La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
IL PIU' GRANDE NEL REGNO DEI CIELI
(Matteo 18, 1-14; Marco 9, 32-36.41-49; Luca 9, 46-48)

Abbiamo lasciato Gesù nella sua città, Cafarnao. Approfittò allora della quiete che gli offriva il riposo della casa, in cui si era rifugiato, per fissare il suo sguardo, che leggeva in fondo alle coscienze, sugli apostoli. Chiese dunque loro: « Di che cosa discorrevate lungo la strada?».
A questa domanda tutti si trovarono in grande imbarazzo e nessuno osava rispondere. Infine, uno di loro si fece ardito, e, come se si vergognasse, chiese al Maestro: « Chi è il maggiore di noi nel Regno dei cieli?».
Queste parole sono una confessione incompleta: l'amor proprio ne ha soppresso la parte essenziale. Infatti, camminando, gli apostoli avevano discusso tra loro la questione di sapere chi tra i dodici sarebbe il primo in quel Regno dei cieli o di Dio, che Gesù era venuto a stabilire.
La loro discussione era stata originata da due sentimenti negativi: la gelosia e l'egoismo. Per seguire Gesù ed essere al suo fianco nel regno Messianico, che avrebbe fondato, essi avevano abbandonato tutto: beni, città, professione e famiglia.
Con quali favori terreni, allora, con quali dignità Gesù avrebbe ricompensato il loro attaccamento e la loro fedeltà?
Pietro, Giacomo e Giovanni erano suoi amici prediletti. Essi solo aveva Egli fatto assistere alla resurrezione della figlia di Jairo; essi solo Egli aveva voluto come testimoni della sua gloriosa trasfigurazione sul monte.
Orbene, nel Regno, che avrebbe fondato, tutte le dignità sarebbero state riservate a questi tre privilegiati?
Prima di rispondere, Gesù si sedette come un maestro sulla cattedra. Quindi chiamò presso di sé un piccolo fanciullo, che si trovava là presente, e, mostrandolo ai dodici, disse loro:
«Se qualcuno vuol essere il primo, dovrà essere l'ultimo di tutti e il servitore di tutti ». E, prendendo il fanciullo tra le braccia, aggiunse: « In verità io vi dico: Se non mutate e non diventate come i piccoli fanciulli, non entrerete affatto nel Regno dei cieli. Chi pertanto si rende umile come questo piccolo fanciullo, è lui il maggiore nel Regno dei cieli. Dunque, colui che tra voi si rende il più umile, questi è per se stesso il più grande ».Mai orecchie umane avevano ascoltato simile linguaggio. Queste parole di Gesù tracciano la regola sulla quale si misura la vera grandezza dell'uomo, il suo valore personale, valore che non è innato in lui, ma che si acquista con molti sforzi. E questa è la regola:
«Chi vuol essere il più grande deve farsi il più piccolo, anzi l'ultimo, il servo di tutti».
Dio ci ordina di non disconoscere, negandoli o stimandoli al di sotto del loro valore, i doni ricevuti o acquisiti di cuore: l'intelligenza, la scienza, l'abilità e l'iniziativa; di non lasciarli atrofizzare, trascurando di coltivarli e seppellendoli nell'ombra dell'inerzia, ma nel tempo stesso ci avverte che dobbiamo temere le illusione dell'orgoglio, dell'amor proprio, quasi che questi doni siano da attribuirsi esclusivamente a noi, ponendo l'io al posto di Dio.
Ci ammonisce infatti mediante l'apostolo Paolo: «Che cosa hai che tu non abbia ricevuto; e, se pur l'hai ricevuto, perché ti vanti come se non l'avessi ricevuto?» (1 Corinzi 4, 7).
Perché tutto quello che abbiamo, salute, intelligenza, tranquillità familiare, buon andamento del lavoro, successo nelle nostre attività ecc., e tutto quello che siamo, tutto è dovuto a Dio e a Dio solo.
Ogni essere umano deve umilmente riconoscere ciò, se vuol avere successo nella vita.
Riconoscerci debitori a Dio di tutto quello che abbiamo e siamo, è il fondamento della vera grandezza nel Regno di Dio.
Perciò noi, non solo non abbiamo ragione di gloriarci di questi beni che Dio ci ha dati per una sua gratuita liberalità, ma dobbiamo pure avere la forza di confessare che il buon uso, che ne abbiamo fatto, e la cura che abbiamo posto nello svilupparli, quantunque frutto della nostra attività e libertà, sono altrettanti doni dovuti a Dio più che a noi, perché noi saremmo ridotti all'impotenza se Dio non avesse operato in noi «il volere e l'operare per la sua benevolenza» (Filippesi 2, 13).
Per questo Dio vuole che tutti i talenti, che ci ha dati, siano messi al suo servizio per il nostro vantaggio spirituale e morale, e al servizio dell'umanità senza ricevere il vantaggio personale, senza preoccupazione d'interesse e d'ambizione, avendo solo di mira il bene altrui per poter essere di giovamento a tutti in ogni senso e in ogni campo, anche e soprattutto in quello spirituale e morale.
Questa è la misura con cui l'occhio infallibile di Dio giudica il nostro valore e la nostra grandezza: « Chi vuol essere il primo deve farsi l'ultimo, il servo di tutti », appunto come Gesù Cristo, il novello Adamo dato da Dio all'umanità, «non è venuto per essere servito, ma per servire, e dare la sua vita qual prezzo di riscatto per l'umanità » (Matteo 20, 28).
Questa breve formula ha prodotto nel mondo, dovunque il cristianesimo è giunto, una rivoluzione più profonda di quella che potrebbero produrre il progresso delle scienze, le scoperte dell'industria e le conquiste dei popoli.
E' essa che ha fatto di tanti cristiani degli eroi dell'altruismo e del bene altrui. E' essa che ha fatto comprendere come il progresso non sta nella lotta tra uomini e tra classi, ma nella collaborazione, nella fratellanza e nell'amore.