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di Italo Minestroni
IL VANGELO DELL'INFANZIA
UN ANGELO TRANQUILLIZZA
GIUSEPPE TURBATO
(Matteo 1, 18-25)
Questo racconto di Matteo include tre elementi:
Giuseppe viene detto «uomo giusto » (vers. 19): in che senso? Varie sono state le risposte dei Padri della Chiesa. Secondo Giustino (2° secolo), perché cercò di contemperare, in questa circostanza, i rigori della giustizia con la bontà; secondo Girolamo (fine 4° inizio 5° sec.), perché stimando molto Maria non se la sentì di addossare a lei la colpa dell'adulterio; secondo altri Padri della Chiesa, perché, avendo saputo il grande evento verificatosi in lei per intervento dello Spirito Santo, egli, pur amando Maria, aveva timore di condurla a casa sua come sposa, essendo opera di Dio quel che era avvenuto in lei.
Ci sembra però che il vero perché, per cui è detto "giusto" sia da vedersi nel fatto che era un pio osservante della legge divina, che percepisce negli eventi il disegno di Dio, preannunciato dai profeti, e che perciò collabora al loro adempimento (3, 15), conservando il segreto di solito collegato alle rivelazioni divine. Infatti, Giuseppe formulò in se stesso il piano: « si propose », dice Matteo, di dimettere Maria «occultamente», cioè senza dare in pasto al pubblico (greco: paradeigmatìzomai) la sua misteriosa concezione.
Ma interviene a tranquillizzarlo
«un angelo del Signore
» che gli mostra la missione che lui, Giuseppe, dovrà
compiere riguardo al nascituro.
Da notare che ogni comunicazione
divina a Giuseppe avviene «in sogno» (vers. 1, 20; 2,
2.13.19), come spesso avvenne per i patriarchi dell'Antico Testamento.
E "in sogno", mediante
l'angelo, Dio gli comunica che, pur essendo Maria incinta per la potenza
divina (Spirito Santo), tuttavia egli avrà una missione da
compiere, quella cioè di dare il nome al nascituro, in tal modo
addottandolo e trasmettendogli così la discendenza davidica.
Infatti, solo mediante
Giuseppe Gesù poteva essere riconosciuto come figlio di Davide,
e quindi erede delle benedizioni e delle promesse davidiche sia legalmente
che di fronte alla pubblica opinione. La successione, difatti, secondo
il diritto ebraico, non passava tramite la madre ma tramite il padre.
Per questo occorreva che Giuseppe, che lo stesso angelo chiama «
figliuolo di Davide» (vers.
20), accettasse il bambino come suo. Cosa che egli «
essendo uomo giusto» subito
fa, dimostrando di accettare con fede ed entusiasmo la missione affidatagli
da Dio col « prendere con sé
sua moglie ».
« E tu gli porrai nome Gesù »: anche a Maria l'angelo aveva suggerito questo nome. Da notare che il verbo "porrai" (greco: kalésis) è un futuro di valore imperativo. Subito l'angelo dichiara che quel nome significa: « è lui che salverà il suo popolo dai loro peccati », e Gesù infatti significa "Jahweh è salvezza o salvatore". I Giudei attendevano un Messia che li avrebbe liberati dal giogo dei romani, ma non si rendevano conto che erano ritenuti in una schiavitù peggiore per effetto dei loro peccati, la schiavitù di Satana. E' da questa schiavitù che Jahweh li avrebbe liberati.
«
Or tutto avvenne affinché si adempisse quello che
era stato detto dal Signore per mezzo dei profeti
»: queste parole sono una riflessione di Matteo e non dell'angelo.
E sono una delle caratteristiche del suo stile, per mettere in evidenza
il nesso esistente tra l'Antico e il Nuovo testamento, facendo seguire
alla narrazione di un fatto una citazione profetica, introdotta dall'espressione
"affinché si adempisse", o "così si adempì",
oppure "allora si adempì".
Con questa espressione
Matteo vuol dimostrare che i fatti narrati hanno avuto la loro causa
nella libera volontà di Dio, che, disponendo gli eventi secondo
un piano prestabilito, a volte rivelato per mezzo dei profeti, doveva
necessariamente attuarsi. Perciò la coincidenza tra la profezia
che annuncia il fatto, e il compimento dello stesso, non è puramente
casuale, ma dipendente dalla provvidenziale disposizione di Dio.
Inoltre già nell'Antico
Testamento, la realizzazione delle profezie era uno dei criteri per
riconoscere la missione divina dei profeti (Deuteronomio 18, 20-22).
La citazione della profezia
è tratta da Isaia 7, 14, il quale annunzia che una vergine
(in greco parqe/noj
= parthénos; in ebraico Almah = giovinetta, adolescente,
ragazza non sposata) partorirà un figlio, che avrà
nome Emmanuele, che vuol dire, commenta Matteo "Iddio con noi". Questa
apparizione dell'angelo a Giuseppe durante il sogno fu una vera "annunciazione",
che esigeva da Giuseppe una risposta pronta e generosa.. Dio non obbliga,
non costringe, vuole la cooperazione umana. E Giuseppe, ubbidendo
prontamente «
destatosi dal sonno» al
messaggio angelico. compì l'ultima formalità del matrimonio
« e prese con sé
(a casa sua) sua moglie
».
Ma «
non la conobbe (cioè,
non ebbe rapporti coniugali con lei, per rispetto certamente della
creatura che era nel seno di Maria, concepita così in modo soprannaturale)
finch'ella non ebbe partorito un
figlio »: il buon senso e il
significato della stessa frase lascia chiaramente intendere che, dopo
che Maria ebbe partorito Gesù, Giuseppe "la conobbe".
Ma qui subentra la Chiesa
Cattolica con il suo dogma della perpetua verginità di Maria
(prima, durante e dopo il parto) che cerca di sostenere dando alla
congiunzione "finché" un significato precisivo, in quanto essa
indicherebbe solo ciò che è accaduto fino a un determinato
tempo senza prendere in considerazione il tempo successivo; per cui
Matteo vorrebbe dire che Giuseppe non conobbe Maria fino alla nascita
di Gesù, che poi nemmeno in seguito l'abbia conosciuta lo si sa
dalla tradizione e dal fatto che Gesù non ebbe fratelli ma cugini.
E per sostenere questa
tesi i teologi cattolici recano a proposito di "finché" i
seguenti passi: (Salmo 8, 7; Salmo 110, 1; 1 Timoteo 4, 13; Luca
1, 80; Salmo 123, 3), ma se tutti questi passi vengono attentamente
esaminati si nota che il "finché" sottolinea proprio il seguente
cambiamento di situazione. Del resto nelle stesse lingue: italiana
(finché), latina (donec) e greca (eòs) quando questa
congiunzione è unita rispettivamente o a un passato remoto
o a un perfetto o ad un aoristo indicativo, vuol sempre insinuare
un cambiamento di situazione.
Basti un esempio: "Io
non andai a Roma finché non mi fui guarito, vuol dire che una volta
guarito ci sono andato; mentre se dico: io vado a Roma o andrò a
Roma dopo che mi sono guarito o sarò guarito, non si può essere
certi dell'andata, perché può sempre intervenire qualche fatto
nuovo ad impedirlo" (per uno studio più
esteso ed approfondito sul valore del termine "finché" nella Bibbia,
vedere il seguente
sito web
).
Né d'altra parte
ha alcun valore il fatto della traduzione erronea di "fratelli",
in greco "adelfo\i
= adelphòi" con cugini, anche se si cerca di sostenerla,
ricorrendo al termine ebraico "ab" che in una lingua povera come l'ebraico
aveva un uso assai largo, potendo indicare fratelli, fratellastri, cugini,
nipoti, parenti prossimi e compatrioti.
Infatti, il Nuovo Testamento
è stato scritto in greco, che ha termini diversi per "fratelli
e cugini" e gli scrittori sacri usano "fratelli (greco:
adelfo\i = adelphòi)"
quando si tratta di figli degli stessi genitori, e usa "cugini (greco:
aneyio\j
= anepsiòs)" quando si tratta di figli di fratelli o di
sorelle (cfr. Matteo 13, 53-56 e paralleli; Galati 1, 20; Atti 1,
14 ecc. e Colossesi 4, 10).
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