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di Italo Minestroni
Ciascuno dei quattro Vangeli introduce la narrazione della vita e dei fatti riguardanti Gesù mediante un PROLOGO. Li vedremo brevemente tutti e quattro.
IL PROLOGO DEL VANGELO
DI MATTEO: LA GENEALOGIA DI GESU' (1,1-17)«Genealogia», che
etimologicamente significa «generazione», dà il registro
o la rassegna degli antenati di Gesù.
Gli ebrei furono gelosissimi,
come nessun altro popolo mai, nel custodire le genealogie del loro popolo,
umanamente per il fatto che a ciascuna tribù era stata assegnata
nella spartizione della Palestina, in possesso perpetuo, una porzione particolare
della terra promessa, che avrebbe potuto sempre reclamare come suo diritto
inalienabile. Ma Dio però si proponeva uno scopo ben più
elevato con queste genealogie, e cioè: dimostrare che mediante esse
il promesso Inviato Celeste (il Messia, Cristo) era l'erede delle promesse
fatte ai patriarchi e a Davide, e il termine delle profezie messianiche.
Così Matteo, che scrisse per i cristiani ebrei, ponendo la sua genealogia
all'inizio del suo Vangelo, ha voluto dimostrare che Gesù era vero
discendente di Davide e di Abramo, ai quali era stata fatta la promessa della
sua venuta (Genesi 22,18; 2a Samuele 7,14 ecc.). Per questo la sua genealogia
parte da Abramo e discende fino a Giuseppe, padre di Gesù.
Luca non pone la sua genealogia all'inizio del Vangelo e prima della nascita di Gesù ma all'inizio del suo ministero pubblico (Luca 3,33-38). Anche egli ci dà una lista degli antenati di Gesù ma con alcune differenze «nella forma e nel contenuto», che si spiegano facilmente con il diverso scopo da lui avuto nello scrivere il suo Vangelo. Scrivendo, infatti, ai cristiani provenienti dal paganesimo, ha voluto dimostrare loro che Gesù è il Salvatore di tutti, e non dei soli ebrei. Perciò egli risale al capostipite stesso dell'umanità, ad Adamo. Per quanto riguarda altri problemi sulle divergenze delle due genealogie, rimandiamo il lettore a studi più specifici che non ci è possibile trattare qui.
IL PROLOGO DEL VANGELO
DI LUCA (1, 1-4)
In esso Luca espone l'occasione
e il motivo del suo scritto, nonché l'argomento e lo scopo del suo
Vangelo:
IL PROLOGO DEL VANGELO
DI GIOVANNI (1,1-18)
È una delle pagine
più sublimi di tutta la Sacra Scrittura, sorvolando come aquila
su tutti i tempi e gli spazi, punta il suo sguardo in Dio per presentarci
l'eterna generazione di Gesù nel seno del Padre, la sua esistenza
e la parte avuta nella creazione, e quindi parlarci del piano divino della
salvezza dell'umanità, inviando come luce e vita la stessa Parola
(Lògos o Verbum) sulla terra.
Nel suo prologo Giovanni
enuncia otto verità:
Prima verità
: La parola nei suoi rapporti con Dio (v. 1-2)
«In principio»
quando "Dio creò i cieli e la terra" «la parola era»
cioè esisteva, ed esisteva «presso Dio», cioè
il Dio conosciuto nell'Antico Testamento, "nel cui seno essa era", cioè
dimorava. Ora nessuno può "risiedere presso un altro" senza essere
distinto da lui, sebbene la Parola, non fosse separata e senza rapporti
col Dio Padre, ma in continua comunicazione con Lui, perché l'espressione
«presso il Dio» (greco pro\j to\n
qeo/n = pròs tòn theòn)
indica un rapporto di attività, di movimento tra i due. Se ne deduce
che la Parola è eterna, ha preso parte alla creazione, è partecipe
della vita divina, sebbene distinta da Dio, e per questo Giovanni può
sicuramente concludere che «La Parola era Dio», di cui è
soggetto la Parola (che ha l'articolo).
Seconda verità
: I rapporti della Parola con la creazione (v.3)
«Ogni cosa è
stata fatta per mezzo di lei; e senza di lei neppure una delle cose fatte
è stata fatta»: mediante questa Parola eterna e divina sono
state fatte tutte le cose, senza eccezione alcuna, e delle quali cose essa
è causa esemplare.
Terza verità
: I rapporti della Parola con l'uomo in particolare (v.4-5)
Questa Parola per gli uomini
«era vita. . . era luce che splende nelle tenebre». Si tratta
di termini usati in senso metaforico: vita vuol dire la vera vita spirituale;
luce vuol dire la rivelazione divina che illumina; tenebre sono gli esseri
umani che non accolgono la parola vivificante e illuminante del Lògos
o Verbo e quindi sono nelle tenebre del peccato, dell'ignoranza e della
cecità morale-spirituale.
Quarta verità
: La missione di Giovanni il Battezzatore (v.6-8)
Egli apparve in pubblico
per mostrare e dimostrare ai Giudei chi fosse la luce e condurli in forza
della sua testimonianza ad accoglierla.
Quinta verità : Sebbene Giovanni non fosse la luce, tuttavia la luce era per venire nel mondo (v. 9-11). «La vera luce» era la Parola, il Lògos, la cui missione consisteva nel dire la verità, nel rivelare il Padre. La sua venuta era imminente, anzi era già «nel mondo», quando Giovanni predicava. Da notare che nel (v. 10) la parola «mondo» viene ripetuta tre volte: ora, nel primo e terzo caso vuol dire "umanità", nel secondo il "creato". Ma l'umanità non si lascia penetrare dalla luce della rivelazione. La Parola «è venuta in casa sua»: per alcuni (casa sua), sarebbe il popolo ebraico, secondo altri (e forse meglio!) sarebbe la sua proprietà, tra i suoi, indicando tutto il genere umano.
Sesta verità
: Coloro che hanno ricevuto la Parola sono stati elevati alla dignità
di figli di Dio (v. 12-13)
Tutti gli esseri umani
sono creature ragionevoli di Dio, ma a chi accoglie con fede la Parola
fatta carne, essa fa dono dell'adozione a figli di Dio (Galati 4, 4-5).
Da notare l'espressione «ha dato il diritto», per significare
che gli atti che l'uomo pone per avere la salvezza ed essere adottato come
figlio, di per sé non hanno alcun merito, e, solo per grazia divina
viene loro riconosciuto il diritto, il potere di far accettare il credente
come figlio adottivo di Dio per i meriti di Cristo. Inoltre aveva il diritto,
il potere di far accettare il credente come figlio adottivo di Dio per i meriti
di Cristo. Inoltre, avere il diritto ad una cosa non significa impossessarsi
di quella cosa: il possesso avverrà quando tutto ciò che è
stabilito si è compiuto. Così chi crede in Gesù ha
il diritto di divenire figliuolo di Dio, ma tale diritto diverrà possesso,
realtà, solo quando il credente, si sarà ravveduto, avrà
confessato Cristo e sarà stato battezzato.
Settima verità : La Parola fatta carne (v. 14)
La congiunzione "e" dell'espressione «e la Parola» indica un ulteriore sviluppo del pensiero, e cioè: quella Parola che «era presso Dio e che era Dio», che era creatrice, luce, vita e verità è scesa nel mondo degli uomini, è entrata nella storia umana, "è stata fatta carne, cioè uomo". Questo passaggio della sua esistenza terrena, umana, è avvenuto con l'origine del corpo di Gesù. Perciò non in qualche momento della sua vita terrena (ad es. nel battesimo) è divenuta Parola, e nemmeno si è trattato della trasformazione di un essere celeste in un essere terreno, come pure non ha comportato la rinuncia alla natura divina, perché risulta evidente il fatto che nella figura terrena e storia del Figlio di Dio la divinità e l'umanità si trovano realmente unite. Perciò essa sulla terra ha potuto essere «piena di grazia e di verità». Per cui Giovanni e tutti gli altri testimoni oculari hanno potuto contemplare la «gloria», cioè la presenza stessa di Dio riflessa nella persona di Gesù, attraverso la sua mirabile dottrina, i suoi miracoli, la sua resurrezione, ascensione al cielo e tutta la sua vita di bontà e d'amore per tutti. Questa «gloria» di Gesù fu «come quella dell'unigenito venuto da presso il Padre, nella quale frase la congiunzione "come" non ha valore di similitudine ma di identità, volendo significare: «la gloria che è propria e compete all'Unigenito...».
Ottava verità: Giovanni il battezzatore (v. 15) e Giovanni apostolo ed evangelista (v, 16-18) rendono la loro testimonianza circa la Parola fatta uomo.
Così si conclude questo meraviglioso prologo, la cui elevatezza e profondità fanno venire le vertigini alle nostre povere e limitate menti umane.
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