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di Italo Minestroni
Gesù, come abbiamo veduto nel capitolo precedente, dopo aver fatto comprendere come i comandamenti di Dio debbono essere interiorizzati e spiritualizzati dai suoi discepoli, passa ora a dire come "la giustizia di Dio", cioè la sua volontà, deve essere praticata per diventare anche giustizia "umana", cioè buone opere.
VANAGLORIA, ESIBIZIONISMO E FORMALISMO erano
il tarlo roditore, che minava la vita spirituale degli scribi e dei farisei,
perciò Gesù dà prima questo ammonimento generale: «
Guardatevi dal praticare la vostra giustizia nel cospetto degli uomini
per essere osservati da loro; altrimenti non ne avrete premio alcuno presso
il Padre vostro che è nei cieli» (Matteo 6, 1).
Poi illustra questo principio generale con tre
esempi: elemosina, preghiera e digiuno.
ELEMOSINA (vers. 2-4): quando il sabato si raccoglievano elemosine nelle sinagoghe e nelle piazze « gli ipocriti», cioè i farisei, lo facevano con grande ostentazione, cercando di soddisfare quell'orgoglio, da cui erano dominati, «sonando la tromba», cioè cercando di attirare l'attenzione degli altri « per essere onorati dagli uomini». Ma Gesù, dopo aver affermato che «codesto è il premio che ne hanno», invita i suoi a far sì che «non sappia la tua sinistra quel che fa la destra», modo iperbolico per dire "si faccia in segreto", tanto che, se fosse possibile, dovresti ignorare tu stesso l'opera tua. Allora «il Padre tuo, che vede nel segreto, te ne darà la ricompensa».
LA PREGHIERA (vers. 5-15): due sono i difetti
fondamentali, che Gesù censura a proposito della preghiera.
Il primo: proprio dei farisei che per
la preghiera, dovunque si trovassero, nella sinagoga o per le vie e per le
piazze, si volgevano verso Gerusalemme o il tempio, per essere veduti a
pregare. Questo, dice Gesù, è il premio che ne avranno. Ma
« tu, quando preghi, entra nella tua cameretta
e, serratone l'uscio, fa orazione al Padre tuo, che, vedendo nel segreto,
te ne darà la ricompensa ».
Il secondo: è quello proprio dei
pagani di «usare soverchie dicerie »,
cioè balbettare, ripetere macchinalmente le stesse cose a lungo nella
convinzione che Dio non conoscesse le loro necessità, se essi non
gliele avessero manifestate. «Ma Dio sa le cose,
di cui avete bisogno prima che gliele chiediate», e per questo
col "Padre nostro" ci insegna che cosa si deve chiedere a Dio e quale fiducia
avere nella sua bontà. Questa preghiera di Gesù consta: di
una invocazione «Padre nostro che sei nei cieli
», e di tre invocazioni riguardanti Dio «
Sia santificato il tuo nome (persona), venga
il tuo regno, sia fatta la tua volontà in terra come è fatta
in cielo»; seguono le richieste a Dio per ciò che è
necessario a sostenere il nostro corpo «Dacci
oggi il nostro pane quotidiano», per ciò che è
necessario per la vita dell'anima, cioè il perdono dei peccati «
rimettici i nostri debiti, come anche noi li abbiamo rimessi ai nostri
debitori », e di essere custoditi e conservati nella vita soprannaturale
« Non ci indurre in tentazione e liberaci dal
maligno».
Quindi Gesù spiega la condizione posta
al perdono dei peccati, facendo vedere che Dio «
perdonerà anche a noi, se noi perdoniamo agli uomini i loro falli
», perché Egli è Padre amorevole e misericordioso.
DIGIUNO (vers. 16-18): la Legge comandava un solo giorno di digiuno, il giorno dell'Espiazione (Levitico 16, 29), ma in seguito ne erano stati aggiunti degli altri e i farisei digiunavano ogni giovedì. Ma questi agivano ipocritamente, perché, quando digiunavano, si cospargevano di cenere il volto per attirare gli sguardi della gente, ostentando mestizia. E' questo il loro premio, dice Gesù. Invece, i discepoli suoi, quando digiunano, « si devono lavare la faccia e ungere il capo, affinché non apparisca agli uomini che digiunano», ma si compiacciano che lo sappia solo « il Padre, che è nel segreto », il quale « gliene darà la ricompensa ».
Gesù passa ora a mettere in guardia i suoi discepoli dall'avarizia e dall'amore delle ricchezze.
DISTACCO DALLE COSE DEL MONDO (vers. 19-21): i suoi discepoli «non devono farsi tesori sulla terra», primo perché tutte le cose preziose corrono pericoli: per parte della ruggine, che si appiglia ai metalli; della tignola, che consuma le vesti; dei ladri, che sfondano le case e possono rubare tutto. Essi « devono farsi tesori in cielo», cioè accumulare buone opere, che non corrono questi pericoli. Poi, secondo motivo, che deve spingerli a vivere distaccati dalle cose della terra è che « dov'è il tuo tesoro, quivi sarà anche il tuo cuore», cioè la mente e la volontà, che seguono sempre quello che costituisce la prima cura e preoccupazione della nostra vita.
L'OCCHIO DELL'ANIMA (vers. 22-24): Gesù
passa ora a mostrare come il cuore abbia la più grande importanza
sia nel bene che nel male. L'occhio è come la lucerna del corpo,
perché tutto lo rischiara. Se esso è «
sano », tutto il corpo, da esso rischiarato, agisce convenientemente;
ma se esso «è viziato», cioè
non illumina, tutte le membra del corpo si troveranno per necessità
avvolte nelle più dense tenebre.
Facile è l'applicazione di questa similitudine.
L'occhio dell'anima è la coscienza. Se essa è pura, cioè
distaccata dalle cose della terra e volta verso le cose del cielo, tutta
la vita spirituale dell'uomo sarà buona; ma, al contrario, se la coscienza
è coperta di tenebre, cioè se si preoccupa solo delle cose
della terra e disprezza la vita della grazia e l'amore di Dio, le opere di
quell'individuo saranno estremamente cattive, perché «
esse tenebre quanto grandi saranno».
Gesù sviluppa ancora il pensiero che non
si può contemporaneamente «servire a
due padroni, a Dio e a Mammona (ricchezza)», perché,
amando l'uno, necessariamente si odierà l'altro, cioè apprezzerà
meno l'altro. Essere schiavi di due padroni contemporaneamente è
impossibile.
NON AFFANNARSI PER IL CIBO, LA BEVANDA E LE VESTI (vers. 25-34): Gesù ammonisce i suoi discepoli di non impiegare il loro tempo di duro lavoro per la loro sussistenza. « Mangiare, bere e vestire» non devono essere fonte di continua preoccupazione, quasi che siano le uniche cose importanti della vita. Dio che ha dato il più, cioè «la vita e il corpo», non può rifiutare il meno, cioè l'alimento e il vestito. Se Dio provvede agli uccelli « che non seminano, non mietono e non raccolgono nei granai», Se Dio riveste così bene «i gigli del campo che non faticano e non filano», eppure « nemmeno Salomone con tutta la sua gloria, fu vestito come uno di loro », come non provvederà cibo e vestiario all'uomo, che è la sua creatura prediletta? L'uomo deve rendersi conto che l'affannarsi per tutte queste cose non approderà a nulla, se non c'è l'aiuto della Provvidenza divina, perché l'uomo « non può aggiungere alla sua statura neppure un cubito», e quindi è inutile che si prenda affanno per queste cose, di cui « il Padre vostro celeste sa che avete bisogno ». I cristiani invece devono porre tutte le loro sollecitudini nel « cercare prima il Regno e la giustizia di Dio » certi che « tutte queste cose saranno loro sopraggiunte». Quindi conclude che non si deve essere «con ansietà solleciti del domani », cioè per l'avvenire, e a conferma porta due ragioni: prima, perché «il domani sarà sollecito di se stesso», cioè si avrà il tempo di pensare a sé; secondo perché « basta a ciascun giorno il suo affanno», ed è cosa stolta rendere più grave l'affanno di oggi, aggiungendovi quello del domani.
Gesù passa ora ad esortare i suoi discepoli a tenersi lontano dal prurito di condannare e criticare tutte le azioni del prossimo, che era una delle caratteristiche dei farisei.
NON GIUDICARE (cap. 7, 1-5): Gesù proibisce che si giudichi il prossimo, cioè che si pensi male di esso senza fondamento, interpretando sinistramente le sue azioni e condannandolo per spirito di odio e di invidia, affine di avere di avere misericordia e perdono nel giudizio di Dio: «Non giudicate, affinché non siate giudicati (da Dio)... e con la misura onde misurate, sarà misurato a voi». Con la metafora del «bruscolo e della trave » Gesù mostra la contraddizione di coloro che, fingendosi animati da buon desiderio, censurano i piccoli difetti del prossimo (il bruscolo) e non pensano a emendarsi dei più gravi difetti loro (la trave). Anche nella correzione, che può talvolta essere necessaria, ci vuole prudenza, affinché non avvengano mali peggiori, e non si « dia ciò che è santo ai cani e non si gettino le perle (greco: margari/taj = margarìtas) dinanzi ai porci», cioè le verità del Vangelo non vengano profanate. Vi sono infatti degli individui incapaci di apprezzare il valore di queste cose, e il darle loro senza discernimento equivarrebbe "a gettare le perle ai cani e ai porci", animali che credono che le perle siano qualcosa da mangiare, e vedendosi delusi, le calpestano coi loro piedi, e poi si rivoltano contro chi le ha gettate loro.
LA PREGHIERA (vers. 7-12): i cristiani da
soli non possono praticare questi sublimi insegnamenti di Gesù, dati
in questo sermone, Egli perciò ci insegna dove possiamo trovare la
forza, inculcandoci la necessità della preghiera perseverante. Perciò
ripete tre volte: chiedete, picchiate, cercate.
«Chiedete
», perché la preghiera in un modo o nell'altro è sempre
esaudita;
«Picchiate
», al cuore del Padre celeste «e vi
sarà aperto»;
«Cercate »,
cioè insistete nella preghiera « e troverete
».
Se un padre terreno, afferma Gesù, ascolta
la domanda del figlio, e, se non può dargli ciò che domanda,
non gli porgerà mai un sasso che è inutile, e molto meno una
serpe che è nociva; se questo fa un padre terreno, che pur è
cattivo, «dando buoni doni ai loro figli, quanto
più il Padre vostro che è nei cieli darà buone cose
a coloro che gliele domandano».
LA REGOLA D'ORO (vers. 12): Gesù conclude
con un precetto che riassume quanto la Legge e i Profeti hanno detto a riguardo
delle mutue relazioni fra gli uomini «Tutte le
cose che voi volete che gli uomini vi facciano, fatele anche voi a loro
».
Anche tra gli ebrei e tra i pagani c'era una
massima simile, ma non uguale. Il rabbi Hillel diceva: "Ciò che è
odioso per te, non farlo al tuo prossimo, poiché questa è tutta
la legge" e Confucio (sec. 5° a.C.) diceva: "Non fare agli altri ciò
che non vuoi sia fatto a te". Ma, come si vede, queste erano massime negative:
non vuoi che ti si faccia del male, non farlo. Cristo solo invece ha espresso
la massima in forma positiva: Ciò che vuoi sia fatto a te, fallo
agli altri".
LA PORTA STRETTA (vers. 13-14): « Entrate per la porta stretta», dice Gesù, intendendo mettere in guardia che, per entrare nel Regno dei cieli, è necessario un gran coraggio per superare le difficoltà, gli ostacoli che vi si frappongono. La via e la porta che conducono alla vita sono strette, perché la nostra natura, portata al male, solo con grande difficoltà e a prezzo di gravi sacrifici può acquistare quella bontà, che è condizione essenziale per avere parte al Regno di Dio. « La via che mena alla perdizione (invece) è spaziosa e molti sono quelli che entrano per essa», perché sono preda di passioni sregolate, seguono le attrattive del vizio. per questo «pochi sono quelli che trovano la via che mena alla vita», volendo godere i beni, le gioie e i piaceri di questa vita.
I FALSI PROFETI (vers. 15-23): un altro ostacolo, che può impedire l'entrata nel Regno dei cieli, è dato da « i falsi profeti». Con questo nome, benché direttamente il Signore intendeva indicare per i suoi uditori gli scribi e i farisei, tuttavia si indica pure coloro che con false dottrine, con raggiri e inganni cercano di seminare e indurre altri all'errore (Atti 20, 29). Si presentano vestiti da pecore, e fingono santità e amore della verità, usando maniere dolci e accattivanti, ma in realtà sono lupi, che cercano di trascinare dietro di sé i credenti per i loro scopi personali e mire egoistiche. «Voi li riconoscerete dai loro frutti»: ecco il mezzo per indicarli e riconoscerli. Come ogni albero produce uno speciale frutto che fa conoscere la sua natura: « Ogni albero buono fa buoni frutti; ma l'albero cattivo dà frutti cattivi », così gli insegnamenti di costoro non tardano a mostrarsi negli effetti disastrosi, che producono, mostrando il veleno che in essi si nasconde. Ma « ogni albero che non fa buon frutto è tagliato e gettato nel fuoco »: questa è la minaccia terribile sulla sorte che attende questi falsi profeti. Non è motivo sufficiente per dire che sono veri profeti se fanno l'uso del nome del Signore, ma «occorre fare la volontà del Padre che è nei cieli», perché « non entrerà nel Regno dei cieli chiunque dice: Signore, Signore ». Molto falsi profeti nel giorno del giudizio finale si appelleranno, a prova della loro fede in Gesù Cristo, ai miracoli compiuti in nome di Lui, alle profezie fatte in Suo nome, ma essi non saranno una prova e Gesù li caccerà da sé, perché non hanno osservato i suoi comandamenti e non sono stati suoi veri discepoli: « Dipartitevi da me, io non vi conobbi mai ».
CONCLUSIONE DEL DISCORSO SUL MONTE (vers.
24-27): Gesù conclude tutto il sermone del monte con una parabola,
molto efficace soprattutto per gli ebrei di Palestina, per fare rilevare
quanto importi mettere in pratica i suoi comandamenti. Egli paragona «
chi mette in pratica le sue parole, a un uomo avveduto che ha edificato
la sua casa sulla roccia», che non viene scossa dal soffiare
dei venti, dall'imperversare della pioggia, e dallo straripamento dei torrenti
(venti, pioggia, torrenti indicano le varie specie di difficoltà,
a cui l'uomo può andare incontro). «Chi
invece non mette in pratica le sue parole è paragonato a un uomo
stolto, che ha edificato la sua casa sulla rena», che non ha
potuto resistere ai venti, alla pioggia e allo straripamento dei torrenti
« ed è caduta, e la sua rovina è
stata grande».
Matteo alla fine annota l'impressione profonda
causata nella folla da questo discorso di Gesù e ne da il motivo:
« Egli le ammaestrava come avendo autorità
», cioè come legislatore investito di autorità, «
e non come i loro scribi» no dottori della legge.
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