La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


IL VANGELO DELL'INFANZIA
GESU' DODICENNE AL TEMPIO DI GERUSALEMME
(Luca 2, 41-51)

«Or i suoi genitori andavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua»: secondo la Legge (Esodo 23, 14-19; 34, 23; levitico 23, 1-42; Deuteronomio 16, 16), i maschi degli Israeliti erano obbligati a recarsi a Gerusalemme tre volte all'anno, in occasione della festa di Pasqua, di Pentecoste e dei Tabernacoli o Capanne. Vi accorrevano dunque gli Israeliti da ogni parte della Palestina e della diaspora ebraica, con preferenza in occasione della Pasqua. Le donne non erano obbligate all'osservanza di questo precetto, ma non è difficile immaginare che esse, potendolo, seguissero i loro mariti. Circa i fanciulli, l'obbligo preciso cominciava a dodici anni, perché da quell'anno divenivano religiosamente responsabili. Tuttavia dalla lettura rabbinica si sa che i bambini, appena potevano compiere il cammino, venivano assuefatti a queste pratiche religiose, purché potessero stare a cavallo sulle spalle del padre (secondo la scuola rabbinica di Shammai) oppure che potessero salire i gradini del Tempio sorretti dalla mano dei padre (scuola del rabbi Hillel, più mite).
E' naturale, pertanto, che Maria e Giuseppe, i quali secondo il testo si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua, ubbidienti alla tradizione, abbiano condotto con loro il bambino Gesù ancor prima che avesse compiuto dodici anni.
Ma Luca accenna solo al viaggio compiuto da Gesù dodicenne, sia perché a quell'età (come abbiamo detto) il bambino diventava religiosamente responsabile, sia perché in quell'occasione Gesù ebbe modo di dimostrare una certa sua indipendenza dai genitori, che più volte in seguito avrà modo di manifestare allorché si tratterà di cose concernenti la sua missione; e infine perché ebbe modo di stupire, quanto lo ascoltarono, per il senno dimostrato per le domande fatte ai dottori della legge e alle risposte loro date. Così: «E quando egli fu giunto ai dodici anni, salirono a Gerusalemme, secondo l'usanza della festa »
«E, passati i giorni della festa»: la festa di Pasqua aveva inizio la sera del 14 di Nisan con un solenne banchetto, nel quale era consumato l'agnello pasquale. Alla mattina e alla sera del 15 si svolgevano nel tempio le più grandi solennità (Esodo 12, 16; Levitico 23, 7), cui assistevano i pellegrini. La mattina del 16 si offrivano a Dio le primizie dei campi. Dal giorno 17 al 22 era mezza festa, mentre il giorno 22, giorno dell'ottava e con cui terminava la festa di Pasqua, era festa intera. I pellegrini non erano obbligati a restare a Gerusalemme tutta la settimana di Pasqua. I più prendevano la via del ritorno la mattina del 17, per cui dalla frase di Luca è difficile determinare se Maria e Giuseppe sono ripartiti il 23, giorno dell'ottava, o il terzo giorno della festa, cioè il 17.
«Come se ne tornarono, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme all'insaputa dei genitori »: come mai i genitori non si accorsero che Gesù rimase a Gerusalemme? In genere, in questi pellegrinaggi religiosi a Gerusalemme, gli abitanti di uno stesso villaggio, e anche di più villaggi, si univano insieme, formando una carovana. La stessa carovana era composta da diversi gruppi (quello degli amici, dei parenti), mentre le donne stavano coi i loro mariti, e i fanciulli erano liberi di unirsi con l'uno o l'altro gruppo.
La sera oppure durante il giorno, i gruppi si riunivano per riposarsi e rifocillarsi.
«I quali (cioè i genitori), stimando che egli fosse nella comitiva, camminarono una giornata», cioè fecero sei o sette ore di cammino. Maria e Giuseppe pensarono che Gesù stesse con l'uno o con l'altro gruppo, e quindi fecero il loro cammino senza eccessiva preoccupazione.
«E si misero a cercarlo fra i parenti e i conoscenti»: quando la sera fecero sosta, e le famiglie si riunirono, i genitori, non vedendo Gesù, si misero a fare ricerche tra i parenti e i conoscenti. « E, non avendolo trovato, tornarono a Gerusalemme, facendone ricerca »: infruttuose le ricerche tra i diversi gruppi di pellegrini, ripresero la via di ritorno a Gerusalemme, continuando le loro ricerche.
«E avvenne che tre giorni dopo lo ritrovarono nel tempio»: probabilmente lo ritrovarono il terzo giorno dalla separazione, cioè il giorno dopo il loro ritorno a Gerusalemme. Trovarono Gesù nel sacro recinto del tempio (greco: i(ero\n = ieròn e non nao\j = naòs = il santuario), che era molto esteso, comprendendo, oltre all'edificio del tempio, i vari cortili destinati per il culto, i portici destinati a riparare dalla pioggia e dal sole, le stanze di abitazione dei capi sacerdoti e dei sacerdoti di turno nel servizio del tempio, e molte stanze o locali separati, di cui uno serviva da sinagoga, altri come corte di giustizia in cui i dottori pronunciavano le loro sentenze e decisioni e le sostenevano, se interpellati.
«(Gesù era) seduto in mezzo ai dottori, che li ascoltava e faceva loro delle domande »: nel giorno di sabato o altri giorni festivi, i dottori della Legge sostavano nella parte del tempio loro destinata per discutere tra loro o proporre questioni ai presenti.
Gesù, seduto a terra, secondo il costume orientale, ascoltava attentamente, prendendo parte nel proporre e nel risolvere quesiti. Egli, si noti, non stava "disputando" coi dottori, come talvolta si dice (il verbo greco: eperotaéin, vuol dire domandare rispettosamente me seriamente spiegazione, chiedere con riverenza chiarimenti, come intorno agli oracoli di Dio, Romani 10, 20). La cosa rimarchevole, nel caso di Gesù, è la sapienza e la conoscenza tanto profonda e straordinaria per un fanciullo di quell'età, che dimostrava. Infatti, « tutti quelli che l'udivano stupivano del suo senno e delle sue risposte »: i dottori rispondevano alle domande che ponevano i presenti o gli alunni su argo9menti connessi con le leggi levitiche, e quando notavano un alunno che mostrava erudizione e perspicacia, lo invitavano a prendere parte tra i dottori per udirlo e osservarlo meglio.
«E (i suoi genitori), vedutolo, sbigottirono», nel vederlo in quel luogo, tra quella compagnia e nel sentirlo porre domande e dare risposte sapienti.
«E sua madre gli disse: Figliuolo (in greco tekno\j = teknòs, cioè ragazzo), perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io (da notare il rispetto di Maria verso il marito, che nomina per primo) ti cercavamo, stando in gran pena»: con questo rimprovero non dettato dall'ira, ma dall'amore materno, Maria mostra tutta l'ansietà, provata per giorni e a lungo repressa. Gesù risponde, mostrando per la prima volta una certa indipendenza: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io doveva trovarmi nella casa del Padre mio? »; secondo altri: "nelle cose del Padre mio?".
Il testo greco in sé e per sé potrebbe ammettere l'una e l'altra traduzione essendo un'espressione ellittica, che richiede un'aggiunta. Infatti esso dice: " e)n toi=j tou= patro/j mou= én tòis toù patròs mou", letteralmente tradotto: "nelle del Padre mio", per cui c'è chi aggiunge "oikémasin" = nelle case (tempio, casa composta di più edifici), e c'è chi aggiunge "paràgmasin" = nelle cose.
La prima aggiunta è seguita da molti Padri della Chiesa, dalle versioni siriache, da Erasmo, Grozio, Webster e molti altri; la seconda dal Diodati, Calvino, Beza, Maldonato, De Witte, Alford e molti altri.
Prima di dire la nostra posizione, vogliamo far notare due cose nella risposta di Gesù: sembra escludersi la tesi cattolica che Maria avesse una conoscenza antecedente che Gesù era il Figlio di Dio, e la posizione di coloro che dalla frase "non sapevate", ritengono che egli avesse avvertito prima i genitori che si sarebbe allontanato o recato in qualche posto (ma, se così, perché i genitori "si misero a cercarlo, facendo ricerca, stando in gran pena"?).
Ci sembra pertanto che il vero significato della risposta di Gesù vada ricercato in tutto il suo comportamento tenuto durante la fanciullezza a casa, con cui aveva dimostrato l'attaccamento alle cose riguardanti il Padre suo (lo zelo per la Sua gloria, l'onore per Lui, l'amore e la conoscenza della Parola di Dio, per il tempio, ecc.), che avrebbe dovuto dare ai genitori la certezza che tutta la Sua vita era assorta nell'adempimento della volontà del Padre, impegnata nello zelare la Sua Gloria. Per questo dice loro: "Non sapevate?", non vi siete ancora resi conto che... Inoltre, da tener presente il verbo "doveva" (greco de/i = déi) che Gesù usa spesso durante la vita per indicare il piano divino che doveva effettuare, specialmente riferito alla sua passione e morte (cfr. Luca 13, 33; 26, 34).
Per cui Gesù fa presente ai suoi genitori che non ha mancato in nulla alla loro ubbidienza, perché il fatto trova la sua giustificazione nell'altro, ben più importante del legame d'affetto che lo univa ai suoi genitori e al padre terreno, cioè al legame molto più profondo che lo univa al Padre celeste. Così alla madre che gli aveva detto "Tuo padre", cioè Giuseppe, Gesù risponde "Padre mio" con riferimento a Dio.
In conclusione, ci sembra che delle due traduzioni date sopra, quella che dice: "nella casa del Padre mio", sia troppo ristrettiva, mentre l'altra, e cioè "nelle cose del Padre mio" è più comprensiva, e quindi preferibile, perché si riferisce anche al tempio e a una cerchia assai più vasta di idee circa la funzione di Gesù come Messia.
«Ed essi non capirono la parola che Egli aveva loro detto»: perché Egli mai aveva così apertamente parlato loro della sua vita dedita a zelare l'onore e la gloria del Padre suo, anche se essi, e specialmente Maria, attraverso le parole dell'Angelo (Luca 1, 35), avrebbero dovuto intuire qualcosa della natura e missione del figlio dal suo comportamento. «E discese con loro e venne a Nazareth e stava loro sottomesso »: questa volontaria sottomissione a loro, che comportò ubbidienza ai loro comandi, aiuto al padre nel lavoro di falegname o carpentiere e alla madre nelle faccende domestiche, Gesù la tenne, sebbene fosse consapevole della sua divina natura e purché la loro autorità umana non fosse di ostacolo per lui nell'attendere alle cose riguardanti il Padre Celeste. Da questo momento Giuseppe scompare dalla narrazione evangelica, e in seguito verranno solo menzionati: "sua madre e i suoi fratelli" (Marco 3, 31-35; Giovanni 2, 12) e le sue sorelle (Matteo 13, 53-58). Perciò, si può dedurre che Giuseppe sia morto durante i diciotto anni, che Gesù trascorse a Nazareth dal momento di questo suo ritrovamento nel tempio all'inizio della sua vita pubblica.