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di Italo Minestroni
«Or in quella
medesima contrada»: che viene localizzata ad oriente di Betlehem,
la stessa in cui Giacobbe (Israele) piantò la sua tenda aldilà
di Magdal (Genesi 35, 21), dove Boaz aveva il campo in cui Rut raccolse
le spighe (Rut 2, 1-2), e dove Davide pascolò il gregge di Isai, suo
padre (1 Samuele 16).
«V'erano dei pastori
che stavano nei campi (greco: a¦graulou=ntej
= agrauloùntes, cioè fare del campo una dimora, quindi
vivevano nei campi) e di notte facevano la guardia
(o la ronda) al loro gregge» per
tenere lontane le bestie selvagge e i ladri.
«Un angelo del Signore
si presentò (greco: efistemi, che indica apparizione improvvisa)
e la gloria del Signore risplendé intorno a
loro » (questo splendore o luce sfolgorante è un segno
della presenza di Dio: cfr. Esodo 10, 7.10; 4, 17; Atti 26, 13).
Perciò «
essi temettero di gran timore», come avviene sempre in presenza
di apparizioni soprannaturali per il timore di sentirsi annunziare qualche
castigo divino (Isaia 6, 5; Daniele 10, 7-8; Apocalisse 1, 17).
Ma l'angelo subito li tranquillizza e li rassicura.
Le sue parole sono riferite in forma poetica mediante tre distici:
PRIMO DISTICO (vers. 10): L'angelo annunzia una grande gioia ai pastori: «Non temete, perché ecco vi reco il buon annunzio // di una grande allegrezza che tutto il popolo avrà»: "vi reco il buon annunzi" (greco: euagghelìzomai verbo preferito da Luca (1, 19; 3, 18; 4, 18; 4, 18.43 ecc.) e già usato dal profeta Isaia (9, 1) come da tutta la letteratura messianica, che aveva annunziato come la venuta del Messia avrebbe portato "una grande allegrezza", destinata "a tutto il popolo".
SECONDO DISTICO (vers. 11): causa della grande allegrezza è la nascita del Salvatore, Messia e Signore: « Oggi vi è nato un salvatore // che è Cristo Signore, nella città di Davide»: è la prima volta in questo passo di Luca che nel Nuovo Testamento viene applicato il termine di "Salvatore" a Gesù, mentre nell'Antico Testamento era un attributo riservato solo a Jahweh (Abacuc 3, 18). Al neonato Gesù viene anche dato dall'angelo il titolo di "Signore", pur esso riservato nell'Antico Testamento solo a Jahweh (Adonai). I pagani davano questo titolo ai loro dei, ma Gesù è il "Signore", perché in lui Dio è apparso nella storia umana per stabilire la sua Signoria sull'universo intero (Filippesi 2, 11; Efesini 1, 20-21; Colossesi 2, 9-10.15). La formula "Cristo-Signore" è unica nel Nuovo Testamento per indicare che Gesù è "l'unico Signore e l'unico Messia". Infatti, il Salvatore annunziato è veramente il Messia, essendo nato "nella città di Davide", cioè Betlehem. L'avverbio "oggi" assicura che la salvezza sperata è effettivamente apparsa.
TERZO DISTICO (vers. 12): l'angelo dà
un segno per riconosce il neonato Messia: «
E questo vi sarà di segno: troverete un bambino fasciato e coricato
in una mangiatoia»: questo segno non ha nulla di straordinario.
Non si tratta di una reggia o di una culla d'oro,
bensì di poveri pannolini, di una mangiatoia e di una stalla. Quale
abbassamento per il Figlio di Dio!
«E subito
»: il segno dato dall'angelo per riconoscere il Messia e Salvatore
era talmente sconcertante per la sua povertà e bassezza che i pastori
avrebbero avuto difficoltà a riconoscere in Lui l'Atteso Inviato
Celeste.
Per confermare le parole dell'angelo ecco allora
apparire subito con esso «una moltitudine
dell'esercito celeste» o delle schiere celesti, che secondo
l'uso biblico possono essere di astri del firmamento (Deuteronomio 4, 19;
17, 3), oppure gli angeli (Salmo 148, 2; 1 Re 22, 19).
E qui si tratta di angeli chiamati "esercito",
perché sono moltissimi (cfr. Daniele 7, 10).
«Che lodava Iddio
», celebrando le sue divine perfezioni, che si manifestano nell'opera
dell'incarnazione, «e diceva: Gloria a Dio
nei luoghi altissimi // pace in terra fra
gli uomini che egli gradisce».
Duplice è la "gloria di Dio"; una interna,
che sono le sue perfezioni divine, di cui cantano gli angeli, riconoscendole
manifestate nell'opera dell'incarnazione.
"Nei luoghi altissimi": nel greco manca il verbo,
che non può essere sottinteso "sia", bensì "è", perché
nel greco la copula può omettersi solo al presente indicativo. "Negli
altissimi" (greco: e¦n u¥yi¢stoij
= én upsìstois), cioè nelle regioni eccelse, dove
si suppone Dio abiti. All'abitazione di Dio viene poi contrapposta l'abitazione
degli uomini, cioè "in terra", nella quale "è" (non "sia")
"pace".
Noi conosciamo una triplice "pace": con Dio,
con la coscienza e col prossimo. Orbene questa pace triplice è
stata obiettivamente già data agli uomini mediante la Parola Incarnata,
ma soggettivamente godono di essa solo coloro che fanno ciò che Dio
richiede, cioè «fra gli uomini che Egli
gradisce ».
L'espressione "che Egli gradisce" è espressa
nel greco con "eu¦doki¢a
= eudokìa" (nominativo) oppure con
eu¦doki¢aj = eudokìas
(genitivo)?
Alcuni codici recano il nominativo, e perciò
il canto angelico viene diviso in tre versetti: "Gloria a Dio negli altissimi
// e pace in terra // fra gli uomini di buona volontà", ma allora
sarebbe necessario inserire dopo la parola "pace" la congiunzione "e".
E' da preferirsi perciò la parola "eudokìas", cioè
al genitivo, come recano i quattro più antichi e migliori codici
(Vaticano, Sinaitico, Alessandrino e Beza) e seguita pure dalla Riveduta,
perché così il canto angelico si presenta come un distico
perfetto con termini paralleli in cui "gloria" si contrappone a "pace";
"negli altissimi" a "terra", e a "a Dio" si contrappone "agli uomini", così:
| Gloria | negli altissimi | a Dio |
| pace | in terra | fra gli uomini |
e così "eudokìas" (di buona
volontà), non essendo parallela a nessun'altra parola, resta come
una specificazione di "fra gli uomini".
Ma la parola "eudokìas" deve intendersi
come genitivo oggettivo (cioè che Dio ama, sceglie, vuole, gradisce)
oppure soggettivo (cioè, uomini di buona volontà)?
In altre parole, la pace annunziata dagli angeli
si diffonderà sugli uomini che sono oggetto del favore divino,
oppure sugli uomini che sono disposti in tale o talaltra maniera verso
Dio?
La Chiesa Romana preferisce il senso soggettivo,
ma qui sembra adattarsi meglio quello oggettivo, che significa "di divina
benevolenza, di beneplacito divino", quindi "uomini a Dio graditi, da lui
scelti ed eletti" (cfr. Matteo 11, 26; Filippesi 2, 13; 2 Tessalonicesi
1, 11).
Or questa pace divina va identificata coi beni
messianici, con la serenità interiore, con la salvezza che Dio
offre a tutti peccatori.
Dopo il loro canto, gli angeli se ne partirono
dai pastori, andando «verso il cielo
». Allora «i pastori presero a dire
tra loro: Passiamo fino a Betlehem», incoraggiandosi così
a vicenda a seguire l'invito dell'angelo «e
vediamo questo che è avvenuto e che il Signore ci ha fatto sapere
», cioè essi non si esortano a vicenda per andare a Betlehem,
onde verificare se i fatti annunziati dall'angelo sono veri, perché
della loro realtà non hanno dubbio, sicuri della rivelazione fatta
loro dal Signore.
«E andarono in fretta
»: non sembra sia dovuta al desiderio di ritornare presto ai loro
greggi per timore dei ladri né dalla paura di essere "di notte" essi
stessi scambiati per ladri, come era facile supporre data la poca stima
che gli ebrei avevano dei pastori beduini, ma alla gioia di poter vedere
"il Salvatore".
E, dopo aver fatto delle ricerche, «
trovarono Maria e Giuseppe e il bambino giacente nella mangiatoia
»: era questo infatti il segno dato dall'angelo, e cioè
che avrebbero trovato "il bambino giacente in una mangiatoia" ed essi
lo trovarono proprio "giacente nella mangiatoia", cioè in quella
mangiatoia determinata, di cui aveva parlato l'angelo.
«E, vedutolo, divulgarono
ciò che loro era stato detto di quel bambino»: il
verbo greco "ghnorìzo", tradotto "divulgarono", significa sia "conoscere"
che "parlare, per cui secondo il primo significato la frase suona: dopo
aver veduto il bambino giacente nella mangiatoia "conobbero" che era vero
ciò che l'angelo aveva annunziato loro; secondo l'altro significato
invece, suona: dopo che ebbero veduto il bambino giacente nella mangiatoia
"parlarono" con Maria e Giuseppe e altre persone di Betlehem di quanto
l'angelo aveva detto loro. E questa sembra la spiegazione migliore, confortata
da due osservazioni che subito Luca fa: la prima «
e tutti quelli che li udirono si meravigliavano delle cose dette dai pastori
»; la secondo: «or Maria serbava in
sé tutte quelle cose, collegandole insieme in cuor suo».
Maria "serbava in sé", cioè valutava
e confrontava nel suo animo le cose udite dai pastori con quelle di cui
ella stessa era stata protagonista e spettatrice (annunzio dell'angelo,
saluto di Elisabetta, ecc.) "collegandole (tutte) insieme in cuor suo",
cioè unendo un fato con l'altro e considerandone le circostanze.
Il cuore nella Bibbia è ritenuto sede
degli affetti, della volontà e del pensiero.
Compiuta la loro visita al neonato Gesù,
i pastori se ne tornarono al loro gregge «
glorificando e lodando Iddio»: due verbi che in greco sembrano
sinonimi, ma che tuttavia hanno una diversa sfumatura: "il glorificare"
è rendere gloria a Dio per la Sua Maestà; "il lodare Iddio"
è ringraziarlo dei benefici ricevuti (stesso verbo "ainéo"
del vers. Luca 19, 37; 24, 53).
«Per tutto quello
che avevano udito e visto, com'era loro stato annunziato»:
quindi oltreché per le cose sapute dall'angelo, anche per quelle
sapute da Maria e Giuseppe e infine anche per quelle che avevano visto coi
loro occhi durante la visita a Betlehem.
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