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di Italo Minestroni
La guarigione del paralitico, operata da
Gesù nella piscina di Betesda, suscitò le ire dei capi dei
giudei, che presero a perseguitare Gesù cercando di ucciderlo con
l'accusa di violatore della legge del Sabato (ivi v. 16). Forti dell'appoggio
che avevano dalla legge mosaica, attaccarono direttamente il Signore come
violatore del giorno di riposo, stabilito da Dio stesso, e quindi come essere
degno della sanzione penale, cioè la pena di morte.
Gesù rispose alla loro accusa con un discorso
magistrale e molto profondo, in cui ogni parola contiene uno sprazzo di luce,
uno splendore abbagliante, che riflettono la loro viva luce nelle più
intime profondità dei misteri della Deità, dell'Incarnazione
e della Redenzione. Ai farisei, che gli muovevano l'accusa di violatore
del sabato, Gesù rispose: «Il Padre mio
opera fino ad ora, ed anch'io opero».
Parole che possono sembrare oscure a noi, ma
che erano chiare per gli Ebrei. Il libro della Genesi narra nei suoi primi
capitoli che Dio, dopo aver creato il mondo in sei giorni, si riposò
il settimo. Questo riposo era divenuto il tipo del riposo del sabato imposto
ai Giudei. Ma Dio con la Sua Provvidenza, che non viene mai meno, continua
a conservare e a governare il mondo e gli esseri creati.. Perciò,
non cessa mai di operare ed agisce ugualmente nei giorni ordinari come
nel giorno di sabato.
Se pertanto (voleva dire Gesù) il Padre
mio, così operando, non viola il sabato, io, che opero assolutamente
come il Padre mio, che faccio tutto quello che Egli fa, nemmeno io violo
questa legge. Con questa affermazione, quindi, Gesù dichiara esplicitamente
di avere sul sabato lo stesso potere che possiede Dio, Suo Padre, e cioè
il potere proprio della natura divina e dell'atto creatore di Dio.
Gesù non poteva esprimere più
chiaramente la Sua uguaglianza con Dio e la sua propria divinità.
I Giudei ben compresero il significato delle parole di Gesù, e:
«perciò
(dice Giovanni nel Vangelo) più che mai
cercarono di ucciderlo, perché, non soltanto violava il sabato,
ma chiamava Dio Suo Padre, facendosi uguale a Dio».
Egli è, infatti, Figlio di Dio non nel
senso metaforico e figurato, ma nel senso proprio, e cioè per origine,
per generazione. Gesù si trovò allora nella necessità
di spiegare pubblicamente questa Sua Filiazione divina, e lo ha fatto, come
riferisce Giovanni, dimostrando e affermando le relazione che Egli ha con
il Padre e con gli uomini. Tra Lui e il Padre c'è:
UNITA' D'AZIONE
«In verità,
in verità io vi dico che il Figliuolo non può da se stesso
far cosa alcuna, se non la vede fare dal Padre; perché le cose che
il Padre fa, anche il Figlio le fa similmente»;
UNITA' D'AMORE
«Poiché il
Padre ama il Figliuolo e gli mostra tutto quello che Egli fa; e gli mostrerà
delle opera maggiori di queste, affinché ne restiate meravigliati
»;
UNITA' DI COMUNICAZIONE DELLA VITA
«Difatti, come il
Padre risuscita i morti e li vivifica, così anche il Figliuolo vivifica
chi vuole»;
UNITA' DI GIUDIZIO
«Oltre a ciò
il Padre non giudica alcuno, ma ha dato tutto il giudicio al Figliuolo,
affinché tutti onorino il Figliuolo come onorano il Padre. Chi non
onora il Figliuolo, non onora il Padre che l'ha mandato».
Da questa così intima unità col Padre conseguono le relazioni che Gesù ha con gli esseri umani. Gesù, infatti, ha:
IL DIRITTO DI RICEVERE ONORI DIVINI DAGLI
UOMINI
«In verità,
in verità io vi dico: Chi ascolta la mia parola e crede a Colui
che mi ha mandato, ha vita eterna; e non viene in giudizio, ma è
passato dalla morte alla vita»
AUTORITA' DI ESEGUIRE IL GIUDIZIO DI VITA
E DI MORTE
«In verità,
in verità io vi dico; L'ora viene, anzi è già venuta,
che i morti udranno la voce del Figliuol di Dio; e quelli che l'avranno
udita vivranno»
IL POTERE DI COMUNICARE AGLI UOMINI LA VITA
SPIRITUALE E MATERIALE
«Poiché come
il Padre ha vita in se stesso, così ha dato anche al Figliuolo di
avere vita in se stesso; e gli ha dato autorità di giudicare, perché
è il Figliuolo dell'uomo. Non vi meravigliate di questo: perché
l'ora viene in cui tutti quelli che sono nei sepolcri, udranno la sua voce
e ne verranno fuori; quelli che hanno operato bene, in resurrezione di vita,
e quelli che hanno operato male in resurrezione di giudizio ».
Ora queste relazioni di Gesù con gli esseri umani sono regolate dalla:
UNIFORMITA' AL VOLERE DIVINO
«Io non posso fare
nulla da me stesso; come odo, giudico; e il mio giudizio è giusto,
perché cerco non la mia propria volontà ma la volontà
di Colui che mi ha mandato».
Gesù continua il suo discorso adducendo le testimonianze a prova della sua Figliolanza divina. Non si limita a « rendere testimonianza di se stesso » perché « la sua testimonianza di se stesso non sarebbe verace» secondo la legge». Porta perciò innanzi a tutto a prova:
LA TESTIMONIANZA DI GIOVANNI BATTISTA
«V'è un altro
che rende testimonianza di me» ed è appunto Giovanni
Battista, che gli stessi Ebrei credevano un profeta inviato da Dio e in cui,
perciò, avevano fede. Gesù stesso riconosce l'autorità
di questa testimonianza: «Io so che la testimonianza
che Egli rende di me, è verace». Orbene «
voi avete mandato (più volte ambascerie)
a Giovanni ed egli ha reso testimonianza alla verità»
affermando che io sono il Messia. «Ed io vi
dico questo affinché siate salvati. Egli (Giovanni)
era la lampada ardente e splendente e voi avete voluto per breve ora
godere della sua luce», finché non lo avete seguito
nell'invito al ravvedimento che vi rivolgeva e avete lasciato che Erode
lo decapitasse nella fortezza di Macheronte.
C'è poi una seconda testimonianza della Figliolanza divina di Gesù:
LA TESTIMONIANZA DELLE SUE OPERE
«Io ho una testimonianza
maggiore di quella di Giovanni; perché le opere che il Padre mi ha
dato a compiere, quelle opere stesse, che io faccio, testimoniano di me
che il Padre mi ha mandato».
Queste opere stupende, cioè i miracoli,
che mostrano come la Sua potenza gli venga dal Padre, tuttavia dimostrano
che Egli la usa con sovrana indipendenza, perché essa gli appartiene
come propria, perciò, è da sé e per sé che
Egli agisce nel compimento di tanti stupendi prodigi.
C'è inoltre una terza testimonianza che Gesù adduce a prova della Sua Figliolanza Divina:
LA TESTIMONIANZA DI DIO, SUO PADRE
«E il Padre che mi
ha mandato, ha Egli stesso reso testimonianza di me. La Sua voce voi non l'avete
mai udita; e la Sua parola non l'avete dimorante in voi, perché non
credete in Colui che Egli ha mandato». Questa testimonianza il
Padre l'ha resa mediante le profezie dell'Antico Testamento, avendo Egli ispirato
i profeti a parlare e a descrivere anticipatamente la vita, la missione, la
personalità e le opere del Messia; l'ha resa personalmente nel momento
del battesimo e della trasfigurazione di Gesù, quando lo additò
al mondo con queste parole: «Questi è
il mio diletto Figliuolo, nel quale mi sono compiaciuto, ascoltatelo!
».
Ora di tutto ciò:
RENDONO TESTIMONIANZA LE SACRE SCRITTURE
che gli Ebrei stessi continuamente consultavano,
non comprendendole o comprendendole male per i pregiudizi in cui erano
avvinti: «Voi investigate le Scritture, perché
pensate di avere per mezzo di esse la vita eterna, ed esse son quelle che
rendono testimonianza di me».
Quindi Gesù passa a fare l'applicazione ai Giudei di tutto quanto ha detto sopra e li accusa di:
MANCANZA DI VOLONTA' DI ANDARE A LUI
«Eppure non volete
venire a me per avere la vita».
Ma perché mai questa durezza di cuore? Perché in loro, dice Gesù, c'è:
MANCANZA DI AMORE E DI ONORE NEI RIGUARDI
DEL PADRE
«Io non prendo gloria
dagli uomini; ma vi conosco che non avete l'amore di Dio in voi. Io sono
venuto nel nome del Padre mio e voi non mi ricevete».
Ed infatti in essi:
ALLA MANCAZA DI AMORE PER DIO CORRISPONDE
ALTRETTANTA PRONTEZZA NELL'AMORE E GLORIA PER GLI UOMINI
«Se un altro viene
nel suo proprio nome, voi lo ricevete. Come potete credere, voi che prendete
gloria gli uni dagli altri e non cercate la gloria che viene da Dio solo?
».
Essi, gli ebrei, mostrano tanta fiducia in Mosè
e nei suoi scritti, e credono che, seguendo lui sono a posto con Dio.
Ma con la loro condotta mostrano:
TANTA MANCANZA DI FEDE IN MOSE' E NEI SUOI
SCRITTI
«Non crediate che
io sia colui che vi accuserà davanti al Padre; c'è chi vi
accusa, ed è Mosè, nel quale avete riposta la vostra speranza.
perché, se credeste a Mosè, credereste anche a me; poiché
egli ha scritto di me. Ma, se non crederete agli scritti di lui, come crederete
alle mie parole? ».
Così Gesù portò a compimento questo sublime discorso, leggendo il quale noi rimaniamo abbagliati dai fasci di luce che riversa sul nostro spirito, e storditi dalla profondità dei pensieri, nonché meravigliati e stupefatti della stringatezza e dal legame logico del pensiero.
Solo un Dio poteva sollevarci a tali sublimi altezze di verità e di pensiero!
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