Il versetto 1 del capitolo 13 si ricollega direttamente
al capitolo 12. l'autore ci comunica che, a seguito del decreto faraonico,
Abramo é costretto a tornare nella regione del Neghev che era
sterile, ma benedetta da Dio. Si tratta quindi di un esodo forzato,
voluto da Dio che lo attua per mezzo del Faraone.
Contrariamente a quanto scritto nel versetto 10 del capitolo
12, qui viene precisato che Lot aveva sempre seguito Abramo in tutti
i suoi spostamenti, anche nella sua discesa in Egitto. Questa precisazione
introduce l'episodio della separazione che rappresenta l'oggetto
del racconto che segue.
Ritorno a Bethel e separazione da Lot (Ge 13, 2-13
Per comprendere il modo di vivere ed il carattere dei progenitori
di Israele é molto importante notare che essi non sono mai
descritti come tribù nomadi e bellicose di cammellieri, quali
erano ad esempio quelle dei Madianiti, che di tanto in tanto compivano
delle razzie nei centri abitati lungo il loro percorso. Essi erano piuttosto
dei pastori nomadi di piccolo bestiame che in piena regola e con intenti
assolutamente pacifici andavano in cerca, durante l'estate, di terre coltivate
per farvi pascolare il loro gregge, secondo accordi ben precisi con le popolazioni
del luogo. I loro spostamenti erano quindi determinati per lo più
dalla cosiddetta legge della 'transumanza' fra steppa e terra coltivata
in base alla quale essi avevano il permesso di far pascolare il loro gregge
sui campi già mietuti dei contadini del luogo. Del resto qualsiasi
atteggiamento bellicoso nei confronti della popolazione del luogo sarebbe
stato impedito dalla lentezza dei movimenti dei loro grandi greggi di
pecore e capre che avevano bisogno di un raggio di spostamento relativamente
ampio per potersi sostentare a sufficienza. Essi erano attirati anche dai
grandi centri civilizzati, non però per fissarvi stabilmente e con
violenza la loro dimora, rinunciando in tal modo alla loro vita di pastori
nomadi, ma piuttosto per questioni di commercio e di matrimonio, come del
resto possiamo apprendere dai capitoli 20, 26 e 34 che seguono del libro
della Genesi, in cui i rapporti con i residenti furono quasi sempre amichevoli,
ad eccezione della vendetta dei figli di Giacobbe per il rapimento della
loro sorella Dina. Di questo isolato episodio peraltro Giacabbe si rammaricò
parecchio con i suoi stessi figli (Gn 34, 30).
Fra parentesi, l'autore si preoccupa di informarci che Abramo
nel frattempo si era molto arricchito, non solo di bestiame che rappresentava
la sua dotazione normale di pastore nomade, ma anche di argento e
di oro. La stessa cosa si dirà poi nell'Esodo a proposito del
popolo ebraico che usciva dall'Egitto (Es 11, 22; 12, 35.38). Abramo
rappresentava in quel momento il popolo stesso di Israele che esce dall'Egitto
per prendere possesso della terra promessa e la sua ingente ricchezza
é senz'altro da mettere in relazione con le donazioni precedenti
del Faraone.
I versetti 3 e 4, in perfetto parallelismo, sono l'esatto
opposto di 12, 8-9. In quell'occa-sione, Abramo, dopo aver invocato
il nome di Jahvéh a Bethel (luogo in cui aveva precedentemente
costruito anche un altare), era sceso nel Neghev per poi disattendere
completamente le promesse di Dio con l'ulteriore viaggio in Egitto a
causa della carestia. Ora doveva essere ripristinata la condizione iniziale
di benedizione e quindi Abramo ripercorrendo al rovescio le stesse tappe
di allora pone rimedio al peccato, commesso in Egitto, invocando nuovamente
il nome dell'Eterno a Bethel, nello stesso luogo in cui l'aveva invocato
prima. Il Cassuto, un famoso studioso ebreo, commenta il passo con queste
parole: «Appena egli ritornò, dopo l'interruzione
causata dalla sua emigrazione in Egitto. Abramo ricominciò la
sua opera di fondare la sua nuova religione, e proclamò là,
vicino all'altare, il nome di Jahvéh, suo Dio...Quindi appena egli
ritornò illeso, dopo la severa prova a cui fu assoggettato in Egitto,
egli rinnovò la sua vocazione, e confermò la simbolica conquista
della terra, nel nome di Jahvéh, con il ritornare dove egli aveva
da prima costruito il suo altare, e con il rinnovare la proclamazione
del nome di Jahvé, che egli aveva già iniziato in quel luogo».
Dal versetto 5 apprendiamo che, non solo Abramo, ma anche
Lot aveva parecchio bestiame e parecchio tende. In questo potremmo
vedere anche l'applicazione pratica di una delle benedizioni fatte
da Dio ad Abramo, quella riguardante coloro che benedicano Abramo,
che sarebbero quindi stati di conseguenza benedetti da Dio. Lot, oltre
ad essere parente di Abramo era anche suo compagno di viaggio e quindi
suo alleato. La benedizione di Lot da parte di Dio era pertanto un riflesso
delle benedizioni di Dio ad Abramo.
Come é stato detto più sopra e come potrebbe
apparire a prima vista da Ge 12, 5, non dobbiamo pensare che da Haran
siano partiti soltanto Abramo, Sara sua moglie ed il nipote Lot. Al
loro seguito c'erano numerose famiglie di pastori e di guardiani con
tutte le attrezzature richieste e quindi con tende e con una gran quantità
di bestiame che andava col tempo aumentando sempre di più.
Tanto da poter essere in grado di armare un intero esercito composto
di 318 uomini (Ge 14, 14). D'altra parte, come ci ricorda l'autore, in
quel tempo sul luogo abitavano anche altri popoli (i Cananei ed i Ferezei),
mentre lo spazio fra le città di Bethel e di Ai non era abbastanza
ampio da poter permettere a tutti di convivere senza problemi, specialmente
a causa del bestiame che richiedeva un territorio molto grande.
La necessità di una separazione si fece più
impellente allorché «sorse una contesa
(del resto inevitabile, data la situazione)
fra i pastori di Abramo ed i pastori di Lot» (v. 7). Questa
fu la classica goccia di acqua che indusse Abramo a prendere una decisione.
Abramo sente immediatamente quanto siano indegne queste
contese fra uomini imparentati fra loro («siamo
fratelli» (v. 8) e sebbene, in qualità di parente più
anziano, avrebbe potuto scegliere per primo il territorio dove stabilirsi
con tutti i suoi uomini ed il suo bestiame, lascia la scelta a Lot.
Questo é uno dei pochi passi nella storia dei patriarchi in
cui la sua figura assume valore anche esemplare. Altri passi li possiamo
trovare ad esempio in Ge 15, 1-6, nel quale Abramo, nonostante l'evidenza
dei fatti (la sua età avanzata e la moglie sterile) crede senza
riserve alla promessa di Dio di una discendenza numerosa; ed in Ge 22,
1 ss., dove senza esitazione, é pronto a sacrificare l'unico figlio
Isacco, erede della promessa divina.
Il contrasto fra l'immagine di Abramo, delineata nell'episodio
precedente, e questo nuovo atteggiamento disponile e magnanimo verso
Lot, é molto forte. Ma lo scrittore non sembra preoccuparsi troppo
di presentarci un quadro psicologico d'insieme che sia abbastanza coerente
ed attendibile.
Il v. 10 descrive con grande semplicità una scena
grandiosa nella quale l'intero processo psicologico di riflettere
e di decidersi viene interamente identificato dallo scrittore nell'atteggiamento
esterno di Lot che « alzò gli occhi e
vide». Lot ha riflettuto sulla proposta ed ora «
alza gli occhi» e spazia lontano con lo sguardo. Da Bethel
egli scorge l'intera vallata del Giordano fino al lato meridionale
del Mar Morto dove sorge Tsoar (la piccola cittadina in cui si rifugiò
poi Lot in seguito alla distruzione punitiva delle città di Sodoma
e Gomorra da parte di Dio - Ge 19, 21-23). In certe zone, soprattutto
nei dintorni di Gerico, questa zona é molto ricca di acqua. Ma
l'autore se l'immagina come poteva essere prima della catastrofe di Sodoma
e ci descrive un quadro idilliaco in cui il duplice paragone con il «giardino dell'Eterno» ed il paese d'Egitto
potrebbe sembrare a prima vista abbastanza curioso e profano se non seguisse
poi la descrizione della depravazione degli abitanti di quella zona. Bella
come la valle dell'Eden, ma depravata come il paese d'Egitto.
La scelta di Lot basata soltanto su ciò che potevano
vedere i suoi occhi é presto fatta: Abramo abitò quindi
nel paese di Canaan e Lot nella pianura del Giordano e nei suoi spostamenti
arrivo a stabilirsi con le sue tende fino a Sodoma.
Sono sorprendenti nel nostri scrittore, di solito così
sobrio nelle descrizioni, i toni marcati ed i superlativi che usa
nel descrivere la bellezza del paese e la perversità dei suoi
abitanti e nello stesso tempo la dovizia di particolari con cui é
ritratta l'impressione di fascino suscitata in Lot dalla bellezza del
paesaggio e poi la successiva decisione presa che ci viene descritta
in 4 versetti.
Evidentemente lo scrittore vuole far colpo, mettendo in
risalto il paese di una bellezza inaudita (per un pastore era bello
ciò che era fertile) e gli abitanti di una egualmente inaudita
perversità, la scelta rapida ed ovvia che l'uomo ha fatto dall'alto
di Bethel, basata sulla splendida vista e, una volta presa la decisione,
- quasi fosse sospinto da essa - il suo ineluttabile avvicinarsi passo
dopo passo alla città della scelleratezza.
Questa immagine di Lot che é attratto dalla bellezza
e dalla fertilità della pianura che si presenta ai suoi occhi
e nello stesso tempo la depravazione degli abitanti del posto, richiama
alla nostra mente un altro episodio già esaminato nella storia
della caduta di Adamo ed Eva. Anche Eva viene attratta dalla bellezza
del frutto proibito: «E la donna vide che l'albero
era buono da mangiare, che era piacevole agli occhi e che l'albero
era desiderabile...» (Ge 3, 6).
La situazione, anche se diversa nella conclusione (Adamo
ed Eva peccarono, mentre Lot si mantenne integro, pur vivendo fra persone
depravate), é abbastanza simile e ci fa riflettere sul fatto
che non sempre ciò che può apparire bello e piacevole
agli occhi degli uomini é anche giusto e buono agli occhi di
Dio.
Non dimentichiamo, anche se l'accostamento può sembrare
lontano, quanto ci dice l'apostolo Paolo: «Satana
stesso si trasforma in angelo di luce» (2° Co 11, 14).
«La pianura del Giordano» é
un termine tecnico geografico usato anche in altri libri dell'Antico
Testamento per designare quel territorio nel quale si stabilì
Lot. Troviamo infatti lo stesso termine in 1° Re 7, 46 e in Dt
34, 3 (in quest'ultimo passo viene nominata soltanto «a pianura», ma é sempre lo stesso territorio).
Questa narrazione contiene il primo degli episodi che hanno
per protagonista Lot. Questi episodi sono in parallelismo con quelli
riguardanti Mosč. L'autore nell'accostare i brani 13, 1-13
e 13, 14.18 vuol mettere in risalto il contrasto che esiste fra i
due patriarchi. Infatti mentre Abramo con grande senso di magnanimità
lascia la scelta a Lot e prende per sé soltanto la terra che
Dio gli indica, Lot, con egoismo e senza che il voler divino glielo manifestasse,
sceglie la valle del Giordano, solo perché é fertile come
il Giardino dell'Eterno e soltanto perché lì la vita sarebbe
stata più facile. L'opportunismo di Lot viene quindi accostato
alla generosità di Abramo.
Il racconto riguardante Lot, oltre che essere il primo della
serie, serve da introduzione alle successive avventure di Lot che ci
vengono riportate nel capitolo 19 e nelle quali vediamo Lot che riceve
i messaggeri di Dio e li protegge dagli abitanti di Sodoma, Lot costretto
a fuggire da Sodoma per mettersi in salvo dalla distruzione della città,
Lot che si rifugia a Tsoar e da qui nelle montagne, dove, in un connubio
con le figlie, genera Ammon e Moab ed i relativi popoli discendenti da
questi suoi due figli.
Ironia della storia! Lot si é separato dallo zio
impadronendosi del meglio della terra promessa ed ecco che la dovrà
abbandonare perché ardente sotto l'ira di Dio a causa della
malvagità degli abitanti (Ge 19). Di conseguenza i suoi discendenti
abiteranno nei territori di Ammon e di Moab che sono fuori della terra
promessa in un territorio riservato esclusivamen-te a loro (Dt 2, 9.19).
Si era forse illuso, come parente maschio più prossimo ad Abramo
di essere l'erede naturale del patriarca mentre questi era ancora in vita
e ne viene invece escluso definitivamente dopo mortali peripezie. Abramo
invece, si é accontentato di rimanere solo, senza prospettive di discendenza,
essendo la moglie sterile; si é accontentato di rimanere in una terra
sterile e sabbiosa . Ecco invece che ogni granello di quell'arida sabbia
si trasforma misteriosamente in eredi di una terra illimitata.
É proprio il caso mi sembra di esclamare assieme
all'apostolo Paolo: «O profondità di
ricchezze, di sapienza e di conoscenza di Dio! Quanto imperscrutabili
sono i suoi giudizi e inesplorabili le sue vie!» (Romani 11, 33)
e di ricordare quanto Dio disse al profeta Isaia: «Poiché i miei pensieri non sono i vostri pensieri né le
vostre vie sono le mie vie. Come i cieli sono più alti della terra,
così le mie vie sono più alte delle vostre vie e i miei pensieri
più alti dei vostri pensieri» (Isaia 55, 8-9).
Tutta la narrazione fin qui esaminata raggiunge il suo culmine proprio
nel versetto 14, dove l'autore con grande abilità psicologica ci
presente Abramo rimasto solo dopo la partenza di Lot. Ci sembra quasi di
vedere il patriarca un po’ melanconico dopo la partenza del nipote sul
quale forse aveva riposte le sue speranze per una futura discendenza e che
invece ora se ne va ad occupare proprio la parte migliore di quel paese
che Dio aveva promesso in eredità ai suoi discendenti. Non sappiamo
cosa passava per la sua mente in quel momento, ma certamente i suoi. non
dovevano essere pensieri allegri
L'intervento quindi di Dio che si rivolge ad Abramo proprio in quel
momento per rinnovare ed ampliare le sue promesse é quanto mai opportuno
e tempestivo.
La prima promessa riguarda la terra, Ma non é più una
regione limitata nel tempo e nello spazio, come in Ge 12, 7, ora si estende
verso tutti i quattro punti cardinali e fino a dove Abramo può spingere
il suo sguardo.
La seconda promessa riguarda la discendenza, ma anche questa non è
più solo una grande nazione, come in Ge 12, 2, ma é innumerevole
come i granelli della polvere.
Di fronte a questa rinnovata promessa che non é ristretta entro
i limiti di una nazione e di un territorio ben precisati, ma valica i
confini del tempo e dello spazio. risulta sempre più chiara ed
evidente la progressione universale dei disegni di Dio.
Abramo non può fare a meno di segnare questa ulteriore tappa
con un ricordo che deve rimanere come testimonianza perenne per i suoi discendenti
e per tutta l'umanità. Toglie quindi le tende e si sposta verso
la zona meridionale stabilendosi presso i querceti di Mamre, tre chilometri
a Nord di Hebron.
Negli scavi effettuati in questa zona si rinvennero fra l'altro i resti
di una basilica cristiana del tempo di Costantino. Nello strato sottostante
si rinvenne del vasellame di epoca israelitica e tracce di colonizzazione
risalenti all'età del bronzo, e perciò pre-israelitica.
Ciò significa che il luogo, grazie alla sua solida tradizione sacra
é stato sempre centro di attrazione cultuale in epoca cananea, israelitica,
romana, bizantina e araba.
Abramo prendendo possesso di questo nuovo centro cultuale afferma la
superiorità di Jahvéh su tutti i popoli e su tutte le civiltà
dell'uomo