|
|
di Italo Minestroni
Gesù ritenne giunto il momento di
lasciare un po' Cafarnao, in cui aveva posto il suo soggiorno ordinario dall'inizio
del suo pubblico ministero, per visitare di nuovo Nazareth, la sua patria,
il luogo dove aveva trascorso quasi trent'anni, dove abitavano sua madre,
i suoi fratelli e le sue sorelle, dove nella bottega del padre Giuseppe
aveva lavorato da carpentiere o falegname per tutti quegli anni. Non dimenticava
che la sua precedente visita alla città diciotto mesi prima, all'inizio
del suo ministero pubblico, era stata molto burrascosa, perché i
concittadini si erano rifiutati di accettarlo come Messia e non avevano dato
ascolto al suo monito sui castighi che gravavano sugli increduli.
Allora una folla furibonda l'aveva trascinato
fino alla sommità della roccia, che domina la città, per
precipitarlo giù, ma Egli era prodigiosamente scampato alla morte
con l'eclissarsi dalla loro vista. Ora però le circostanze erano
cambiate. La sua fama si era largamente diffusa. Tutti parlavano del dottore,
del profeta, del taumaturgo. Gli abitanti di Nazareth si sentivano fieri
del loro compatriota. E Gesù approfitta di questa loro felice disposizione
per offrire loro una seconda volta la salvezza.
Il giorno di sabato, all'ora del sevizio religioso,
si reca alla sinagoga, gremita di gente. All'invito del presidente dell'assemblea,
Gesù sale alla tribuna, spiega il rotolo della Legge e dei profeti,
che l'hazzan o sacrista gli ha offerto, legge i versetti stabiliti in quel
giorno, ripiega il rotolo «e si mise ad insegnare
», a spiegare cioè il testo che ha letto. I suoi uditori
sono profondamente stupiti del suo insegnamento e vanno dicendo tra loro:
«Donde ha costui
queste cose? E che sapienza è questa che gli è data? E che
cosa sono cotali opere potenti fatte per mano sua? Non è costui il
figlio del falegname e falegname lui stesso? Sia madre non si chiama ella
Maria e i suoi fratelli, Giacomo, Giuseppe, Simone e Giuda? E le sue sorelle
non sono tutte fra noi? Donde dunque vengono a lui tutte queste cose? E si
scandalizzavano di lui».
Per gli abitanti di Nazareth, quindi, Gesù
è piuttosto oggetto di scandalo, perché non se la sentono
di ammettere che quell'uomo di così umili origini è il Messia
atteso, e perciò gli negano ancora la loro stima e fiducia.
Questa loro incredulità colpisce il cuore
di Gesù, il quale, rivolgendosi a loro con parole di bontà
ma ferme, dice: «Un profeta non è sprezzato
che nella sua patria e nella sua famiglia». E non potè
compiere in mezzo a loro «molte opere potenti
a cagione della loro incredulità». Quindi lasciò
ancora Nazareth con grande delusione e amarezza.
Questo episodio del Vangelo ci suggerisce due riflessioni:
La prima: Gesù è detto "il figliuol del falegname", perché certamente Egli aiutò il padre nel suo lavoro, mostrando così come davanti a Dio non c'è lavoro che non sia onorifico. Tutti i lavori hanno la stessa dignità, purché fatti con onestà;
La seconda: ci viene suggerita dal comportamento degli abitanti di Nazareth. Gesù si presenta a loro come il Messia, dopo aver dimostrato questa sua qualifica con una dottrina meravigliosa e con una sapienza prodigiosa, come gli stessi Nazaretani ammettono, e dopo aver compiuto miracoli portentosi, la cui fama era giunta a loro conoscenza. Sarebbe stato loro facile perciò dire: Sì Gesù è veramente il Messia, l'Inviato di Dio, che parla ed opera per bocca Sua e mediante le Sue mani.
Purtroppo, è un ragionamento che essi
non hanno fatto, perché l'accettare o il rifiutare Cristo non è
stata per loro una questione d'intelligenza e di verità, ma di sentimento
e di interesse.
Insomma, non l'hanno accettato e l'hanno respinto
unicamente perché è il figlio di un falegname.
E' stato certo un pretesto, un pretesto frivolo,
ma benevolo per loro perché lusingava i loro pregiudizi e le loro
passioni.
|
|
|
|
|
|
|