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di Italo Minestroni
IL VANGELO DELL'INFANZIA
NASCITA E CIRCONCISIONE
DI GIOVANNI
(Luca 1, 57-80)
«
Or, compiutosi per Elisabetta il tempo di partorire, diè alla
luce un figliuolo. E i suoi vicini e parenti udirono che il Signore aveva
magnificata la sua misericordia verso di lei, e se ne rallegravano con
essa ».
Che una moglie sterile
e avanzata di età avesse partorito un figlio al vecchio Zaccaria,
venne comunicato "ai vicini e ai parenti" come evento di grande misericordia
del Signore, e perciò si rallegravano con lei per la nascita del
figlio.
Otto giorni dopo la nascita conforme al prescritto della legge (Genesi 17, 12; 21, 4; Levitico 12, 3), parenti ed amici «vennero a circoncidere il bambino». Questa operazione consisteva nel taglio del prepuzio, in origine poteva essere compiuta da chiunque, anche da una donna (cfr. l'apocrifo 1 Maccabei 1, 60; 2, 6-10); ma più tardi, data l'abilità necessaria, fu riservata ad uno specialista (detto "mochél"). La circoncisione fu la cerimonia prescritta da Dio ad Abramo e ai suoi discendenti (Genesi 17, 9-14), mediante cui il maschio entrava a far parte del popolo eletto, diveniva partecipe delle benedizioni del Signore e soggetto alla legge divina.
« E lo chiamavano Zaccaria dal nome di suo padre ». Al momento della circoncisione, in ricordo forse di quanto aveva fatto Jahweh con Abramo (Genesi 17, 5-13), si imponeva il nome al neonato, oppure lo si cambiava se il circonciso era un adulto. La scelta del nome era, in antico, fatta in riferimento a qualche evento che aveva accompagnato la nascita (Genesi 4, 1-25; 5, 19-37) ma in tempi più recenti il nome era scelto fra gli antenati (raramente si imponeva il nome del padre, tuttavia parenti ed amici tentarono di farlo in questa circostanza).
Ma Elisabetta, probabilmente
avvertita dal marito dell'ordine dell'angelo (vers. 13), «
prese a parlare e disse: No, sarà invece chiamato Giovanni
».
Insistendo amici e parenti
che «non v'è alcuno del tuo parentado
che porti questo nome», si rivolgono
« mediante cenni al padre
(il quale, come si è detto al vers. 20, oltreché "muto"
doveva essere anche "sordo") domandavano come
voleva che fosse chiamato ».
«Ed egli, chiese
una tavoletta (greco: pinaki/dion
= pinakìdion, grande come una lavagnetta per bambini dei nostri
giorni, ma fatta di pino sottile coperto di cera, talvolta anche fatta
di piombo, rame o avorio) e con uno stilo di ferro scrisse così:
«
Il suo nome è Giovanni», ovviamente
in obbedienza al volere dell'angelo.
Questo accordo dei genitori
circa il nome estraneo alla parentela fece sì che «
tutti si meravigliarono», intuendo
forse che essi stavano eseguendo un ordine superiore.
«
In quell'istante», come l'angelo
aveva predetto «la sua bocca fu aperta
e la sua lingua fu sciolta», cioè
Zaccaria riebbe la favella (gli ebrei ritenevano che la lingua dei muti
fosse come legata: Isaia 35, 6; Marco 7, 35) «
e parlava, benedicendo Iddio», ringrazia
cioè Dio per il compimento di tutte le cose, di cui Zaccaria aveva
dubitato e per il riacquistato uso della loquela.
Ed è qui probabilmente
che egli disse il cantico, che Luca pone al termine di questa narrazione,
prediligendo egli (come abbiamo già detto) di terminare un racconto
prima di passare ad un altro argomento. Allora «
tutti i loro vicini furono presi da timore
»: si trattò di un timore religioso o riverenza verso
Dio, che aveva dimostrato il Suo potere in modo così straordinario.
«
E tutte queste cose (avvenimenti, discorsi,
mutismo e guarigione di Zaccaria) si divulgavano
per tutta la regione montuosa della Giudea. E tutti quelli che l'udirono,
le serbarono in cuor loro (cioè le
fissarono nella loro mente) e dicevano: Che
sarà mai questo bambino?».
La frase seguente: «
Perché la mano del Signore era con lui
» è una riflessione storica di Luca e non fa parte delle
parole dei vicini. "La mano del Signore" è un'espressione che significa:
la potenza, la provvidenza, la cura, la grazia, la benedizione del Signore.
«
E Zaccaria, suo padre, fu ripieno dello Spirito Santo e profetò
dicendo: »: Zaccaria esperimentò
in quel momento l'influenza straordinaria dello Spirito Santo e fu ispirato
a profetizzare. "Profetizzare" in senso biblico significa sia il predire
eventi futuri e sia rivelare o esporre il volere di Dio sotto la guida
dello Spirito di Verità. Zaccaria "profetò" in entrambi i
sensi, perché predisse varie cose su Giovanni e cristo, e allargò
la profezia a parlare della natura e della beatitudine della salvezza. La
voce dei profeti era cessata presso gli Ebrei con Malachia, circa 400 anni
prima. Ora si ridesta con Zaccaria all'alba del Vangelo.
Anche per questo cantico
di Zaccaria, detto "Benedictus", non possiamo ammettere che sia stato Luca
a crearlo, né che sia stato da lui trasportato qui da preesistenti
cantici giudaici o sorti in seno alla primitiva Comunità cristiana.
La sua storicità,
come quella del "Magnificat" di Maria o del "Nunc dimittis" di Simeone,
è garantita dall'ispirazione e dalla mentalità del tempo
in cui quei cantici si muovono., Luca, essendo stati questi cantici detti
in aramaico, quando li riferì in greco può averli ritoccati
personalmente o per mano di un altro, però essi sono stati certamente
detti dai loro personaggi.
Il Cantico di Zaccaria si divide in due parti:
PRIMA PARTE (vers.
68-75): si ha la descrizione del Salvatore.
Il cantico inizia con una
forma dossologica, che si ritrova spesso in Salmi (72, 18; 89, 52; 106, 48;
cfr. 1 Cronache 29, 10) ed è un titolo che indicava la relazione in
cui Dio era con Israele: «Benedetto sia
il Signore, l'Iddio d'Israele».
E la ragione di questa
eulogia è «perché ha visitato
(il verbo greco "piskèptomai" può indicare una visita
buona o cattiva di Dio a seconda che conceda favori o minacci castighi;
qui, per il contesto, si tratta di una visita favorevole)
e riscattato il suo popolo »: la
Legge mosaica prescriveva il riscatto per tornare ad essere padroni di
una cosa legalmente perduta oppure per dare libertà a chi era caduto
in schiavitù, comportando sempre l'esborso di un prezzo. Nell'Antico
Testamento Jahweh è spesso chiamato "il Redentore del suo popolo",
perché lo liberò dal giogo oppressore dei suoi nemici e dalla
schiavitù d'Egitto (Deuteronomio 7, 8; Salmo 70, 6; Isaia 41, 14).
E queste idee devono essere pullulate nell'animo di Zaccaria. Però
nel medesimo tempo esse sono adatte ad esprimere i concetti più spirituali
della redenzione spirituale che il Messia avrebbe operato.
Infatti nel Nuovo Testamento
la parola "riscatto" (greco: lutrw\sij
= lytròsis) si applica particolarmente alla morte redentrice
di Cristo.
La seconda ragione dell'eulogia
è: «e ci ha suscitato un potente
Salvatore» (in greco: un corno di salvezza:
metafora ebraica per indicare forza, potenza, essendo il corno ornamento
e insieme arma difensiva e offensiva).
Questa immagine di una
potenza vittoriosa viene qui attribuita a Dio, "potente Salvatore".
«
Nella casa di Davide, suo servitore»:
Zaccaria allude alla promessa fatta da Dio a Davide tramite Natan (2 Samuele
7, 26) e annunziata da altri profeti (Isaia 9, 6; 11, 1; 53, 3-4; Geremia
23, 5; Osea 2, 3; Amos 1, 11; Michea 5, 2) secondo la promessa fatta
ad Abramo (Genesi 22, 17).
E infatti Luca aggiunge
subito «come aveva promessa ab antico
per bocca dei suoi profeti».
Questo potente Salvatore,
afferma Zaccaria, «ci salverà
dai nostri nemici e dalle mani di tutti quelli che ci odiano
».
Facendo questo «
Egli usa misericordia verso i nostri padri e si ricorda del suo patto,
del giuramento che fece ad Abramo, nostro padre
»: in forza del parallelismo della poesia ebraica, il "giuramento",
di cui Zaccaria parla, è sinonimo del "patto santo", dato prima
ad Abramo in forma di promessa e poi confermato da Dio con giuramento (Genesi
22, 16-17; Ebrei 6, 13-16).
«
Affine di concederci»: questo verbo
introduce lo scopo vero e positivo della venuta del Salvatore, che è
quello di darci la grazia, dopo che saremo stati «
liberati dai nostri nemici», che
« gli servissimo senza paura, in
santità e giustizia, nel suo cospetto, tutti i giorni della nostra
vita »: occorre sottolineare alcune
cose:
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