La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
GESU' E IL SEGNO DEL PROFETA GIONA
(Matteo 12, 38-45; Luca 11, 29-32)

I nemici di Gesù, compresa la difficile situazione in cui erano stati da Lui cacciati con la sua risposta all'accusa di cacciare i demoni in nome di Beelzebul, cercano di essere salvati da alcuni scribi e farisei più audaci del loro gruppo, i quali accostandosi a Gesù, gli chiedono: «Maestro, noi vorremmo vederti operare un segno», cioè un miracolo, ma non di quelli soliti sugli ammalati e indemoniati, ma un miracolo che tronchi ogni dubbio e ogni esitazione su Te, un miracolo veramente divino.
Considerata in se stessa, questa domanda poteva ritenersi giusta e ragionevole in bocca a dei giudei, sapendo essi che l'Inviato di Dio doveva fornire le prove della sua divina missione.
Tuttavia nel caso particolare essa era colpevole per più motivi: per il tono arrogante con cui era formulata, non come un invito cortese, come una preghiera, ma come un ordine imperioso; per la incredulità che la ispirava, perché Gesù aveva già risuscitato un morto, guarito ammalati di ogni specie e senza numero, e liberato molti ossessi con una semplice parola, con un semplice tocco; e anche per l'ipocrisia che l'accompagnava, nascondendo essa non il desiderio di voler conoscere e seguire la verità, ma di tendere un'insidia, in quanto, se Gesù avesse accondisceso al loro volere, essi non avrebbero mancato di attribuire il miracolo a Satana, mentre, se non vi avesse accondisceso, come segretamente essi speravano, allora tutta la gente avrebbe veduto chiaramente che Egli non era altro che un impostore, un bestemmiatore.
Gesù diede loro una risposta, che tuttora è fresca della sua attualità: « Questa generazione malvagia e adultera chiede un segno; e un segno non le sarà dato, tranne il segno del profeta Giona. Poiché come Giona stette nel ventre del pesce tre giorni e tre notti, così starà il Figliuol dell'uomo nel cuore della terra tre giorni e tre notti ».
Tutti conoscono la storia del profeta Giona (narrata nel libro profetico omonimo), un galileo vissuto otto secoli avanti Cristo. Dio gli ordinò di recarsi nella città di Ninive, capitale del regno dell'Assiria, per predicare il ravvedimento ai suoi dissolutissimi abitanti. Ma Giona, spaventato dalla fatica e dal pericolo, e forse anche per odio contro gli Assiri, nemici giurati della sua patria, non ubbidì, e, invece di recarsi a Ninive, s'imbarcò nel porto di Joppe (l'attuale Giaffa) su una nave in partenza per il Mediterraneo occidentale in rotta per la Spagna. Durante la navigazione, una furiosa tempesta mise la nave in pericolo di naufragio. I marinai, spaventati dalla furia del mare, pensarono che la tempesta fosse scatenata dal cielo per punire qualcuno della nave, reo di qualche grave delitto. Secondo il costume del tempo, tirarono allora le sorti per scoprire il colpevole, e la sorte indicò Giona.
Subito si liberarono di lui, gettandolo in mare. E subito il furore della tempesta cessò. Ma Giona venne ingoiato da un grosso pesce, che se lo tenne nel ventre tre giorni e tre notti, finché lo vomitò sano e salvo sulla riva.
Dio allora rinnovò l'ordine a Giona, il quale questa volta ubbidì; andò a Ninive, vi predicò la necessità del ravvedimento, la popolazione credette alla sua predicazione e la città fu salva.
E' facile comprendere che Gesù con questa sua risposta non rifiutò di compiere in futuro dei miracoli, ed infatti ne compì fino all'ultimo giorno della sua vita. Ciò che egli rifiutò fu di compiere un prodigio che non sarebbe servito ad altro che aggravare la colpa di chi glielo aveva domandato.
Tuttavia Gesù diede un segno, un miracolo ai Giudei a prova della sua divina natura e della divina sua missione: un segno, di cui la storia del profeta Giona fu la figura profetica; un segno di cui gli stessi scribi e farisei presteranno al Signore la materia e l'occasione; un segno, che essi vedendo non potranno mettere assolutamente in discussione, perché sarà di tal natura che né angelo, né uomo, né demone, né creatura alcuna avrebbe mai potuto concepire con le sue proprie forze.
Sarà un segno o un miracolo di una tale evidenza e di un tale splendore che essi, i Giudei, dovranno o crederlo e avere perdono e salvezza, o negarlo e attirare su loro e sull'infelice loro patria, quarant'anni più tardi, la completa rovina.
Tale segno sarà la sua gloriosa resurrezione!
Essa sarà la prova somma a dimostrazione che Egli è il Figlio vero di Dio, il Messia inviato da Dio, il Redentore del mondo.
Perciò Gesù poteva conchiudere le sue parole, sottolineando la grave responsabilità che i Giudei si assumevano con la loro incredulità.
Nel giorno del giudizio finale Giudei ed abitanti di Ninive staranno di fronte al tribunale di Dio. Ma i Niniviti, che si erano salvati, avendo ascoltato la parola del profeta Giona, sorgeranno « e li condanneranno perché essi si ravvidero », mentre gli Ebrei non hanno voluto credere, sebbene tra loro vi sia uno più potente di Giona, cioè il Figlio stesso di Dio: « Ed ecco quivi vi è più che Giona ».
Gesù ricordò loro anche l'episodio della regina di Saba, provincia dell'Arabia, detta felice, a sud della Giudea, la quale, avendo inteso parlare della sapienza del re Salomone, intraprese un lungo viaggio per ascoltarlo; e Salomone non era che un uomo mortale (1 Re 10, 1 seg.; 2 Cronache 9, 1 seg.); mentre gli Ebrei rigettano la sapienza di Colui «Che è più di Salomone », perché Figlio di Dio. La regina di Saba o del Mezzodì pertanto «risorgerà anch'essa nel giudizio e condannerà questa generazione».
Gesù quindi, riallacciandosi al fatto che aveva cacciato un demone da un ossesso, mostra quale sarà la sorte riservata agli increduli Giudei che non crederanno alla sua parola anche dopo che avrà loro dato il segno di Giona, cioè la sua resurrezione.
Essi cadranno sempre più in potere di Satana. E lo fa con una breve parabola, in cui presenta il demonio come un uomo, che, costretto a viva forza ad abbandonare la sua casa, erra ramingo in luoghi deserti, cercando una nuova abitazione. Non trovandola, fa ritorno alla casa da cui fu cacciato, e, vedendola vuota, cioè non custodita e non difesa, e per di più ornata e spazzata, vale a dire adattissima al suo scopo, chiama in aiuto «altri sette spiriti peggiori di lui» e tenta un supremo sforzo per impadronirsene. Se l'attacco gli riesce, colui che prima era in possesso di un solo demonio, diventerà possesso di molti, e così « l'ultima condizione di quest'uomo diventa peggiore della prima ».
«Così , conclude Gesù, avverrà anche a questa malvagia generazione». Gli Ebrei sono stati purificati dalla presenza di Gesù, sono stati liberati, ma, accecati dai loro pregiudizi, hanno rifiutato la grazia di Dio e non hanno voluto accettare Gesù come Messia, e sono caduti perciò nuovamente sotto il dominio di Satana, ostinati più che mai nella loro perfidia.
La distruzione di Gerusalemme e la loro dispersione nel mondo nel 70 d.C., provocato dalle armate romane, sono stati i primi effetti di questo nuovo dominio che Satana ha acquistato su loro.
Ma questa parabola di Gesù ha anche un significato per tutti gli uomini di tutti i tempi.
In generale essa vuol dire che un convertito a Cristo, che si perverte di nuovo, diviene peggiore di quello che era prima!