La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli
di Italo Minestroni
VITA PUBBLICA
LA PRIMA VISITA DI GESU' A NAZARETH, DONDE E'
SCACCIATO
(Luca 4, 16-30)
Due ore di cammino separano Cana da Nazareth.
Gli abitanti di Nazareth seppero subito che il figlio del falegname Giuseppe,
trovandosi a Cana, aveva guarito con una sola parola un infermo in punto
di morte. L'impressione fu grande nella cittadina, dove Gesù aveva
trascorso la sua fanciullezza e giovinezza e dove vivevano la sua famiglia
e gli amici, tanto più che erano rimasti molto scossi nell'aver
sentito raccontare dai concittadini, andati a Gerusalemme per la festa
di Pasqua, le meraviglie che Gesù vi aveva compiuto.
In città e campagna tutti parlavano di
lui come dottore, taumaturgo e profeta.
E tutti desideravano vedere tra loro quest'essere
straordinario. Era questa l'ora che Gesù attendeva. Perciò
parte da Cana e si dirige verso Nazareth. I suoi discepoli l'hanno per
poco lasciato per far ritorno alle loro case e occupazioni. Giunge a Nazareth
forse di Venerdì, vigilia del Sabato, giorno di riposo per gli Ebrei
e da dedicare al culto di Jahweh.
La notizia subito si sparge e tutti vogliono
vederlo e ascoltarlo. Questo è pure il desiderio di Gesù.
E all'indomani, sabato, si reca alla sinagoga all'ora del servizio sacro.
La sinagoga è stracolma di popolo. Il
presidente dell'assemblea recita la preghiera iniziale di lode a Jahweh,
a cui l'assemblea risponde con la propria confessione di fede. Segue poi
la recitazione in coro delle lodi a Jahweh. Cessato il culto, il presidente
invita Gesù a rivolgere parole di esortazione al popolo riunito.
L'hazzan o inserviente, consegna a Gesù il rotolo dei profeti, preso
dall'armadio sacro, Gesù legge un passo del profeta Isaia (61, 1-2):
«Lo
Spirito del Signora è sopra a me;
per questo Egli mi ha
unto per evangelizzare i poveri;
mi ha mandato a bandire
la liberazione dei prigionieri,
e ai ciechi recupero
della vista;
a rimettere in libertà
gli oppressi,
e a predicare l'anno
accettevole del Signore».
Dopo la lettura di questo passo, Gesù
restituisce il rotolo all'inserviente e siede. E' questo il segno che
Egli è pronto a parlare (si leggeva infatti il passo della Scrittura
in piedi e si parlava seduti). Un profondo silenzio regna nell'assemblea
e tutti gli occhi sono fissi su di lui.
Il passo che Egli ha letto è noto a
tutti e tutti sanno che le parole lette sono poste dal profeta sulle labbra
del Messia. E' il Messia che in esse parla e informa sulla sua persona,
sull'opera sua e sulla sua missione. Il popolo tutto è in febbrile
attesa per sentire quale commento Gesù farà di esse. Esso sa
che è giunto il tempo, in cui deve apparire il Messia e sa pure che
Giovanni il Battezzatore, il gran profeta, il novello Elia, ha detto: Il
Messia è Gesù di Nazareth.
A questa attesa Gesù risponde con la
più chiara e precisa affermazione: Sappiatelo bene: «
oggi, in questo momento e alla vostra presenza, sì è adempiuta
questa Scrittura, che voi avete or ora ascoltato»: ossia
(voleva dire Gesù) il Messia è venuto, ha cominciato l'opera
sua, lo fa in questo momento, e il Messia sono io!
Era un successo, un'ovazione «
e tutti gli rendevano testimonianza, e si meravigliavano delle parole
di grazia che uscivano dalla sua bocca».
Ma, ahimé, il successo, l'ovazione
durò poco, quanto spesso durano le ovazioni popolari.
«Non è
questi il figliuol di Giuseppe?», disse una voce subito ripresa
da quanti l'hanno udita. La parola invidiosa fa il giro dell'assemblea
e tutti vogliono intendere una sfumatura di significato diverso: suo padre
l'abbiamo conosciuto bene, era un falegname; sua madre è una povera
donna del popolo; i suoi fratelli e le sue sorelle le conosciamo tutte, sono
persone di nessun conto; ed Egli stesso chi è mai? Quale scuola rabbinica
ha frequentato? Quale rabbi ha avuto per maestro? E poi con quale autorità
viene qui a dare insegnamenti? Se vuole che crediamo in Lui, che ci mostri
dei miracoli!
Gesù legge nell'animo dei suoi uditori
tutto questo coacervo di pensieri e di malignità, per cui riprende:
«Certo voi mi citerete questo proverbio: Medico,
cura te stesso; fa anche qui, nella tua patria tutto quello che abbiamo
udito essere avvenuto a Cafarnao»: in breve, opera a vantaggio
anche dei tuoi concittadini i miracoli che hai operato altrove.
Ma Gesù non si lascia intimidire dalle
loro proteste e con un pacato cenno di rimprovero ricorda loro: «
In verità, vi dico che nessun profeta è ben accetto nella
sua patria. Anzi, vi dico, in verità, che al dì d'Elia,
quando il cielo fu serrato (ossia, non piovve) per tre anni e sei mesi
e vi fu grande carestia in tutto il paese, c'erano molte vedove in Israele;
eppure a nessuna di esse fu mandato Elia, ma fu mandato a una vedova in
Sarepta di Sidone (che era in Fenicia) e a tempo del profeta Eliseo, c'erano
molti lebbrosi in Israele; eppure nessuno di loro fu mondato, ma lo fu Naaman
il Siro »
La conclusione di queste parole di Gesù
era logica: così sarete trattati anche voi a motivo della vostra
incredulità; i pagani saranno anteposti a voi e io farò miracoli
per loro, ma non ne farò per voi increduli.
Queste parole furono come un colpo di staffile:
«E tutti nella sinagoga furono ripieni d'ira
all'udir queste parole», ed è facile immaginare quali
ingiurie, insulti e minacce volarono per l'aria.
Avvenne un disordine e un tumulto indescrivibile.
Gesù è afferrato e trascinato fuori dalla sinagoga e «
fuori della città» e lo trasportarono a forza sul
dorso della collina sulla cui cima c'è una roccia, che scende a
picco sulla città, e lo posero «sul
ciglio del monte per precipitarlo giù». «
Ma egli, narra Luca, passando in mezzo
a loro , e possiamo intuire quanto calmo e sereno,
se ne andò ».