La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
LA MORTE DI GIOVANNI IL BATTEZZATORE
(Marco 6, 12-29; Matteo 14, 1-12; Luca 9, 7-9)

La missione di Giovanni il Battezzatore volgeva al termine. Aveva portato alla fine il suo compito di preparare gli Ebrei, prima alla imminente comparsa e poi alla presenza del Messia.
Infatti, dopo avergli impartito il battesimo, l'aveva additato come «l'Agnello di Dio che toglie il peccato dal mondo», e aveva cercato con insistenza di far convergere su Gesù l'attenzione e la fede dei suoi numerosi discepoli e dello stesso popolo ebraico.
Ma la sua austerità e cristallina purezza, con cui flagellava i vizi e smascherava tutte le ipocrisie degli uomini del suo tempo, lo avevano portato a gridare forte contro il re Erode Antipa: « Non t'è lecito di tenere la moglie di tuo fratello».
Erode Antipa, succeduto al padre Erode il Grande come tetrarca della Galilea e della Perea, aveva conosciuto quella donna, di nome Erodiade, a Roma in casa del fratello Erode Filippo, quando vi si era recato per assicurarsi l'amicizia e il favore dell'imperatore romano e ottenere l'approvazione della sua elezione a re.
Erodiade, oltreché sua cognata, era anche sua nipote, in quanto figlia di un altro suo fratello, cioè Aristobulo.
Entrambi, Erode Antipa ed Erodiade, pieni di ambizione, di sete di potere e privi di ogni senso morale, decisero di legare le loro vite, abbandonando suo marito Erode Filippo alla sua vita privata di Roma, e lui ripudiando moglie e figlia del re Nabatei Areta IV.
Giunti in Palestina, la loro unione incestuosa e illegittima divenne il bersaglio della predicazione di Giovanni. Il suo rimprovero: "Erode non t'è lecito!" risuonava ai quattro venti, suscitando l'indignazione e la disapprovazione del popolo contro il re.
Erodiade specialmente, mal sopportava di essere continuamente additata alla esacrazione del popolo, e faceva continue pressioni presso il re Erode, perché facesse tacere quella voce arrestando e imprigionando Giovanni.
Erode, sebbene seccato di quel continuo "non ti è lecito", non se la sentiva di seguire il consiglio della donna, «perché aveva soggezione di Giovanni, sapendolo uomo giusto e santo, e lo proteggeva; dopo averlo udito era molto perplesso e l'ascoltava volentieri».
Ma la sua resistenza un giorno venne meno  e lo fece rinchiudere in una delle segrete del castello reale a Macheronte, al di là del mar Morto, che era una delle sue residenze reali, chiamata dal popolo "la fortezza nera". Giovanni stette rinchiuso nella prigione alcuni mesi, durante i quali potè ricevere continue visite dai suoi discepoli, mentre Erodiade continuava a fare pressioni sul re « per farlo morire». Ma Erode si rifiutava sempre.
Ora, in occasione dell'anniversario della sua nascita e della sua ascesa al trono, Erode volle dare un gran ricevimento nella fortezza di Macheronte, avendo invitato al banchetto solenne « i grandi della sua corte, i capitani e i principi della Galilea » e della Perea.
Il banchetto stava per giungere alla fine tra l'allegria e lo sguardo compiaciuto del re e di tutti gli invitati, quando entrò nella sala una ragazza ventenne, che, fermatasi davanti al re e salutandolo con un inchino, diede inizio alle danze.
La giovine era la figlia di Erodiade e del marito Erode Filippo. La madre, Erodiade, l'aveva convinta a danzare quel giorno in onore del re, sapendo che quell'essere voluttuoso, che già stava circuendo la giovane per farla cedere alle sue voglie, ne sarebbe rimasto incantato e sarebbe stato disposto ad accontentarla qualunque cosa ella gli avesse chiesto.
Dicono che si chiamasse Salomè, sebbene i Vangeli tacciano il suo nome.
La danza «piacque ad Erode e ai commensali», suscitando in loro, e specialmente nel re, perché è in onore suo che ella danza, è a lui che offre questo regalo, l'ebbrezza della voluttà.

Quando la danzatrice termina la sua danza, si ferma davanti al re, che, fremente di lussuria e d'orgoglio, dice con voce forte alla giovane, in modo da essere sentito in tutta la sala:
«Chiedimi quello che vuoi e te lo darò. E le giurò: Ti darò quel che mi chiederai; fin la metà del mio regno». La giovane resta interdetta, non sa che chiedere.
Corre dalla madre per consiglio, dicendo: « Che chiederò?». La madre, colta la palla al balzo, le rispose: «La testa di Giovanni Battista ». La giovane «rientrata subito frettolosamente dal re», così fece la sua richiesta: « Voglio che sul momento tu mi dia in un piatto la testa di Giovanni Battista ».
Narra Marco nel suo Vangelo che « il re fu grandemente rattristato» della richiesta, preso da paura per il delitto che certamente avrebbe provocato sollevazioni e malumore tra il popolo.
«Ma a motivo dei giuramenti fatti e dei commensali», che avevano udite le sue parole, «non volle dirle di no».
Erode «mandò subito una guardia con l'ordine di portargli la testa di Giovanni. E quegli andò, lo decapitò nella prigione, e ne portò la testa in un piatto; e la dette alla fanciulla, e la fanciulla la dette a sua madre ».
Questa, la fine tragica di Giovanni il Battezzatore, vittima di un re crudele e immorale e di una donna disonesta e intrigante. «I discepoli di Giovanni, udita la cosa, andarono a prendere il suo corpo e lo deposero in un sepolcro»