GENESI - LA STORIA PATRIARCALE
LA FEDERAZIONE DEI BENÊ JA'AQOB (Ge 29, 1 - 35, 29)
IV (B'). LA FUGA DELLE MADRI ANCESTRALI (31, 1-43)
Capitolo 31
Artisticamente, Il Redattore ritorna a parlare delle madri ancestrali, descrivendone la fuga dalla casa paterna, verso la casa di Giacobbe (31, 1-43). Per far questo il Redattore ha a sua disposizione tutte e tre le tradizioni IEP, e due temi originari, quello della rottura del patto e l'altro del ritorno in patria.
Il primo tema ha parecchi elementi, propri del diritto hurritico, come la nascita dei figli all'adottante (30, 35; 31, 1), fatto che altera fondamentalmente il regime dell'adozione, nei riguardi della eredità (31, 14); il latrocinio dei terāfîm da parte di Rachele, in vista, anche questo, della eredità (v. 19); l'accusa delle figlie di Labano di essere state trattate da lui come «straniere» (v. 15a), dopo aver loro mangiato tutto il prezzo (v. 15b); la fuga di uno dei contraenti in modo furtivo (vv. 20. 27-28); le pretese di Labano di aver diritto alle figlie date all'adottato in mogli e ai nipoti nati durante il matrimonio errēbu (vv. 31. 49).
Il secondo tema ha elementi cananei come il riferimento al voto fatto in vista del matrimonio (31, 13) e il ritorno alla casa del padre, insieme alle mogli (vv. 17 ss.).
Questi due temi furono localizzati nei pressi delle montagne di Galaad e furono trasmessi dalla tribù di Gad (associata con Lia) e di Manasse (discendente di Rachele). M. Noth, Überlieferunsgeschichte des Pentateuchs, Stuttgart 1948, 95 ss.; H. Cazelles, DBS, art. Patriarches, 132 s. 134.
Un Redattore li ha sapientemente amalgamati insieme, fornendo un componimento che, come il solito, si svolge in uno schema settenario.
1) I motivi della fuga (vv. 1-3). Motivi umani e religiosi obbligano Giacobbe a fuggire da Labano.
vv. 1. 3 (tradizione J). La legge hurritica prende in esame il caso della nascita all'adottante di figli propri, dopo una adozione. L'eredità, nel caso, dovrà essere divisa a metà con l'adottante. Era, dunque, naturale che il fatto suscitasse malumori specialmente da parte dei figli naturali; sicché Giacobbe li sentì mormorare: – Si è preso tutto quello che era di nostro padre... e ha messo insieme tutta questa ricchezza –.
A queste lamentele si aggiunse un oracolo del Dio protettore che comandava a Giacobbe di tornare alla terra dei padri, al suo parentado, e che gli prometteva assistenza continua.
v. 2 (tradizione E). Questi fatti nuovi influirono anche su Labano, il quale cominciò a fare il volto oscuro.
2) Il dialogo con le mogli (vv. 4-9, tradizione E + 10-13 del Redattore). I matrimoni di Giacobbe erano stati di tipo errēbu, sicché le mogli erano rimaste giuridicamente vincolate alla «casa del padre» (cfr il matrimonio arabo şadika, R. De Vaux, Les Institutions de l'Ancient Testament, I, 52; G. von Rad, 4, 271; vedi Gdc 14, 2 ss.; 15, 1; Ge 31, 43). Era, dunque necessario convincerle a strappare quei vincoli e fuggire con lui. Per questo Giacobbe le mandò a chiamare dalla casa paterna, perché venissero nella steppa, presso il suo gregge e fece con loro un lungo dialogo, portando le motivazioni della sua decisione.
5. Prima di tutto, fa loro notare che mentre Labano aveva mutato condotta nei suoi rapporti. l' 'Elohê 'Abî, il Dio del suo padre aveva continuato a proteggerlo. Sicché egli era di sicuro innocente, e il loro padre colpevole.
vv. 6-7. Difatti esse stesse potevano testimoniare la fedeltà nel suo servizio, e gli imbrogli del loro padre. Con tutte le sue forze egli aveva compiuto il proprio dovere; mentre Labano aveva mutato contratto innumerevoli volte (= dieci volte, numero indeterminato, Nm 14, 22). Ciò nonostante, Dio non gli ha mai permesso di potergli fare un male reale. H. Cazelles, Laban change dix fois le salaire de Jacob (Ge 31, 7, Rech. Bib. 8 (1967), 29 ss.
v. 8. Difatti, quando gli offriva come salario capre punteggiate, queste partorivano capretti di tale colore; quando, mutando il contratto, gli profferiva bestie striate, allora tutto il gregge figliava delle bestie striate.
v. 9. Così 'Elōhîm sottraeva il bestiame di Labano per darlo a Giacobbe, suo protetto.
vv. 10-13 (R). Prova ne sono due teofanie: una visione e un oracolo.
La visione avvenne nel sogno, durante il tempo della monta dei becchi (= 'atudîm = acc. atudu). Giacobbe vide che tutti i montoni erano striati, punteggiati e chiazzati, cioè – come gli fece notare l'Angelo di 'Elōhîm – appartenevano per contratto a lui e non a Labano, che Dio voleva punire per la sua triste condotta. Probabilmente tale visione suggerì a Giacobbe la richiesta che fece nel contratto, che dovette seguirla (30, 32; H. Gunkel, 342 s.).
L'oracolo – avvenuto in altra occasione – gli comanda di partire dalla casa di Labano e ornare al paese natio.
Nonostante le difficoltà sintattiche, pare che l'epifania sia originale. Io sono il Dio Bêt-'El è la solita introduzione degli oracoli divini. Di questo Dio ne abbiamo già parlato in 28, 19a (tradizione J). E. A. Speiser fa notare che un Dio Ilu-Bayti-ili compare in un trattato tra gli Assiri e i Tiriani (p. 244, 13; cfr AfO 9 [1933-34], 109, lin. 6). Questo Dio Bêt-'El ricorda al suo protetto che una volta – nel suo santuario palestinese (il TM ha considerato Bêt-'El come luogo, onde mette l'avverbio 'ašèr... šām, dove) – egli alzò una maşşēbāh (cfr 28, 18, tradizione E) e pronunziò un voto (cfr 28, 20-21a. 22, tradizione E) che l'obbligano a ritornare in patria, avendo Dio mantenuto il suo impegno di protezione nel viaggio, intrapreso tanti anni fa. Per cui gli comanda: – Ora levati; parti da questo paese e ritorna al tuo paese natale! –
3) L'adesione delle mogli (vv. 14-16 E). Le mogli, ascoltato Giacobbe, non solo aderiscono a quanto ha detto loro (ed ora fa pure tutto quanto 'Elōhîm ti ha detto), ma rincarano la dose contro il padre; tanto, nella bêt'āb (frase eminentemente giuridica, G. von Rad 4, 267), specialmente dopo la nascita di maschi (30, 35); 31, 1), non hanno più alcun diritto alla eredità (nahalāh = terra da possedersi, possessi vari, patrimonio in senso stretto, 1 Re 21, 3 s.; Gb 42, 15; Pr 19, 14). Cfr JNES 14 (1955), 237.
v. 15. Infatti il loro padre le ha stimate straniere, vendendole nel matrimonio, e si è mangiato il loro prezzo, offerto da Giacobbe come terhatu, invece di conservarlo per una loro possibile vedovanza o per un possibile e temibile divorzio.
La fraseologia di questo versetto rispecchia – come abbiamo visto – il diritto matrimoniale degli Hurriti e degli amorrei.
v. 16. Di diritto, dunque, tutta la ricchezza che 'Elōhîm, in questi ultimi sei anni, ha sottratto a nostro padre è nostra e dei nostri figli. È una occulta compensazione.
4) Fuga e inseguimento (vv. 17. 18a [18b di P]. 19-23, tradizione E). Sicuro della adesione delle mogli, e approfittando che Labano era occupato nella tosatura del gregge, a tre giornate di cammino lontano (30, 36), Giacobbe fugge di nascosto, per ritornare da Isacco, nella terra promessa del Canaan.
vv. 17-18. Nel fuggire Giacobbe portò via i suoi figli e le sue mogli, il bestiame e tutto il suo avere che si era acquistato negli ultimi sei anni di servizio retribuito.
Da notarsi, in questa pericope, l'uso di wayyāqōm come verbo ausiliare: e si levò... per mettere (E. A. Speiser 245, 17).
19 Rachele, inoltre, approfittando dell'assenza del padre che era andato alla festa della tosatura del gregge (1 Sm 25, 2. 11; 2 Sm 13, 23), rubò gli Dei penati, detti terāfîm, che, nell'ambiente hurritico, davano il diritto alla eredità, e pare che causavano anche la fecondità e i necessari oracoli, per risolvere i problemi della vita (Ez 21, 26). Erano, questi terāfîm, delle statue dei Dei ( = 'Elōhîm/Ilani, di solito di piccole forme, a volte però anche grosse come una persona (1 Sm 19, 13 ss.), che si venerano nel culto privato (Ge 47, 31; 1 Re 1, 47). La loro venerazione sarà severamente proibita dai Profeti e dai Riformatori (Ge 35, 2; ; 1 Sm 15, 23; 2 Re 23, 24). C. H. Gordon, art. c., RB 44 (1935), 35; A. E. Draffkorn, art. c., JBL 76 (1957), 216-224; Raši, 149 (Rachele avrebbe rubato gli idoli, per liberare il padre dal falso culto!).
vv. 20. 21a. Carico di tutta questa refurtiva, Giacobbe, eludendo la perspicacia di Labano, potè fuggire di nascosto. Anche questa modalità rispecchia il costume hurrita ed hab/piru.
21b. L'autore sacro ci dà l'itinerario della fuga: partito da Paddan 'Arām (v. 18b di P), Giacobbe attraversa il fiume, cioè l'Eufrate (Es 23, 31; Gs 24, 2) e, dopo dieci giorni, arriva ai monti del Galaad. Da qui dovrebbe volgersi verso il Canaan.
vv. 22-23. Labano viene a sapere della fuga del genero dopo i tre giorno necessari perché un messo potesse raggiungerlo alle pasture (cfr 30, 36); allora egli prese con sé i fratelli, lo inseguì per sette giorni di cammino e lo raggiunse sulla montagna del Galaad.
Mentre alcuni autori sostengono che tale inseguimento di sette giorni sia sufficiente per coprire i 600 Km che separano Harran dal Galaad (i cammelli possono percorrere anche 274 al giorno, cfr Diodoro, XIX, 37; Strabone, XV, 724; F. De Hummelauer, 493), la maggior parte degli esegeti rimangono increduli e parlano dell'armonizzazione di due fonti, di cui una parlava di Harran e una seconda dei Benê Qèdèm, molto più vicini al Galaad. Questa ultima fonte avrebbe fatto di Labano un arameo (v. 20), e sarebbe stata influenzata dalla terminologia geografica tardiva (gli Aramei compaiono in 'Aram Nahareyim dopo gli Amorriti, negli ultimi secoli del II millennio, e nella regione dei Benê Qèdèm nel I millennio, vol. I, pp. 247 s.). E. A. Speiser, 245 s.
5) I rimbrotti di Labano (vv. 24-30). Tutte e due le fonti raccontano l'incontro di Labano con Giacobbe.
vv. 24-26. 28-30 (tradizione E). In un sogno notturno 'Elōhîm viene in soccorso del suo protetto Giacobbe, minacciando il suocero adirato: – Bada (gli disse) di non litigare con Giacobbe dal bene al male! –. Il verbo tedabbēr, nelle dispute giuridiche (come nella nostra pericope, conserva il valore di litigare. Cfr E. A. Speiser 346). La frase miţţôb 'ad rā, significa per nulla affatto, in nessuna maniera G. von Rad, 4, 2, 269; I, 72.
25. I due contendenti sono attendati, pronti alla disputa. Giacobbe sta su un monte il cui nome è sparito; Labano, invece, sull' har haghil' ad. Certamente il testo si riferisce ad una montagna determinata, ma difficilmente può essere lo Djebel Gel' ad, che si trova a sud dello Jabboq, a meno che questo racconto non sia indipendente dal contesto che deve far passare il fiume più tardi (32, 22). J. Simons, nn. 93 s., pp. 36 ss.
vv. 26. 28. 30b. Labano ha dalla parte sua la legge locale che il genero ha certamente infranto. Quest'ultimo ha agito – secondo tale legge – da folle (hiskaltā), cioè come un fanciullone che, senza nemmeno accorgersene, ha trasgredito sacre legge del vivere comune (G. von Rad, Old Testament Theologie, I, 1963, trad. D.M.G. Stalker, e66 s.): a) ha rubato il cuore di un padre, portandosi via le figlie, come prigioniere di guerra (wattenahēg, cfr Dt 4, 27; 28, 37); b) non ha permesso che il padre potesse manifestare il proprio affetto ai nipoti e alle figlie in partenza per un paese lontano (v. 28); c) ma soprattutto gli ha rubato gli Dei penati, da cui dipende tutta la sua autorità giuridica di padre (v. 30b).
29a. Labano avrebbe tutta l'autorità di punire il genero. La frase yèš le'ēl yadî si ritrova in Mi 2, 1; Pr 3, 27; Ecclesiastico 5, 1 (Dt 28, 32; Ne 5, 5) e significa, secondo la lettera: la mia mano è secondo la forza, ha cioè tutto il potere fisico, morale e giuridico di agire in tale maniera. Cfr M. Ginsburger, Une ancienne crux interpretum (Ge 31, 29), RHPHR 8 (1928), 178 s.
vv. 28b. 30a. Giacobbe – a confessione dello stesso suocero – ha però dalla parte sua la protezione degli «Dei dei Padri». Il plurale si comprende bene in bocca dall'idolatra Labano. Inoltre ha la scusante, per il suo agire insensato, nella grande nostalgia della casa paterna.
v. 27 (tradizione J). Labano, in questa tradizione d'indole popolare, accusa il genero di esser fuggito di nascosto, non tanto, però, perché in tale maniera sia incorso in gravi pene giuridiche, quanto piuttosto perché abbia così impedito la celebrazione della festa degli addii, per i partenti (cfr 24, 60).
6) Le scuse di Giacobbe (vv. 31-35). Mentre la tradizione J dà dà ragione alla fuga clandestina, la tradizione E si preoccupa di chiarire il latrocinio dei terāfîm.
v. 31 (tradizione J). Giacobbe si scusa di essere fuggito di nascosto per timore che Labano – forte del suo diritto – avesse preteso di trattenersi le sue mogli.
vv. 32-35 (tradizione E). Riguardo al latrocinio dei terāfîm , Giacobbe, del tutto ignaro dell'affare, reagisce drasticamente, comminando la pena capitale contro il colpevole (lō' yihyèh). La stessa pena che nei codici profani era comminata contro i ladri sacrileghi del tesoro dei templi. Cod. Ham., §§ 6-8; Leggi Ass., §§ 3-5.
Anzi, chiamando a testimoni tutti i «fratelli» (alleati?), dà il permesso di perquisizione in tutte le sue tende: riscontra quanto vi può essere di tuo presso di me e prenditelo.
33. Labano passa in rassegna tutte le tende, da quella di Giacobbe a quelle delle mogli e concubine: ma non trova nulla. Poi va a quella di Rachele, la ladra furba e bugiarda.
vv. 34-35. Con manifesta compiacenza l'autore sacro ci descrive la profanazione degli idoli di Labano da parte della figlia. Non sono, come li chiama il padre, 'Elōhay, i suoi Protettori (v. 30) e come ripete Giacobbe –adattandosi alla mentalità di Labano – 'Elōhêka, i tuoi Dei (v. 32), ma degli spregevoli tērafîm (forse, cosa inerte, da rāfāh, essere debole, pigro, infermo e non da rāfā', sanare, medicare; cfr qerape/uw). Sono, dunque, degni della massima profanazione, e dello scherno più ridicolo. E. A, Speiser, 245.
Così Rebecca, impura per i suoi corsi, comunica loro la sua impurità, sedendosi beatamente sopra il palanchino o portantina dei cammelli, in cui li aveva nascosti. In tutto l'Oriente la mestruazione comunica lo stato gravissimo di immondezza della donna a tutto ciò che viene in contatto con essa (Lv 15, 19-24; ANESTP, p. 665).
Ed è veramente ridicolo contemplare Labano frugare tutta la tenda, mentre la sarcastica lo tiene lontano dei suoi Dei Protettori, con il sacro terrore della contaminazione: – non si offenda il mio signore se io non posso alzarmi davanti a te, perché ho ciò che avviene alle donne! –
Nessun monatto del mondo fu così preservato dalla infezione pestifera, come Rachele lo fu dalla sua impurità, dinanzi alla perquisizione paterna.
E Labano non potè ritrovare i suoi terāfîm. Ed erano i suoi oracoli illuminatori!
7) Reazione di Giacobbe (vv. 36-43). Ignorando che realmente Rachele aveva rubato gli idoli del padre (v. 32b), e vedendo la vana e offensiva inquisizione di Labano, Giacobbe si arrabbia e fa al suocero una appassionata requisitoria, e una minuziosa apologia.
vv. 36.38-40 (tradizione J). Giacobbe si adira per l'inseguimento del suocero e difende il suo operato per tutti i venti anni di servizio. Si presenta come il pastore ideale.
36. Venti anni di ira repressa scoppia come un uragano nel gigantesco Giacobbe. Vuol sapere, dal suocero che lo ha inseguito precipitosamente, quale sia la sua violazione delle leggi (piš'î), quali le offese personali che gli abbia fatto (hattātî, cfr 1 Sm 20, 1).
vv. 38-40. Fa l'elenco delle opere supererogatorie del ventennale servizio come pastore, e delle esigenti pretese dell'avaro suocero: a) le sue pecore e le sue capre furono così ben nutrite, cos' delicatamente trattate che mai abortirono; Iddio –per amore di Giacobbe – le aiutò a non farlo (Es 23, 26). b) Non gli ha mai mangiato un abbacchio ('ayl indica sempre un agnello maschio che viene macellato o sacrificato). c) Nonostante che la legge in contrario, preferisce, al giuramento di Dio, risarcire di tasca propria, ogni bestia sbranata (Cod. Ham., §§244. 266; Es 22, 13; Am 3, 12). d) Fedelissimo guarda le sue gregge di giorno e di notte, noncurante del sole che lo divorava con i suoi raggi infuocati, né del freddo pungente delle notti orientali. Così, spesso, il sonno svaniva dai suoi occhi.
39b. Nonostante questa condotta esemplare, Labano applicò la legge sui pastori negligenti (= ēgū) richiedendo da Giacobbe il risarcimento dei danni (di solito il 15% ogni anno) e non solo di quelli avvenuti di giorno, ma anche di quelli involontari della notte. Cfr Cod. Ham., §§ 263-265. 267-270; G. R. Driver - G. C. Miles. The Babylonian Law, vol. I, 155. 456. 439; H. Torczyner, Ge 31, 39-40, 1931, 219-222; J. J. Finkelstein, art. c., JAOS 88 (1968), 30-36.
vv. 37. 41-43 (tradizione E). Con sarcasmo profondo Giacobbe invita il suocero a riprendersi il suo; quindi rimbrotta la sua condotta, durante i venti anni che lo ha servito. Lo presenta come il padrone esoso ed avaro.
37. Vedendolo ritornare a mani vuote dalla sua perquisizione, Giacobbe invita il suocero a rivendicare, davanti ai «fratelli» come giudici, ogni suo arnese ritrovato: – (Giacché) hai frugato tutta la mia roba (kēlay), che cosa hai trovato di tutti gli arnesi di casa tua? Metti qui davanti ai fratelli miei e ai fratelli tuoi e facciano da arbitri tra noi due!
vv. 41-42. Giacobbe non può elencare tutte le angherie del suocero, durante i suoi venti anni di servizio (quattordici come prezzo delle sue due figlie da lui sposate, e gli ultimi sei come servizio retribuito); si possono sintetizzare in una frase: – Tu hai cambiato il mio salario dieci volte! –.
Per fortuna Giacobbe ha avuto al suo fianco un protettore potente, un giudice equo che ha tenuto conto della afflizione sua ('ŏnyî = la condizione di un povero oppresso da un prepotente, che non ha altro rifugio che in Dio, suo vendicatore, Ge 41, 52; 1 Sm 1, 11; Sl 31, 8; 88, 10), che ha guardato la fatica delle sue mani ( = la fatica debilitante, Gb 39, 11. 16): il Dio dei suoi padri: l' 'Elohê 'Abrāhām, il Pahad Yishāq. Qualcuno ha pensato, fondato sulla lingua di Palmira e sull'Arabo, che pahad (= pahadâ, fahid) significasse un Dio parente, della tribù, del clan, della suddivisione più piccola di queste figure; altri un Dio del terrore. Quest'ultimo senso ci pare più confacente al protettore di Giacobbe, che minaccia Labano, che lo obbliga a non mandare via il proprio genero a mani vuote.
Questo Dio, nella terra del Galaad, sentenzia, nella disputa fra Aramei e Israeliti, a favore di Giacobbe (v. 42); e vedremo che qui fisserà i confini dei due popoli contendenti (v. 53). Ben cinque città manassite della zona lo prenderanno in futuro come nume locale, considerandosi come «figlie» di Şel Pehād, ombra, protezione di Pahad (Nm 26, 33; 27, 1. 7 dei LXX). Ancora al tempo di Saul, i cittadini di Yabeš di Galaad saranno protetti contro gli Ammoniti di Nahas dallo stesso Pahad Jahweh(1 Sm 11, 1-11).
Ma questo Dio è anche legato con la Palestina centrale, forse con il sacrificio di Isacco, avvenuto a Moriah di Sichem (G. von Rad, 4, 271); forse con la visione terribile di Bêt-El (28, 17). È dunque il Dio tribale degli Efraimiti e Manassiti, sparsi sull'asse Galaad/Bêt-El.
43. Labano – fondato sul codice locale – ribadisce ancora i suoi diritti: le figlie, i nipoti, gli averi dell'adottato Giacobbe appartengono senza alcun dubbio a lui; ma per amore paterno saprà cedere questi suoi diritti. Le madri ancestrali e i loro figli potranno, dunque, sedentarizzarsi nella regione di Galaad, di fronte agli Aramei.
V (A''). Alleanza con Labano
Purtroppo la pericope 31, 44-54; 31, 1 ha un testo molto incerto. Tuttavia è ancora chiaro che ci troviamo dinanzi a un componimento ricco di doppioni e dinanzi a due eziologie sui nome di Gal'èd e di Mispah. Siamo, perciò, di fronte a due fonti e due tradizioni. La prima jahwistica, è più vecchia (von Rad) e tratta di un patto politico stipulato tra Giacobbe, forse rappresentante dei Benê Gad e Labano che non è arameo, ma pare un amorrita di oltre il fiume Eufrate (della regione di Harran, cfr 24, 10 s.; 28, 10; 29, 4). Patto che non può assolutamente spiegarsi con le relazioni tra Israele e e 'Aram dei sec. IX e VIII, come vorrebbero, invece, molti esegeti. Cfr J. Skinner 404. 434. Originariamente questo patto seguì il milieu amorritico dei patti di fratellanza ed ora è conservato nei vv. 44. 46. 48. 51. 52. 53a.
La seconda tradizione, elohistica, tratta invece di un contratto familiare, circa la condotta di Giacobbe, verso le figlie di Labano, secondo le leggi hurritiche, osservate tra i Benê Qèdèm e i Manassiti aramei della «casa di Giuseppe». Tale contratto è ora conservato nei vv. 44b (LXX). 45.49 (LXX. 50. [glosse di 51. 52] 53b. 54; 32, 1 (PE).
Il Redattore, come è suo solito, ha amalgamato le due tradizioni in uno schema settenario.
1) Offerta del Patto (31, 44 TM + LXX). Senza alcuna connessione con quanto precede, inizia il racconto del Patto. L'attore principale è Labano, che compare come il soggetto anche grammaticalmente della intera pericope: è lui che offre il Patto (v. 44), è lui che impone il nome al monumento (v. 47), è lui che ne spiega il senso (v. 48), è lui che si presenta come erettore del monumento (v. 51). Di conseguenza il nome di Giacobbe come soggetto dei vv. 45. 46deve essere una intrusione tardiva (Astruc).
v. 44 (TM, tradizione J). Nel versetto attuale ci sono incongruenze grammaticali. Parecchi critici pensano che, per haplografia, sia caduto il nome di Jahweh avanti al verbo wehāyāh. In origine si sarebbe dunque letto: Ebbene, vieni, stringiamo un patto io e te; e Jahweh sia testimonio tra me e te.
v. 44 (LXX, tradizione E). Pare che i LXX, oltre il testo dei Masoreti (44a), ci abbiano conservato quello migliore, originale (44b); infatti, come si ricava dal v. 50, è 'Elōhîm, e non il patto (come si legge nel TM), che deve essere testimone fra Labano e Giacobbe. Tale testimonianza ha per oggetto un contratto familiare, sulla condotta da tenersi nei riguardi di Lia e di Rachele.
2) Erezione del monumento (vv. 45-46). Labano erige due monumenti: una maşşēbāh e un gāl.
45 (tradizione E). Come abbiamo detto sopra, il contesto (v, 51 glossa) suggerisce come soggetto Labano. È questi, dunque, che erige la maşşēbāh. Tale erezione ci richiama 28, 18. 22, ove soggetto dell'azione è Giacobbe.
46 (tradizione J). Anche qui, sempre per il contesto (v. 51), soggetto dell'azione è Labano. Del resto è lui che si è portato dietro i «fratelli» (31, 23. 32. 37), ai quali, lui solo può dare il comando: – Raccogliete delle pietre – . Con queste pietre fecero un mucchio (gāl, da gālal che significa rotolare pietre, 29, 3; Gs 10, 18; 1 Sm 14, 33; Pr 26, 27). Esso servirà come segno di confine, come kudurro sacro, che deve essere rispettato religiosamente dai popoli confinanti. E perché i contraenti del Patto non dimentichino tanto facilmente l'obbligo che si stanno assumendo, celebrano sopra il mucchio la cena della testimonianza.
Le due fonti giocano sulle parole; la fonte E sull'assonanza fra maşşēbāh e il nome del luogo Mispah; La fonte J fra gāl e il nome Gal'èd.
3) Il nome dei monumenti (vv. 47-49). Il Redattore tre tradizioni JE + glossa, sui vari nomi ebraici e aramaici dati ai monumenti.
47. Un glossatore ci dà il nome del mucchio di pietre, segno dei confini tra i due popoli nelle rispettive lingue: in aramaico Yegar Śāhadutā, e in ebraico Gal'èd. Tutti e due i nomi costituiscono una etimologia popolare per il Galaad, che viene spiegato di solito con l'arabo Ğal'ad, che non significa muro di testimonianza, ma duro, fermo.
v. 48 (tradizione J). Come in tutto il contesto, è Labano che agisce; dà la spiegazione popolare del nome Gal'èd. Si chiamò così, perché questo mucchio – disse – sia oggi un testimonio tra tra me e te.
Nella Bibbia il nome Gal'èd è usato in modo molto fluido. Generalmente indica la regione Ağlūn - Jabboq; ma a volte ingloba anche una parte meridionale, fin verso Salt, ove si conservano i nomi gabl-Galad, hirbet-Galaad, 'ayn-Galaad (Gs 13, 25): né mancano testi che indicano con tale nome tutta la regione inclusa nei due fiumi Jabboq e Jarmuk (Nm 32, 39). Cosicché Yefte lo estende a tutte le tribù stanziate nella Transgiordania (Gdc 11, 2. 5. 13).
Stando al contesto redazionale, il termine dovrebbe qui indicare la parte nord dello Jabboq, che Giacobbe attraverserà solo in 32, 22 s.; ma non pare che originariamente la nostra pericope sia stata legata con il contesto attuale: sicché rimane incerta anche la connotazione topografica.
49 (tradizione E). Sempre in modo popolare, Labano spiega il nome di Mişpah. Si chiamò così perché egli avrebbe detto: – Jahweh starà come vedetta (yişèf) tra me e te, quando noi non ci vedremo più l'un l'altro –. Mancando nel testo attuale il richiamo alla maşşēbāh (cfr invece i LXX), questo versetto 49 (TM) è del tutto inaspettato. L'originale dovette essere simile a quello dei LXX.
Il libro di Gdc 11, 11. 29. 34 conosce una città chiamata Mişpah Gil'ad, identificata da alcuni con Rāmat Hammişpèh (Gs 13, 26), da altri con Rāmôt Gil'ad, oggi er Remte a sud.ovest dell'antica Edrei. Tutte identificazioni precarie. H. Gunkel, 353; J. Skinner, 403; J. Simon, 300.
4) L'oggetto del patto (vv. 50-52). È chiaramente duplice: la fedeltà nel matrimonio e la non aggressione militare.
v. 50 (tradizione E). Dato che Lia e Rachele hanno dato a Giacobbe dei figli, il patriarca, secondo la legge hurritica vigente, non può prendere altre mogli. In caso contrario, non gli uomini ma lo stesso Dio dovrà intervenire per punirlo. Diritti coniugali, questi, che ancora sopravvivono in oriente nelle cosiddette leggi 'innā (von Rad 4, 273). In altre parole Labano, in nome di Dio più che della legge umana, pur vincolante, chiede a Giacobbe di rimanere fedele alle sue figlie, cioè ai gruppi Gaditi-Rubeniti di Lia e a quelli Manassiti di Machir, che per parecchio tempo coabiteranno insieme nella regione del Galaad, appellandosi allo stesso patriarca ancestrale, e a diverse madri (Lia, Zilfa, Rachele). Solo il ricordo dei vincoli matrimoniale del padre comune potranno tenere unite queste tribù hurritico-aramee nella stessa federazione. Gen R., Vayetze, 74, 14, ed. Freedmann, II, 686; Raši, 153
vv. 51-52 (tradizione J). Il tema ritorna sul patto di non aggressione. Il mucchio di confine (= ai Kudurru babilonesi e ai limites dei classici) eretto da Labano, nel futuro, rimarrà a testimonianza di un solenne giuramento mutuo fatto dai capi di due popoli: che Labano e i suoi non oltrepasseranno, cioè tali confini, per aggredire (= lerā'āh) la nazione ebraica e che questa farà altrettanto nei confronti dei discendenti di Labano. È chiaro che la nostra fonte non ha di fronte le atrocità commesse tra Ebrei ed Aramei damasceni dei sec. IX-VIII, di cui ci parleranno le storie (2 Re 8, 12; Am 1, 3 s.). O il tema genesiaco rispecchia una situazione pacifica più antica, a noi ignota; oppure non tratta di Ebrei e Aramei, ma di un Labano Hurrita, ovvero amorrita, della metà del II millennio.
5) Giuramento delle parti (v. 53ab). Come in tutti i patti di fratellanza e come in ogni contratto matrimoniale del milieu, anche nei due nostri trattati si fa il «giuramento degli Dei».
53a (tradizione J). In tutti i patti politici, specialmente in quelli di non aggressione, si invocano gli Dei protettori delle parti contraenti. Il politeista Labano chiede e scongiura tra sé e Giacobbe il giudizio dei rispettivi Dei protettori: : quello dell' 'Elohê 'Abr āhām, proprio dei clan di Isacco (26, 24), trasferitosi con Giacobbe lungo la valle dello Jabboq (32, 9) e il giudizio dell' 'Elohê Nahôr, protettore degli abitanti di Harran e regione. Nessuna meraviglia questa nota di politeismo in bocca a Labano, la cui famiglia adora più dei (Gs 24, 2). Cfr Raši, 154: G. von Rad, 4, 273.
53b (tradizione E). Giacobbe giura sui diritti matrimoniali delle figlie di Labano. Invoca il Pahad 'Abiw, il Terrore di Isacco, che sarà venerato, specialmente dalle donne, nella regione del Galaad manassita di Machir (Nm 26, 33; 27, 1 ss.).
6) La Cena sacra (v. 54 tradizione E). Legata con il contratto matrimoniale è la «Cena sacra» che Giacobbe offre, come sacrificio, sulla montagna e che consuma in comunione di tutta la parentela. Questo rito è radicato nella mitologia cananea, nel banchetto sacrificale celebrato sul monte di Şafon, in occasione del matrimonio rinnovato tra Ba'al, Padriya di Ar e Talliya di Rabb.
7) L'addio di Labano (32, 1, tradizione E). Come in 28, 6, l'autore ci descrive con note idilliache, l'addio tra Labano e le proprie figlie. Queste, ormai, si sono staccate dalla bêt 'ab, per formare una nuova «casa», per iniziare una propria storia. Presto diventeranno una confederazione sacra, la «casa d'Israele».