La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


VITA PUBBLICA
GESU' RISUSCITA IL FIGLIO DELLA VEDOVA DI NAIN E SI MOSTRA PADRONE DELLA MORTE
(Luca 7, 11-17)

E' sera, alla fine di un giorno di primavera. Gesù è giunto in una città della Galilea, chiamata Nain, che vuol dire: la bella, la vezzosa.
Tutto ad un tratto, essendo presso la porta della cittadina, vede avanzare un corteo funebre. Lo apre un rabbino, seguito da donne in lutto, che piangono e gridano. Il morto, giacente su una barella, è avvolto in un lenzuolo. Viene portato alla sepoltura un giovanetto, strappato alla vita sul fior dell'età. Segue il feretro la povera madre, immersa in un silenzioso dolore, e seguita da parenti e amici, mentre i suonatori di flauti e cembali riempiono l'aria dei loro striduli suoni. Il luogo della sepoltura è nella roccia di una vicina collina, dove sono scavate altre grotte sepolcrali.
Segue Gesù una folla numerosa, sui visi della quale è dipinta la gioia. La maggior parte proviene da Cafarnao, altri si sono aggiunti in seguito. Gesù, che precede questa folla, guarda la povera madre che soffre crudelmente e la sofferenza di lei è la calamita che avvince il suo cuore.
Il Vangelo dice con straziante semplicità che «il giovanetto era figlio unico di sua madre e questa era vedova». Su quel figlio la povera madre aveva concentrato tutto il suo amore e le sue speranze. Ed ora era proprio colpita nel suo affetto più caro.
Dice il Vangelo: « Vedutala, il Signore ebbe pietà di lei», si sentì fortemente commosso. Non chiese e non pretese dalla poveretta un atto di fede in Lui, come già al centurione della casa militare di Erode; non attese di essere pregato da lei. Il suo pianto gli bastò per asciugare quelle lacrime con un atto d'amore.
preso così dalla pietà per lei, Gesù con tono ove s'alternano mirabilmente la dolcezza della compassione e la forza della potenza, avvicinatosi a lei, le disse: « Non piangere!». Quindi, «accostatosi, toccò la bara; i portatori si fermarono». Tace il suono dei flauti e dei cembali, la gente guarda stupita e in attesa di chi sa cosa... E nel generale silenzio, Gesù, rivolgendosi al morto, gli dice: « Giovinetto, io te lo dico, levati! ». Subito « il morto» si risvegliò dal suo sonno di morte, « e si levò a sedere e cominciò a parlare». Allora « Gesù lo diede a sua madre», annota il vangelo, con squisita delicatezza. La prima impressione della folla fu di « timore», cioè di stupore e di terrore.
Ma ben presto le impressioni di stupore scompaiono e subentra la gioia, che erompe in trasporti entusiastici. E infatti: « Tutti glorificavano Iddio, dicendo: "Un grande profeta è sorto tra noi», un profeta simile ai taumaturghi dell'Antico Testamento: ad Elia, ad Eliseo, a Mosè.
Finalmente «Dio ha visitato il suo popolo!»: forse è Lui il profeta promessa da Mosè, il Messia, e forse ha inizio per Israele la liberazione.
E, nota il Vangelo, « questo dire intorno a Gesù si sparse per tutta la Giudea e per tutto il paese circonvicino». Le resurrezioni operate dal Signore non sono le sole, di cui la Bibbia ci abbia tramandato il racconto. Elia ed Eliseo prima di Lui, e dopo di lui Pietro e Paolo, gli apostoli, hanno risuscitato dei morti.
Ma nessuno di questi profeti e apostoli ha comandato alla morte. Essi si sono messi in ginocchio, hanno pregato, invocato il soccorso divino, riconoscendo Dio come causa prima e autore del miracolo.
Gesù invece ha operato diversamente. Non ha pregato, ma ha comandato: "Giovinetto, io te lo dico, alzati". E, cosa degna di nota, non ha comandato in nome di un superiore, di cui sarebbe stato il mandatario, né in nome di Dio suo Padre, che avrebbe posto nelle sue mani la Sua onnipotenza. No, Egli ha operato in nome proprio, per virtù di un potere soprannaturale, avendo cura di affermarlo esplicitamente: Giovinetto, sono io che te lo ordino, alzati!
E' stata questa la dimostrazione, la prova sperimentale di un'affermazione che Gesù aveva fatto l'anno prima a Gerusalemme, quando i farisei, suoi nemici, gli avevano detto di essere un bestemmiatore «perché non soltanto violava il sabato, ma chiamava Dio suo Padre, facendosi uguale a Dio ». E Gesù aveva loro risposto che, sì, era vero quanto essi dicevano, « difatti, come il Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figlio vivifica chi vuole » (Giovanni 5, 18-21).
E il ragionamento di Gesù era più che chiaro: il potere di risuscitare i morti appartiene solo a Dio: Egli possiede questo potere in nome proprio; perciò Egli è Dio.
Oltreché più chiaro, questo ragionamento non era meno solido. Infatti, da qualunque punto di vista si esamini il fatto di una resurrezione da morte, si studi il potere fisico e l'autorità morale che suppone, si è costretti a situarlo al di là della sfera nella quale operano le creature, e di riconoscere che Dio solo può esserne l'autore.
Certamente non ci sfugge che tanti siano i problemi che si pongono per effetto e in conseguenza di queste resurrezioni temporanee dai morti, circa la breve vita dell'anima nell'aldilà priva del corpo e circa la sorte in quella breve vita ultraterrena, poiché noi, poveri esseri mortali, vorremmo saperne di più su queste cose.
Ma né il figlio della vedova di Nain, né Lazzaro, che questa esperienza hanno avuto, né lo stesso Gesù risuscitato, ci hanno rivelato qualcosa in merito.
Da Gesù sappiamo solo che Egli, e quindi è lecito dedurre anche gli altri morti risuscitati, sono stati nel soggiorno dei morti, nell'Ade.
Dopo questa esperienza di cristo nell'oltretomba, in cui aveva promesso al buon ladrone di portarlo con sé quel giorno stesso "in paradiso", cioè nel soggiorno dei giusti (Luca 23, 43), non possiamo fare nostre le credenze ebraiche del tempo, che ritenevano che l'anima del defunto vagasse ancora intorno al corpo fino al quarto giorno e che, a questa data, sparisse per sempre.
La maestosità divina polverizza le nostre apprensioni di una maggiore conoscenza di questi fatti ultraterreni. « Se credi, disse Gesù a Marta, vedrai la gloria di Dio» (Giovanni 11, 40). Dobbiamo credere, e credere fortemente, cioè condurre la nostra fede verso l'estremità in cui l'intelligenza non la segue e l'esperienza non conosce, che la fede stessa non concepisce senza grandi scosse, per comprendere l'esplosione della gloria di Dio in queste resurrezioni da morte, ma soprattutto nella resurrezione finale della carne nell'ultimo giorno.