GENESI - LA STORIA PATRIARCALE
ABRAMO (Ge 12, 1 - 25, 11)

  Capitolo 13

RISALITA NEL NEGHEV - RITORNO A BETHEL E SEPARAZIONE DA LOT - LA PROMESSA RINNOVATA


INDICE
Risalita nel Neghev (Ge 13, 1)
Ritorno a Bethel e separazione da Lot (Ge 13, 2-13)
La promessa rinnovata (Ge 13, 14-18)

Risalita nel Neghev (Ge 13, 1)

Il versetto 1 del capitolo 13 si ricollega direttamente al capitolo 12. l'autore ci comunica che, a seguito del decreto faraonico, Abramo é costretto a tornare nella regione del Neghev che era sterile, ma benedetta da Dio. Si tratta quindi di un esodo forzato, voluto da Dio che lo attua per mezzo del Faraone.

Contrariamente a quanto scritto nel versetto 10 del capitolo 12, qui viene precisato che Lot aveva sempre seguito Abramo in tutti i suoi spostamenti, anche nella sua discesa in Egitto. Questa precisazione introduce l'episodio della separazione che rappresenta l'oggetto del racconto che segue.

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Ritorno a Bethel e separazione da Lot (Ge 13, 2-13

Per comprendere il modo di vivere ed il carattere dei progenitori di Israele é molto importante notare che essi non sono mai descritti come tribù nomadi e bellicose di cammellieri, quali erano ad esempio quelle dei Madianiti, che di tanto in tanto compivano delle razzie nei centri abitati lungo il loro percorso. Essi erano piuttosto dei pastori nomadi di piccolo bestiame che in piena regola e con intenti assolutamente pacifici andavano in cerca, durante l'estate, di terre coltivate per farvi pascolare il loro gregge, secondo accordi ben precisi con le popolazioni del luogo. I loro spostamenti erano quindi determinati per lo più dalla cosiddetta legge della 'transumanza' fra steppa e terra coltivata in base alla quale essi avevano il permesso di far pascolare il loro gregge sui campi già mietuti dei contadini del luogo. Del resto qualsiasi atteggiamento bellicoso nei confronti della popolazione del luogo sarebbe stato impedito dalla lentezza dei movimenti dei loro grandi greggi di pecore e capre che avevano bisogno di un raggio di spostamento relativamente ampio per potersi sostentare a sufficienza. Essi erano attirati anche dai grandi centri civilizzati, non però per fissarvi stabilmente e con violenza la loro dimora, rinunciando in tal modo alla loro vita di pastori nomadi, ma piuttosto per questioni di commercio e di matrimonio, come del resto possiamo apprendere dai capitoli 20, 26 e 34 che seguono del libro della Genesi, in cui i rapporti con i residenti furono quasi sempre amichevoli, ad eccezione della vendetta dei figli di Giacobbe per il rapimento della loro sorella Dina. Di questo isolato episodio peraltro Giacabbe si rammaricò parecchio con i suoi stessi figli (Gn 34, 30).

Fra parentesi, l'autore si preoccupa di informarci che Abramo nel frattempo si era molto arricchito, non solo di bestiame che rappresentava la sua dotazione normale di pastore nomade, ma anche di argento e di oro. La stessa cosa si dirà poi nell'Esodo a proposito del popolo ebraico che usciva dall'Egitto (Es 11, 22; 12, 35.38). Abramo rappresentava in quel momento il popolo stesso di Israele che esce dall'Egitto per prendere possesso della terra promessa e la sua ingente ricchezza é senz'altro da mettere in relazione con le donazioni precedenti del Faraone.

I versetti 3 e 4, in perfetto parallelismo, sono l'esatto opposto di 12, 8-9. In quell'occa-sione, Abramo, dopo aver invocato il nome di Jahvéh a Bethel (luogo in cui aveva precedentemente costruito anche un altare), era sceso nel Neghev per poi disattendere completamente le promesse di Dio con l'ulteriore viaggio in Egitto a causa della carestia. Ora doveva essere ripristinata la condizione iniziale di benedizione e quindi Abramo ripercorrendo al rovescio le stesse tappe di allora pone rimedio al peccato, commesso in Egitto, invocando nuovamente il nome dell'Eterno a Bethel, nello stesso luogo in cui l'aveva invocato prima. Il Cassuto, un famoso studioso ebreo, commenta il passo con queste parole: «
Appena egli ritornò, dopo l'interruzione causata dalla sua emigrazione in Egitto. Abramo ricominciò la sua opera di fondare la sua nuova religione, e proclamò là, vicino all'altare, il nome di Jahvéh, suo Dio...Quindi appena egli ritornò illeso, dopo la severa prova a cui fu assoggettato in Egitto, egli rinnovò la sua vocazione, e confermò la simbolica conquista della terra, nel nome di Jahvéh, con il ritornare dove egli aveva da prima costruito il suo altare, e con il rinnovare la proclamazione del nome di Jahvé, che egli aveva già iniziato in quel luogo».

Dal versetto 5 apprendiamo che, non solo Abramo, ma anche Lot aveva parecchio bestiame e parecchio tende. In questo potremmo vedere anche l'applicazione pratica di una delle benedizioni fatte da Dio ad Abramo, quella riguardante coloro che benedicano Abramo, che sarebbero quindi stati di conseguenza benedetti da Dio. Lot, oltre ad essere parente di Abramo era anche suo compagno di viaggio e quindi suo alleato. La benedizione di Lot da parte di Dio era pertanto un riflesso delle benedizioni di Dio ad Abramo.

Come é stato detto più sopra e come potrebbe apparire a prima vista da Ge 12, 5, non dobbiamo pensare che da Haran siano partiti soltanto Abramo, Sara sua moglie ed il nipote Lot. Al loro seguito c'erano numerose famiglie di pastori e di guardiani con tutte le attrezzature richieste e quindi con tende e con una gran quantità di bestiame che andava col tempo aumentando sempre di più. Tanto da poter essere in grado di armare un intero esercito composto di 318 uomini (Ge 14, 14). D'altra parte, come ci ricorda l'autore, in quel tempo sul luogo abitavano anche altri popoli (i Cananei ed i Ferezei), mentre lo spazio fra le città di Bethel e di Ai non era abbastanza ampio da poter permettere a tutti di convivere senza problemi, specialmente a causa del bestiame che richiedeva un territorio molto grande.

La necessità di una separazione si fece più impellente allorché «sorse una contesa (del resto inevitabile, data la situazione) fra i pastori di Abramo ed i pastori di Lot» (v. 7). Questa fu la classica goccia di acqua che indusse Abramo a prendere una decisione.

Abramo sente immediatamente quanto siano indegne queste contese fra uomini imparentati fra loro («siamo fratelli» (v. 8) e sebbene, in qualità di parente più anziano, avrebbe potuto scegliere per primo il territorio dove stabilirsi con tutti i suoi uomini ed il suo bestiame, lascia la scelta a Lot. Questo é uno dei pochi passi nella storia dei patriarchi in cui la sua figura assume valore anche esemplare. Altri passi li possiamo trovare ad esempio in Ge 15, 1-6, nel quale Abramo, nonostante l'evidenza dei fatti (la sua età avanzata e la moglie sterile) crede senza riserve alla promessa di Dio di una discendenza numerosa; ed in Ge 22, 1 ss., dove senza esitazione, é pronto a sacrificare l'unico figlio Isacco, erede della promessa divina.

Il contrasto fra l'immagine di Abramo, delineata nell'episodio precedente, e questo nuovo atteggiamento disponile e magnanimo verso Lot, é molto forte. Ma lo scrittore non sembra preoccuparsi troppo di presentarci un quadro psicologico d'insieme che sia abbastanza coerente ed attendibile.

Il v. 10 descrive con grande semplicità una scena grandiosa nella quale l'intero processo psicologico di riflettere e di decidersi viene interamente identificato dallo scrittore nell'atteggiamento esterno di Lot che « alzò gli occhi e vide». Lot ha riflettuto sulla proposta ed ora « alza gli occhi» e spazia lontano con lo sguardo. Da Bethel egli scorge l'intera vallata del Giordano fino al lato meridionale del Mar Morto dove sorge Tsoar (la piccola cittadina in cui si rifugiò poi Lot in seguito alla distruzione punitiva delle città di Sodoma e Gomorra da parte di Dio - Ge 19, 21-23). In certe zone, soprattutto nei dintorni di Gerico, questa zona é molto ricca di acqua. Ma l'autore se l'immagina come poteva essere prima della catastrofe di Sodoma e ci descrive un quadro idilliaco in cui il duplice paragone con il «giardino dell'Eterno» ed il paese d'Egitto potrebbe sembrare a prima vista abbastanza curioso e profano se non seguisse poi la descrizione della depravazione degli abitanti di quella zona. Bella come la valle dell'Eden, ma depravata come il paese d'Egitto.

La scelta di Lot basata soltanto su ciò che potevano vedere i suoi occhi é presto fatta: Abramo abitò quindi nel paese di Canaan e Lot nella pianura del Giordano e nei suoi spostamenti arrivo a stabilirsi con le sue tende fino a Sodoma.

Sono sorprendenti nel nostri scrittore, di solito così sobrio nelle descrizioni, i toni marcati ed i superlativi che usa nel descrivere la bellezza del paese e la perversità dei suoi abitanti e nello stesso tempo la dovizia di particolari con cui é ritratta l'impressione di fascino suscitata in Lot dalla bellezza del paesaggio e poi la successiva decisione presa che ci viene descritta in 4 versetti.

Evidentemente lo scrittore vuole far colpo, mettendo in risalto il paese di una bellezza inaudita (per un pastore era bello ciò che era fertile) e gli abitanti di una egualmente inaudita perversità, la scelta rapida ed ovvia che l'uomo ha fatto dall'alto di Bethel, basata sulla splendida vista e, una volta presa la decisione, - quasi fosse sospinto da essa - il suo ineluttabile avvicinarsi passo dopo passo alla città della scelleratezza.

Questa immagine di Lot che é attratto dalla bellezza e dalla fertilità della pianura che si presenta ai suoi occhi e nello stesso tempo la depravazione degli abitanti del posto, richiama alla nostra mente un altro episodio già esaminato nella storia della caduta di Adamo ed Eva. Anche Eva viene attratta dalla bellezza del frutto proibito: «E la donna vide che l'albero era buono da mangiare, che era piacevole agli occhi e che l'albero era desiderabile...» (Ge 3, 6).

La situazione, anche se diversa nella conclusione (Adamo ed Eva peccarono, mentre Lot si mantenne integro, pur vivendo fra persone depravate), é abbastanza simile e ci fa riflettere sul fatto che non sempre ciò che può apparire bello e piacevole agli occhi degli uomini é anche giusto e buono agli occhi di Dio.

Non dimentichiamo, anche se l'accostamento può sembrare lontano, quanto ci dice l'apostolo Paolo: «Satana stesso si trasforma in angelo di luce» (2° Co 11, 14).

«La pianura del Giordano» é un termine tecnico geografico usato anche in altri libri dell'Antico Testamento per designare quel territorio nel quale si stabilì Lot. Troviamo infatti lo stesso termine in 1° Re 7, 46 e in Dt 34, 3 (in quest'ultimo passo viene nominata soltanto «a pianura», ma é sempre lo stesso territorio).

Questa narrazione contiene il primo degli episodi che hanno per protagonista Lot. Questi episodi sono in parallelismo con quelli riguardanti Mosč. L'autore nell'accostare i brani 13, 1-13 e 13, 14.18 vuol mettere in risalto il contrasto che esiste fra i due patriarchi. Infatti mentre Abramo con grande senso di magnanimità lascia la scelta a Lot e prende per sé soltanto la terra che Dio gli indica, Lot, con egoismo e senza che il voler divino glielo manifestasse, sceglie la valle del Giordano, solo perché é fertile come il Giardino dell'Eterno e soltanto perché lì la vita sarebbe stata più facile. L'opportunismo di Lot viene quindi accostato alla generosità di Abramo.

Il racconto riguardante Lot, oltre che essere il primo della serie, serve da introduzione alle successive avventure di Lot che ci vengono riportate nel capitolo 19 e nelle quali vediamo Lot che riceve i messaggeri di Dio e li protegge dagli abitanti di Sodoma, Lot costretto a fuggire da Sodoma per mettersi in salvo dalla distruzione della città, Lot che si rifugia a Tsoar e da qui nelle montagne, dove, in un connubio con le figlie, genera Ammon e Moab ed i relativi popoli discendenti da questi suoi due figli.

Ironia della storia! Lot si é separato dallo zio impadronendosi del meglio della terra promessa ed ecco che la dovrà abbandonare perché ardente sotto l'ira di Dio a causa della malvagità degli abitanti (Ge 19). Di conseguenza i suoi discendenti abiteranno nei territori di Ammon e di Moab che sono fuori della terra promessa in un territorio riservato esclusivamen-te a loro (Dt 2, 9.19). Si era forse illuso, come parente maschio più prossimo ad Abramo di essere l'erede naturale del patriarca mentre questi era ancora in vita e ne viene invece escluso definitivamente dopo mortali peripezie. Abramo invece, si é accontentato di rimanere solo, senza prospettive di discendenza, essendo la moglie sterile; si é accontentato di rimanere in una terra sterile e sabbiosa . Ecco invece che ogni granello di quell'arida sabbia si trasforma misteriosamente in eredi di una terra illimitata.

É proprio il caso mi sembra di esclamare assieme all'apostolo Paolo: «O profondità di ricchezze, di sapienza e di conoscenza di Dio! Quanto imperscrutabili sono i suoi giudizi e inesplorabili le sue vie!» (Romani 11, 33) e di ricordare quanto Dio disse al profeta Isaia: «Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri né le vostre vie sono le mie vie. Come i cieli sono più alti della terra, così le mie vie sono più alte delle vostre vie e i miei pensieri più alti dei vostri pensieri» (Isaia 55, 8-9).
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La promessa rinnovata (Ge 13, 14-18)

Tutta la narrazione fin qui esaminata raggiunge il suo culmine proprio nel versetto 14, dove l'autore con grande abilità psicologica ci presente Abramo rimasto solo dopo la partenza di Lot. Ci sembra quasi di vedere il patriarca un po’ melanconico dopo la partenza del nipote sul quale forse aveva riposte le sue speranze per una futura discendenza e che invece ora se ne va ad occupare proprio la parte migliore di quel paese che Dio aveva promesso in eredità ai suoi discendenti. Non sappiamo cosa passava per la sua mente in quel momento, ma certamente i suoi. non dovevano essere pensieri allegri

L'intervento quindi di Dio che si rivolge ad Abramo proprio in quel momento per rinnovare ed ampliare le sue promesse é quanto mai opportuno e tempestivo.

La prima promessa riguarda la terra, Ma non é più una regione limitata nel tempo e nello spazio, come in Ge 12, 7, ora si estende verso tutti i quattro punti cardinali e fino a dove Abramo può spingere il suo sguardo.

La seconda promessa riguarda la discendenza, ma anche questa non è più solo una grande nazione, come in Ge 12, 2, ma é innumerevole come i granelli della polvere.

Di fronte a questa rinnovata promessa che non é ristretta entro i limiti di una nazione e di un territorio ben precisati, ma valica i confini del tempo e dello spazio. risulta sempre più chiara ed evidente la progressione universale dei disegni di Dio.

Abramo non può fare a meno di segnare questa ulteriore tappa con un ricordo che deve rimanere come testimonianza perenne per i suoi discendenti e per tutta l'umanità. Toglie quindi le tende e si sposta verso la zona meridionale stabilendosi presso i querceti di Mamre, tre chilometri a Nord di Hebron.

Negli scavi effettuati in questa zona si rinvennero fra l'altro i resti di una basilica cristiana del tempo di Costantino. Nello strato sottostante si rinvenne del vasellame di epoca israelitica e tracce di colonizzazione risalenti all'età del bronzo, e perciò pre-israelitica. Ciò significa che il luogo, grazie alla sua solida tradizione sacra é stato sempre centro di attrazione cultuale in epoca cananea, israelitica, romana, bizantina e araba.

Abramo prendendo possesso di questo nuovo centro cultuale afferma la superiorità di Jahvéh su tutti i popoli e su tutte le civiltà dell'uomo