La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli
di Italo Minestroni
VITA PUBBLICA
IL SORDOMUTO DELLA DECAPOLI
(Marco 7, 31-37; Matteo 15, 29-31)
Dopo la scena commovente e il prodigio compiuto
da Gesù sulla figlia della donna siro-fenicia, Gesù passò
la frontiera fenicia, percorse evangelizzando i dintorni di Sidone dove poi
giunse. Da Sidone, narra l'evangelista Marco, Gesù tornò verso
il mare di Galilea, attraversando la doppia catena di montagne del Libano
e dell'Antilibano e raggiungendo il centro del territorio della Decapoli,
cioè della confederazione di dieci città, tutte situate al
di là del fiume Giordano fin verso la città di Damasco.
Proprio in questa zona Gesù aveva compiuto
la prima moltiplicazione dei pani e dei pesci e aveva liberato due indemoniati.
Perciò la popolazione pagana lo ricevette con un trasporto e un entusiasmo,
che moltiplicarono i prodigi della sua bontà.
Un giorno, in cui aveva raggiunto le prime balze
di un monte e si era seduto su un piano « una
folla immensa venne a vederlo, conducendogli degli zoppi, dei ciechi, dei
muti, degli storpi e molti altri malati di ogni genere».
Gesù li guarì tutti «
talché la folla restò ammirata a vedere che i muti parlavano,
gli storpi erano guariti, gli zoppi camminavano, i ciechi vedevano
» e tutti in coro «dettero gloria all'Iddio
d'Israele», proclamandone la grande potenza.
La Decapoli, sebbene abitata da gente pagana,
apparteneva al territorio assegnato da Dio al popolo d'Israele ed entrava
perciò nella sfera d'azione del Messia, che vi si mostrò prodigo
di prodigi. Fra i molti prodigi l'evangelista Marco ne racconta uno specialmente.
Così.
I parenti di un sordomuto lo condussero da Gesù,
supplicandolo di guarirlo. Gesù prese il sordomuto in disparte, gli
mise le dita nelle orecchie e gli toccò la lingua con un po' di saliva.
Levò poi gli occhi al cielo e sospirando gli disse: «
Effatà, che vuol dire: Apriti! ». All'istante le orecchie
dell'infermo udirono, la lingua gli si sciolse e parlò distintamente.
Gesù proibì a tutti coloro che
erano stati spettatori del miracolo di parlarne con altri, «
ma più lo divietava loro (attesta Marco)
e più lo divulgavano» e più cresceva l'ammirazione.
E tutti, stupiti, dicevano: «Non vi è
alcuna cosa meravigliosa che quest'uomo non compia e non faccia alla perfezione:
egli fa parlare i muti e udire i sordi».
Queste parole della folla sono un'evidente allusione
a una profezia di Isaia riguardante il Messia, cioè proprio lui,
Cristo.
La profezia, infatti, dice: «
Dio stesso verrà e vi salverà. Allora si apriranno gli occhi
ai ciechi e le orecchie ai sordi... Allora si snoderà la lingua
dei giusti» (Isaia 35, 4-5).
Il Vangelo non dice se il miracolato fosse sordomuto
dalla nascita o se lo era diventato in seguito a un accidente. E del resto
poco importa.
Quel sordomuto, separato dal mondo esteriore
per la sua infermità, non conosceva Gesù, o almeno sapeva
solo di lui imperfettamente quello che aveva potuto intravvedere coi suoi
occhi. Inoltre, non è lui che domanda la guarigione, ma i parenti
la chiedono per lui. Egli aveva dunque bisogno di essere preparato al miracolo
che Dio gli riservava. A questo scopo hanno mirato gli atti del Salvatore,
che precedettero la sua guarigione.
Gesù aveva preso l'infermo per mano e
l'aveva condotto lontano dalla folla. Così egli comprenderà
meglio di ogni altro che Gesù, e Gesù solo, è l'unico
autore della sua liberazione.
Noi immaginiamo naturalmente la sordità
come un'ostruzione delle orecchie che impedisce al suono di entrarvi.
Gesù mette il dito in ciascun orecchio
dell'infermo, e a questo gesto il povero sordo si rende conto di ciò
che avviene e che Gesù gli sta per togliere ogni ostacolo e ridargli
l'udito.
La lingua è per noi il principale elemento
della parola, perché è l'organo di cui il pensiero si serve
per esternare le idee della mente. Il mutismo è percepito da noi come
un'immobilità della lingua e a sua volta l'immobilità si presenta
a noi come il risultato del disseccamento.
Umettando con un po' di saliva la lingua del
sordomuto, Gesù gli fa capire col suo gesto espressivo che con l'udito
egli riacquista la parola. L'infermo dovette aver compreso il beneficio che
Gesù stava per elargirgli e senza dubbio vi si dispose con atti interni
di fede e di confidenza che Gesù sempre esigeva come condizione per
i suoi divini favori.
Fu dopo aver terminato questi preparativi che
Gesù levò lo sguardo al cielo, lasciandosi sfuggire un lungo
respiro, e quindi pronunciò la parola di origine aramaica "Effathà,
cioè; Apriti!". Immediatamente il sordomuto sentì e parlò.
La folla si entusiasmò.
Tutte le opere di Gesù sono buone, perfettamente
buone, tutte ispirate dal suo cuore e dal suo amore per noi. Ma quel sospiro
di tristezza, che Gesù emette al momento di compiere il prodigio di
sanare il povero sordomuto, è un sospiro per tutto il genere umano,
per ciascuno di noi.
Povera natura umana! Uscita dalle mani del Creatore
così bella, così grande e così pura, ed ora, purtroppo,
tanto avvilita, sfigurata, insozzata dal peccato!
Ma l'ora della salvezza è giunta con Gesù.
Egli riparerà le nostre rovine, sanerà le nostre piaghe, renderà
forza e bellezza alle anime nostre, metterà nei nostri corpi un germe
d'immortalità e di resurrezione.
E compirà quest'opera alla perfezione,
come tutte le altre, pur dovendogli costare il suo sacrificio sulla croce,
il versamento di tutto il suo sangue per lavare le nostre brutture, per
ridarci la salute, per far rinascere in noi la vita.