La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
MOLTIPLICAZIONE DEI PANI
GESU' CAMMINA SUL MARE; IL DISCORSO SUL PANE DI VITA
(Giovanni 6, 1-71; Marco 6, 30-56; Matteo 14, 13-36; Luca 9, 10-17)

Dopo la sua seconda visita a Nazareth, anch'essa dall'esito infruttuoso, Gesù torna a Cafarnao.
Un mattino, agli apostoli ritornati tutti entusiasti dalla loro missione di predicazione che «gli riferivano tutto quello che avevano fatto e insegnato», dice: « Venitevene ora in disparte, in luogo solitario, e riposatevi un po' », perché era « tanta la gente che andava e veniva, che essi non avevano neppure tempo di mangiare».
Così dicendo, li conduce sulla riva del lago, sale con essi su una barca e ordina di dirigersi verso l'altra sponda del lago. Ma la gente, che l'aveva veduto dirigersi verso il lago per attraversarlo, prende subito la stessa direzione, ma per via terra, costeggiando il lago, onde ottenere la guarigione dei malati ed altri favori materiali. Durante il cammino la folla ingrossò sempre più, perché era prossima la Pasqua dei Giudei, e le comitive dirette a Gerusalemme, non persero tempo per unirsi alla gente che seguiva il Maestro. Sbarcato sull'altra riva, Gesù raggiunge un prato fresco e ombroso, e si mette a parlare con gli apostoli, seduto su un poggio. Ad un tratto leva gli occhi e nella pianura vede ammucchiata una folla immensa; dice il Vangelo, cinquemila uomini senza contare le donne e i bambini.
«Gesù ne ebbe compassione, perché erano come pecore che non hanno pastore; e si mise ad insegnare loro molte cose».
Gesù stava ancora parlando, quando sopraggiunse la prima sera (come dicono gli ebrei), che va dalle ore tre alle sei. Gesù allora si ferma, e, rivoltosi all'apostolo Filippo, gli dice:
«Ove trovare del pane per nutrire tutta questa gente?», la quale si trovava senza viveri, non avendo previsto di trascorrere tutta la giornata vicina a Gesù. Filippo risponde:
«Duecento denari di pane non basterebbero per sfamarli tutti». Gesù non insiste; lascia a tutti il tempo di riflettere. Inquieti, i dodici apostoli si avvicinano a Lui, mentre il sole sta declinando, e gli dicono:
«Questo luogo è deserto ed è già tardi; licenziali affinché vadano per le campagne e villaggi d'intorno a comprarsi qualcosa da mangiare ».
La circostanza sembra esigere un miracolo e Gesù «sapeva bene quel che stava per fare », per cui cerca di insinuare agli apostoli di chiederglielo:
«Date voi loro da mangiare (dice, ed essi di rimando). Andremo noi a comprare per duecento denari di pane e daremo loro da mangiare? Ma duecento denari di pane non bastano perché ciascuno di loro ne abbia un pezzetto ».
Allora Gesù, troncando ogni perplessità, dice: «Quanti pani avete? Andate a vedere ». Di lì a poco, accertatisi, torna l'apostolo Andrea e gli dice: «V'è qui un ragazzo che ha cinque pani d'orzo e due pesci; ma che cosa sono per tanta gente? Portatemeli (dice semplicemente Gesù) e fateli sedere sull'erba, e si sedettero a gruppi di cento e di cinquanta». Poi Gesù «preso i cinque pani e i due pesci, benedisse e spezzò i pani e li dava ai discepoli, affinché li mettessero dinanzi alla gente; e spartì pure i due pesci fra tutti ». Quando furono sfamati tutti a sazietà, Gesù disse agli apostoli: «Raccogliete i pezzi avanzati, che nulla se ne perda». Gli apostoli raccolsero « e si portarono via dodici ceste piene di pezzi di pane e anche i resti dei pesci».
La gente, visto il miracolo che Gesù aveva fatto, diceva: «Questi è il profeta che ha da venire nel mondo» e lo voleva « rapire per farlo re». Ma Gesù scomparve, ritirandosi sul monte tutto solo, a pregare, dicendo agli apostoli che, dopo aver licenziato le folle, risalissero in barca e lo precedessero all'altra riva verso Betsaida. Era già notte avanzata quando gli apostoli, saliti sulla barca presero il largo. Avevano atteso inutilmente Gesù, che pregava da solo sul monte. Verso le tre del mattino avevano percorso solo cinque o sei chilometri di lago, perché il vento era contrario e la barca sbattuta dalle onde, quando gli apostoli, nell'incerto chiarore dell'alba incipiente, vedono avanzare sul lago un'ombra, simile a una figura umana.
«E' un fantasma, dissero! E dalla paura gridarono».
Ma subito Gesù, per tranquillizzarli, disse loro:
«State di buon animo, sono io; non temete!».
Pietro allora in uno dei suoi impeti di entusiasmo, di slanci generosi, dice a Gesù:
«Signore, se sei tu; comandami di venire a te sulle acque. Vieni» (risponde Gesù).
E Pietro si cala dalla barca sull'acqua e, tenendo gli occhi fissi su Gesù, cammina sulle onde divenute solide sotto i suoi piedi. Ad un tratto distrasse il suo sguardo da Gesù, vedendo i cavalloni sollevati dal vento, e si distrasse. «Signore, salvami», gridò allora. Gesù stese la sua mano, lo afferrò e lo riportò a galla, quindi rimproverandolo dolcemente gli disse: « O uomo di poca fede, perché hai dubitato? ».
Poi Gesù e Pietro salirono sulla barca e gli apostoli, che erano stati testimoni della scena, si prostrarono dinanzi a Gesù dicendogli: «Veramente tu sei il Figliuolo di Dio!».
La folla che Gesù aveva sfamato rimase la notte a riposarsi sul luogo del miracolo, avendo notato che Gesù non era partito in barca con gli apostoli. Pertanto, fattosi giorno, si mise a cercarlo, ma non trovandolo, salì su alcune barche che erano giunte da Tiberiade, per raggiungere Cafarnao in cerca di Gesù. Quando lo trovarono gli dissero: «Maestro, come sei giunto qua?». Gesù, che leggeva nel loro animo, non rispose alla loro domanda, ma disse loro:
«In verità, voi mi cercate non perché avete veduto miracoli, ma perché avete mangiato dei pani e siete stati saziati».
E allora cercò di far loro capire che i pani moltiplicati sono figura di un alimento assai più mirabile:
«Adoperativi non per il cibo che perisce, ma per il cibo che dura in vita eterna, che il Figliuol dell'uomo vi darà; poiché su lui il Padre ha apposto il proprio suggello»; i8n altre parole Gesù dice loro di non essere disceso dal cielo per recare loro dei beni terreni, un regno simile ai regni umani, non per dare loro una vita terrena piena di piaceri e di onori, di gioie e feste, di oro e d'argento, ma per dare una vita immortale alle loro anime, fondata sulla fede e sull'amore. E per questa vita immortale occorre un alimento immortale e imperituro. La folla interrompe Gesù, dicendogli:
«Che dobbiamo fare per operare le opere di Dio?» e ottenere così questa vita immortale.
Gesù risponde loro: « Questa è l'opera di Dio: che crediate in Colui che Egli ha mandato », cioè in me, seguendomi senza riserve. Queste esigenze del Maestro eccitano la suscettibilità e le gelosie dei dottori della legge e dei farisei, che gli dicono:
«Qual segno fai tu dunque perché lo vediamo e ti crediamo? Che operi?». I nostri padri hanno creduto e noi crediamo a Mosè perché per quarant'anni ci ha dato la manna del deserto, ma in te per quale motivo dobbiamo credere? Gesù rispose loro:
«Non fu Mosè a darvi il pane che viene dal cielo, ma il Padre mio vi dà il vero pane che viene dal cielo, perché il pane di Dio è quello che scende dal cielo e dà la vita al mondo».
Queste parole di Gesù, sebbene molto chiare nel loro significato spirituale, non sono comprese dai suoi interlocutori, che hanno la mente piena di cose terrene, e perciò gli dicono:
«Signore, dacci sempre di codesto pane». Allora Gesù, raccolto in se stesso, con voce grave e maestosa dice chiaramente: « Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà mai fame, e chi crede in me non avrà mai sete», dando inizio con queste parole al celebre discorso sul "Pane di vita", in cui in due parti armoniche sviluppa il concetto che Egli solo è il vero pane di vita disceso dal cielo, al quale occorre accostarsi con umile fede.
Il credente si appropria così della vita che emana Cristo e si nutre di Lui, vero pane vivificante.
Nella prima parte del suo discorso (Giovanni 6, 35-48) Gesù pone l'accento su un unico tema: la fede.
Per mezzo della fede si va infatti a Cristo e ci si nutre di Lui in modo da non dover più patire fame e sete:
«Chi viene a me non avrà più fame e chiunque crede in me non avrà mai sete », e la vita che la fede in Lui dà, è la vita eterna. Per ben tre volte (vers. 39-40-44) con le parole « Io lo risusciterò nell'ultimo giorno», Gesù chiarisce che la vita eterna da lui recata avrà la sua realizzazione piena e completa nel giorno finale della resurrezione di tutti i credenti. Eppure proprio tale fede nel Cristo, sceso dal cielo, costituiva il massimo ostacolo e la più grossa pietra d'inciampo per gli Ebrei, a conoscenza della sua oscura vita nella borgata di Nazareth in casa di un falegname e con una famiglia di miseri lavoratori. Essi perciò avevano a disposizione il pane della vita eterna eppure rifiutavano di appropriarsene, cioè, con un'espressione semitica, di mangiarselo.
Proprio per questo nella seconda parte del suo discorso (vers. 48-58), Gesù insiste sulla necessità improrogabile e insostituibile di mangiare quel cibo. Riprende pertanto Gesù dicendo che Lui può dare la vita, perché Egli, a differenza della manna, è un pane "vivente": «Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di codesto pane vivrà in eterno».
E dal termine "vivente" Gesù trae tre conseguenze, così riassunte:
«In verità, vi dico che, se non mangiate la carne del Figliuol dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna... Dimora in me e io in lui... Chi mangia vivrà anch'egli a cagione di me... Il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Queste espressioni realistiche vanno inquadrate nel modo figurato del parlare semitico.
Innanzi tutto l'espressione "mangiare la carne e bere il sangue" di Gesù: "carne e sangue" erano per gli ebrei i due elementi costitutivi d'ogni persona nella sua fase terrena, quale allora era vissuta da Gesù.
Quindi l'espressione significa che Gesù è una persona umana dotata di vita e che occorre accettare totalmente la sua persona. Tale accettazione totale della persona di Gesù, composta di "carne e sangue", poteva quindi essere raffigurata con la metafora del "mangiare e bere". Un ebreo, abituato al linguaggio figurato della Bibbia, poteva ben capire che con tale espressione Gesù voleva inculcare nel modo più categorico la necessità di accogliere per fede la sua persona. Le due espressioni, oppure i due atti, del "mangiare la carne e bere il sangue" equivalgono quindi al pronome personale "me" e al termine "questo pane" e perciò indicano il Cristo concreto e mortale. Difatti Gesù dice:
«Chi mi mangia vivrà anch'egli a cagion di me... Chi mangia di questo pane vivrà in eterno ».
L'ultimo concetto del discorso di Gesù è che Egli è sorgente di vita proprio perché si consacra alla morte per la salvezza del genere umano.
«E il pane che io darò è la mia carne, che darò per la vita del mondo » (vers. 51). Gesù per divenire sorgente di vita, deve prima essere sacrificato. Il che avverrà sulla croce. Con le sue parole, quindi, Gesù invitava i suoi contemporanei a trovare la vita, non per mezzo del mangiare la carne e bere il suo sangue realmente, ma per mezzo della fede nella sua persona e nel suo sacrificio redentore. Gli stessi apostoli non compresero il vero significato delle parole di Gesù, e gli dissero: «Questo parlare è duro; chi lo può ascoltare?». Gesù, per impedire che essi continuassero a parlottare tra loro, disse: «Questo vi scandalizza? E che sarebbe se vedeste il Figliuol dell'uomo ascendere dov'era prima? ».
E per metterli sulla giusta strada della buona comprensione del suo discorso, aggiunse:
«E' lo spirito quel che vivifica; la carne non giova a nulla; le parole che vi ho detto sono spirito e vita». Da allora, non solo molti suoi discepoli si ritrassero da Lui, ma c'era anche tra gli apostoli qualcuno (Giuda) che non credeva, per cui Gesù disse ai dodici, senza ritrattare una virgola di quanto aveva detto nel discorso: «Non ve ne volete andare anche voi?».
Fu Pietro anche questa volta a rispondere: « Signore, a chi ce ne andremo noi? Tu hai parole di vita eterna; e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio».