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di Italo Minestroni
La missione di Giovanni il Battezzatore volgeva
al termine. Aveva portato alla fine il suo compito di preparare gli Ebrei,
prima alla imminente comparsa e poi alla presenza del Messia.
Infatti, dopo avergli impartito il battesimo,
l'aveva additato come «l'Agnello di Dio che
toglie il peccato dal mondo», e aveva cercato con insistenza
di far convergere su Gesù l'attenzione e la fede dei suoi numerosi
discepoli e dello stesso popolo ebraico.
Ma la sua austerità e cristallina purezza,
con cui flagellava i vizi e smascherava tutte le ipocrisie degli uomini del
suo tempo, lo avevano portato a gridare forte contro il re Erode Antipa:
« Non t'è lecito di tenere la moglie di
tuo fratello».
Erode Antipa, succeduto al padre Erode il Grande
come tetrarca della Galilea e della Perea, aveva conosciuto quella donna,
di nome Erodiade, a Roma in casa del fratello Erode Filippo, quando vi si
era recato per assicurarsi l'amicizia e il favore dell'imperatore romano
e ottenere l'approvazione della sua elezione a re.
Erodiade, oltreché sua cognata, era anche
sua nipote, in quanto figlia di un altro suo fratello, cioè Aristobulo.
Entrambi, Erode Antipa ed Erodiade, pieni di
ambizione, di sete di potere e privi di ogni senso morale, decisero di legare
le loro vite, abbandonando suo marito Erode Filippo alla sua vita privata
di Roma, e lui ripudiando moglie e figlia del re Nabatei Areta IV.
Giunti in Palestina, la loro unione incestuosa
e illegittima divenne il bersaglio della predicazione di Giovanni. Il suo
rimprovero: "Erode non t'è lecito!" risuonava ai quattro venti,
suscitando l'indignazione e la disapprovazione del popolo contro il re.
Erodiade specialmente, mal sopportava di essere
continuamente additata alla esacrazione del popolo, e faceva continue pressioni
presso il re Erode, perché facesse tacere quella voce arrestando e
imprigionando Giovanni.
Erode, sebbene seccato di quel continuo "non
ti è lecito", non se la sentiva di seguire il consiglio della donna,
«perché aveva soggezione di Giovanni,
sapendolo uomo giusto e santo, e lo proteggeva; dopo averlo udito era molto
perplesso e l'ascoltava volentieri».
Ma la sua resistenza un giorno venne meno
e lo fece rinchiudere in una delle segrete del castello reale a Macheronte,
al di là del mar Morto, che era una delle sue residenze reali, chiamata
dal popolo "la fortezza nera". Giovanni stette rinchiuso nella prigione
alcuni mesi, durante i quali potè ricevere continue visite dai suoi
discepoli, mentre Erodiade continuava a fare pressioni sul re «
per farlo morire». Ma Erode si rifiutava sempre.
Ora, in occasione dell'anniversario della sua
nascita e della sua ascesa al trono, Erode volle dare un gran ricevimento
nella fortezza di Macheronte, avendo invitato al banchetto solenne «
i grandi della sua corte, i capitani e i principi della Galilea
» e della Perea.
Il banchetto stava per giungere alla fine tra
l'allegria e lo sguardo compiaciuto del re e di tutti gli invitati, quando
entrò nella sala una ragazza ventenne, che, fermatasi davanti al re
e salutandolo con un inchino, diede inizio alle danze.
La giovine era la figlia di Erodiade e del marito
Erode Filippo. La madre, Erodiade, l'aveva convinta a danzare quel giorno
in onore del re, sapendo che quell'essere voluttuoso, che già stava
circuendo la giovane per farla cedere alle sue voglie, ne sarebbe rimasto
incantato e sarebbe stato disposto ad accontentarla qualunque cosa ella
gli avesse chiesto.
Dicono che si chiamasse Salomè, sebbene
i Vangeli tacciano il suo nome.
La danza «piacque
ad Erode e ai commensali», suscitando in loro, e specialmente
nel re, perché è in onore suo che ella danza, è a
lui che offre questo regalo, l'ebbrezza della voluttà.
Quando la danzatrice termina la sua danza,
si ferma davanti al re, che, fremente di lussuria e d'orgoglio, dice con
voce forte alla giovane, in modo da essere sentito in tutta la sala:
«Chiedimi quello
che vuoi e te lo darò. E le giurò: Ti darò quel che
mi chiederai; fin la metà del mio regno». La giovane resta
interdetta, non sa che chiedere.
Corre dalla madre per consiglio, dicendo: «
Che chiederò?». La madre, colta la palla al balzo,
le rispose: «La testa di Giovanni Battista
». La giovane «rientrata subito frettolosamente
dal re», così fece la sua richiesta: «
Voglio che sul momento tu mi dia in un piatto la testa di Giovanni Battista
».
Narra Marco nel suo Vangelo che «
il re fu grandemente rattristato» della richiesta, preso
da paura per il delitto che certamente avrebbe provocato sollevazioni e
malumore tra il popolo.
«Ma a motivo dei
giuramenti fatti e dei commensali», che avevano udite le sue
parole, «non volle dirle di no».
Erode «mandò
subito una guardia con l'ordine di portargli la testa di Giovanni. E quegli
andò, lo decapitò nella prigione, e ne portò la testa
in un piatto; e la dette alla fanciulla, e la fanciulla la dette a sua
madre ».
Questa, la fine tragica di Giovanni il Battezzatore,
vittima di un re crudele e immorale e di una donna disonesta e intrigante.
«I discepoli di Giovanni, udita la cosa, andarono
a prendere il suo corpo e lo deposero in un sepolcro»
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