La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli
di Italo Minestroni
VITA PUBBLICA
LA PURIFICAZIONE DEL TEMPIO
(Giovanni 2, 13-25)
Da poco tempo Gesù aveva dato inizio
al suo ministerio pubblico e la Pasqua dei Giudei era prossima. Ritenne
pertanto giusto dover ottemperare alla prescrizione della legge, che imponeva
a tutti gli ebrei dai dodici anni in su di recarsi a Gerusalemme per partecipare
di persona alle solenni festività del tempio.
Ma v'era questa volta una particolare ragione
che lo spingeva a recarsi a Gerusalemme: questa circostanza era "l'ora",
di cui aveva parlato alla madre alle nozze di Cana, in cui avrebbe dovuto
manifestare la Sua autorità di Messia. Da Cafarnao, cittadina sul lago
di Galilea, dove Gesù si era ritirato con la sua famiglia e i suoi
primi discepoli dopo aver partecipato alle nozze di Cana, in cui aveva tramutato
l'acqua in vino, Egli allora partì alla volta della città santa,
che per l'occasione rigurgitava di gente venuta da ogni parte del mondo.
Giuntovi, salì al tempio, orgoglio
di tutti gli ebrei per il suo splendore e la sua maestosità. Il
tempio era il centro della vita religiosa e nazionale degli ebrei, ed era
perciò sempre animato da gran folla, soprattutto in occasione di
feste importanti come la Pasqua. La cosiddetta "corte dei gentili" (quel
cortile cioè in cui potevano accedere anche i gentili proseliti dell'ebraismo)
era colmo di torme di buoi, montoni, pecore, gabbie di colombe, tortore
e di bancarelle ove si vendevano olio, farina e sale per i sacrifici incruenti,
e di banchi di cambiavalute, ove gli ebrei della diaspora potevano cambiare
la moneta dei loro paesi d'origine con la moneta del tempio per il pagamento
del tributo ai sacerdoti.
A tale vista Gesù fu preso da santa indignazione
e collera, e, afferrate delle corde, le intrecciò e si mise a scacciare
fuori dal tempio montoni, pecore e buoi, a rovesciare le bancarelle dei
venditori di olio, farina e sale e i banchi dei cambiavalute, gridando:
«Portate via di qui
queste cose: non fate della casa del Padre mio una casa di mercato
».
Le autorità del tempio, accorse su posto
per la grande confusione provocata da questo gesto riformatore di Gesù,
trattenendo a stento la collera, gli dissero:
«Qual segno ci dai
che tu hai autorità di fare queste cose?»; in altre parole,
dimostraci con qualche miracolo l'autorità o il diritto che ti hai
di assumere questo atteggiamento riformatore.
Ma Gesù, che legge nel cuore degli uomini
i loro segreti pensieri senza che nessuno glielo sveli, sa che essi sono
indisposti ad accettare qualsiasi miracolo come segno della sua divina autorità
messianica, e perciò non ritiene opportuno accondiscendere alla loro
richiesta di operare un miracolo immediato.. Sarebbe bastato, se volevano
comprendere, il gesto stesso a significare che Egli era. Per questo rimanda
la risposta definitiva ad un avvenimento futuro della sua vita, che avrebbe
avuto un significato chiaro ed innegabile, cioè alla sua resurrezione,
dicendo:
«Disfate questo
tempio e io in tre giorni lo farò risorgere».
Le autorità, sebbene tali parole non dovessero
risultare molto oscure abituate com'erano al linguaggio della Sacra Scrittura
e a quello semitico, non compresero il significato, e, rispondendo gli fanno
osservare che quanto Egli affermava era assurdo, se per la sola ristrutturazione
e abbellimento del tempio, iniziato da Erode il Grande, erano stati necessari
quarantasei anni cioè dal 20/19 a.C. al 27/28 d.C.) e i lavori non
erano ancora finiti.
Giovanni, infatti, spiega nel Vangelo che Gesù,
dicendo: «Disfate questo tempio»,
non aveva inteso parlare del tempio ebraico, ma del tempio del suo corpo,
che i suoi nemici a distanza di tre anni avrebbero disfatto, facendolo
risorgere in tre giorni dalla morte.
Con questo gesto Gesù metteva il suggello
all'oracolo dell'ultimo profeta dell'Antico Testamento, Malachia, il quale
più di quattrocento anni prima aveva detto:
«Il Signore, che
voi cercate; l'Angelo del patto, che voi bramate entrerà nel suo tempio!
E purificherà i figli di levi (cioè i sacerdoti) e li depurerà
come si fa dell'oro e dell'argento» (Malachia 3, 1.3).
Il luogo, il gesto e le parole di Gesù
«la casa del Padre mio» dicono
esplicitamente che egli era ed è il Figlio Unigenito di Dio e implicitamente
affermano che Egli agisce in nome e quale delegato del Padre.
Il tempio di Gerusalemme, pertanto, era anche
la sua casa. Egli ne era il padrone come un figlio lo è della casa
del padre suo e vi agisce da padrone. Per i Giudei, familiari con le profezie
e con il linguaggio della Sacra Scrittura, queste parole e il gesto di Gesù
dovevano chiaramente equivalere all'affermazione: IL SONO IL MESSIA!
Ma essi non lo compresero, perché i loro
cuori erano ottenebrati da idee di grandezza nazionalistica terrena e perché
non volevano sconvolgere la loro posizione di privilegio in seno al popolo
ebraico.