere: «Nella legge mosaica che cosa c'è
scritto? In essa che cosa leggi tu?».
Queste parole erano la formula classica per
mezzo della quale i dottori d'Israele interrogavano gli alunni per constatare
la loro scienza e il progresso da loro fatto.
Le parti si sono dunque invertite: non è
più il dottore, che si presenta a Gesù, convinto e orgoglioso
della sua superiorità, ma maestro è Gesù che chiede
al discepolo di mostrare la sua conoscenza delle legge.
E veramente il discepolo-dottore ne uscì
con onore, perché rispose: «Nella legge
è scritto: Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con
tutta l'anima tua, con tutta la mente tua e con tutte le tue forze: e amerai
il prossimo tuo come te stesso».
«Bene, rispose
Gesù, mettilo in pratica e vivrai».
L'elogio di Gesù era lusinghiero, ma il dottore non ne fu soddisfatto,
sentendosi umiliato.
Infatti, se conosceva bene ciò che la
legge ordinava, perché porre a Gesù tale domanda?
Sentiva perciò il bisogno di giustificarsi
di fronte alla folla e, soprattutto, dimostrare che anche nella risposta
data al Signore, nonostante l'elogio che gli aveva fatto, restava un punto
oscuro da chiarire. Egli pertanto aveva avuto ragione di porre a Gesù
la domanda. Così riprese: «Chi è
il mio prossimo?», cioè chi debbo amare come me stesso?
Mai infatti a un giudeo, imbevuto di pregiudizi,
sarebbe venuto in mente di vedere il suo prossimo in un pagano e tanto meno
in un samaritano. Anzi, per un giudeo nemmeno un altro giudeo era il suo
prossimo, tanto che i farisei, che si ritenevano puri e santi, ritenevano
un abbassarsi, un macchiarsi il trattare amichevolmente gli uomini del
volgo della loro nazione.
La replica del dottore richiedeva dunque una
spiegazione. E Gesù gliela diede sotto forma di un racconto.
«Un uomo
(Egli disse) discendeva da Gerusalemme a Gerico
», distanti tra loro una ventina di chilometri e congiunte tra loro
da un sentiero di montagna poco frequentato e attorniato da rocce e monti.
A Gerico abitava un gran numero di famiglie sacerdotali
e levitiche, i cui membri andavano a turno ad adempiere il loro servizio
nel tempio di Gerusalemme, che durava una settimana.
Per quella strada impervia, solitaria, arida
e desolata, il povero viandante, un ebreo «
incappò nei briganti, che, avendolo derubato di tutto, perfino dei
vestiti, fuggirono via, lasciandolo a lato della strada coperto di ferite
e quasi morto. Di lì a poco passò per quella strada un sacerdote,
diretto o di ritorno a Gerusalemme, che, vedendo il povero ferito, girò
a largo e passò oltre. Transitò per quella via anche un levita,
che, vedendo il povero malcapitato, gli si avvicinò, lo guardò,
ma proseguì il suo cammino. Ma ecco giungere un samaritano, un nemico
dichiarato degli ebrei, che, avendo visto il disgraziato, si mosse a pietà,
nonostante fosse un nemico ebreo. Gli si avvicinò, prese cura delle
sue ferite, spargendovi un unguento di olio e di vino, lo fasciò,
quindi mise il ferito sulla sua cavalcatura e lo condusse in un albergo, dove
gli apprestò cure più idonee. L'indomani, dovendo partire per
continuare il suo viaggio, diede all'albergatore due denari, e gli disse:
Abbi cura di quest'uomo; tutto ciò che spenderai in più te lo
rimborserò al mio ritorno».
Quindi Gesù, rivolgendosi al dottore della
legge, gli chiese: «Dei tre viaggiatori, quale,
secondo te, è stato il prossimo dell'uomo caduto nelle mani dei briganti?
». «Colui che ebbe cura di lui
», rispose il dottore. E allora Gesù concluse: «
Va e fa anche tu lo stesso».
La conclusione generale, che si trae da questo
insegnamento di Gesù, è che tutti gli esseri umani debbono
riconoscere per loro prossimo i loro simili a qualunque condizione sociale
appartengano, senza badare al colore della pelle, al sesso, alla nazionalità.
In altri termini, tutti gli esseri umani sono
gli uni in rapporto con gli altri "il prossimo", e per questo tutti devono
amarsi e aiutarsi.
E' questa in tutta la sua perfezione la dottrina
dell'amore predicata da Gesù.
Se l'umanità comprendesse e praticasse
questo alto e sublime insegnamento dell'amore, nel mondo vi sarebbero meno
ingiustizie, meno cattiverie, meno spargimento di sangue, meno guerre.
Se davvero tutte queste cattive cose scomparissero
dalla terra, non vedremo questa divenire quel paradiso terrestre, che tutti
ardentemente sogniamo che sia, dove il vivere sarebbe bello e gioioso?
E non è questo ciò a cui tende
il messaggio cristiano?