La Vita di Gesù
Uno sguardo sinottico dei quattro vangeli

di Italo Minestroni


IL VANGELO DELL'INFANZIA
LA NASCITA DI GESU'
(Luca 2, 1-7)

Nei primi cinque versetti Luca afferma tre cose:

E' vero che di questo censimento generale dell'Impero Romano non si ha altra testimonianza positiva che questa di Luca, tuttavia possiamo essere certi che esso sia vero. Luca infatti scriveva il suo Vangelo per un personaggio illustre dell'Impero (lo chiama, infatti, dal greco kra/tistoj = kràtistos = eccellentissimo, titolo dato ai governatori romani di Cesarea, Felice e Festo (Atti 23, 26; 24, 3; 26, 25), e pertanto gli sarebbe stato impossibile parlare di un censimento mai avvenuto, tanto più che scrive "dopo essersi accuratamente informato d'ogni cosa dall'origine" (Luca 1, 3).
Questo censimento è detto da Luca "il primo", perché ne seguirono altri, tra cui quello di Atti 5, 37, avvenuto nell'anno 6/7 d.C. Il censimento invece, di cui parla Luca qui, dovette avvenire tra l'8/6 a.C. (746/748 di Roma).
Tale censimento avvenne "mentre Quirino governava la Siria": ma Quirino fu proconsole della Siria solo dopo il 6 a.C. (759 di Roma), e quindi si ritiene che vi sia stato inviato come associato di Publio Quintinio Varo proconsole (746/8-750/4 di Roma) per provvedere alle operazioni del censimento.
Tanto più che Luca non lo chiama "proconsole" (greco: a¦nqupa¢toj = anthypatos, cfr. Atti 13, 7; 18, 12), ma "preside" (greco: h¥gemo£n = ehemòn, termine di significato generale).
Il censimento in questione era "una registrazione" (greco: a¦pografh£ = apographé, cioè una numerazione delle persone per la formazione del ruolo) e non un vero "censimento" (greco: apotìmesis, cioè accertamento del valore della proprietà onde imporre un tributo) come fu quello di Atti 5, 37 del 6 d.C.
Il censimento non fu fatto secondo l'uso romano, che richiedeva che ciascuno si registrasse nel luogo del domicilio, ma secondo l'uso ebraico, che obbligava tutti ad andarsi a registrare nel luogo d'origine della famiglia o casata, oltreché della tribù. per questo «tutti (gli ebrei) andavano a farsi registrare, ciascuno nella sua città ».
Anche Giuseppe, che abitava a Nazareth, dovette recarsi "nella sua città", che era Betlehem (casa del pane), patria di Davide e distante 120 chilometri.
Giuseppe, infatti, non solo apparteneva alla "stirpe (greco: patri/da = patrìda) davidica" ma anche "alla famiglia (greco oiko\j = oikòs) di Davide".
Betlehem era chiamata "Betlehem di Giuda" (Matteo 2, 6) e anche "Betlehem Efrata" (Michea 5, 1).
Con Giuseppe, andò «Maria sua sposa, che era incinta »: due problemi sorgono da questa proposizione: « Ora avvenne, che mentre erano quivi (il che fa pensare che Giuseppe e Maria fossero già arrivati a Betlehem e vi si fossero stabiliti in attesa del parto ormai imminente), si compì per lei il tempo del parto, ed ella diè alla luce il suo figliuolo primogenito». Il termine "primogenito", quando viene usato in senso filologico e ordinario, indica il primo figlio di una serie, quando invece viene usato in atti o disposizioni legali si intende il primo figlio che apre il grembo materno, seguano o meno altri figli. Gli ebrei nella loro legalizzazione a carattere teocratico, e quindi religiosa, usavano il termine "primogenito" anche nel senso di "unigenito o figlio unico". Nei due sensi religioso-legale, infatti, va inteso questo termine di "primogenito" in Luca 2, 23, in quanto, secondo la legislazione mosaica, il primogenito maschio, a prescindere se seguivano o meno altri figli, apparteneva a Dio e doveva essere riscattato con un'offerta al tempio (Esodo 13, 2), succedeva al padre e riceveva i due terzi dell'eredità (Deuteronomio 21, 27).
Ma nel racconto della nascita di Gesù Luca è uno storico che non dà al termine "primogenito" il valore religioso-legale, ma quello filologico e ordinario di primo figlio di una serie.

E Maria « lo fasciò»: quando tra gli ebrei nasceva un figlio, lo lavavano, lo frizionavano col sale e ne stringevano le membra con fasce (Ezechiele 16, 4).

« E lo pose a giacere in una mangiatoia, perché non c'era posto per loro nell'albergo»: mangiatoia (greco: fa/tneh = fàtne) è quell'aggeggio mobile o fisso, dove viene posto il cibo per gli animali, che poteva servire da culla. Tuttavia il termine greco può significare anche "stalla per ogni tipo di animale" (cfr. 2 Cronache 32, 29; Abacuc 3, 17; Proverbi 14, 4; Isaia 1, 3; Luca 13, 15) ed è questo il significato che qui si impone, in quanto sta in rapporto con "albergo" (greco: kata\luma = katalyma) che è certamente una stanza, un vano.
"Albergo" (greco: katalyma, composto da katà + lùo = sciolgo) etimologicamente significa "luogo dove si sciolgono le bestie (come, caravanserraglio), luogo dove si fa tappa, luogo dove si toglie il basto agli animali, ripostiglio per il grano" (cfr. 1 Samuele 1, 18; 9, 22; 1 Cronache 28, 12; Luca 22, 11-12).
Dall'uso che Luca fa di questo termine (katalyma), si vede che gli dà il significato di "abitare in una stanza di case private" (Luca 9, 12; 19, 7).
Giuseppe, non trovando posto nella stanza o camera degli ospiti di qualche parente o di qualche famiglia amica, a cui si erano rivolti, a causa della stragrande affluenza di parenti e amici giunti a Betlehem per il censimento, non potè essere loro provveduto altro alloggio che "la stalla", ove nacque Gesù.
Quindi, non è improbabile (sebbene Luca non ne faccia parola) che in quella stalla, potessero trovarsi gli strumenti di lavoro (zappa, arpione, ecc), i rifornimenti di cibo (grano, olio, vino, ecc.) e forse anche qualche animale (bue, asino, pecora, ecc.).