Vocazione di
Abramo (Ge 12, 1-3)
La partenza di Abramo (Ge 12, 4-5)
La sosta a Sichem (Ge 12, 6-7)
Sosta ad Est di Bethel e successivo spostamento a Sud
(Neghev) (Ge 12, 8-9)
Vocazione di Abramo (Ge 12, 1-3)
Si innesta qui un nuovo tratto della rivelazione
salvifica di Dio. Discorso ad un uomo in mezzo alla moltitudine di popoli,
libera scelta di un individuo che Dio intende riservare per sé
e per il suo piano storico. Rimane senza spiegazione il motivo per cui
questa elezione da parte di Dio non sia caduta su Cam o su Jafet, ma
su Sem e, nella linea di Sem, su Arpaksad, e tra i discendenti di quest'ultimo
proprio su Abramo. L'autore non ha fatto il più piccolo cenno
per prepararla.
Jahvéh é il soggetto del primo verbo all'inizio
della prima frase, e quindi dell'intera storia della salvezza che
segue. Dio si rivolge direttamente ad Abramo, l'unico eletto, con
una richiesta di radicale rottura con tutti i legami naturali. Abramo
per obbedire a Dio deve partire. Così la sua emigrazione, se
all'inizio, da Ur dei Caldei ad Harran, poteva avere dei motivi umani,
ora diventa chiaramente religiosa. In un crescendo di sacrificio viene
chiesto all'eletto un triplice distacco dai valori terreni:
a) deve staccarsi dal suo paese,
da quella che fino ad allora era stata la sua patria;
b) deve staccarsi dalla sua parentela;
abbandonare cioè ogni legame di sangue;
c) deve uscire dalla casa paterna, cioè
dalla propria famiglia.
Questi tre termini ci fanno comprendere che Dio é
consapevole della gravità di queste separazioni. In altre
parole viene chiesto ad Abramo ciò che anche Cristo chiederà
ai propri discepoli (Lc 14, 26), cioè preferire ai legami naturali,
anche giusti, la volontà di Dio. Abramo deve lasciare dietro
di sé assolutamente tutto ed affidarsi esclusivamente alla guida
di Dio ed alla sua volontà. La quale peraltro non é nemmeno
chiaramente determinata, né perciò ponderabile nelle
sue esigenze. Di fatto, ad Abramo viene chiesto di lasciare il certo
per l'incerto, mutare una patria amata, una parentela affettuosa, una
casa calda, per una terra che Dio gli mostrerà e per una benedizione
rimandata al futuro.
Si richiede, dunque, una fede eroica e un'obbedienza cieca
e senza obbiezioni. L'autore delle lettera agli Ebrei commenta con
queste parola la fede di Abramo: «Per
fede Abramo, quando fu chiamato, ubbidì per andare verso il
luogo che doveva ricevere in eredità; e partì non sapendo
dove andava» (Eb 11, 8).
1) «Io farò di te una grande nazione». Lui vecchio e la moglie sterile dovranno diventare capostipiti
di una moltitudine di nazioni (Ge 17, 6), di una nazione grande e
potente (Ge 18, 18), di un numero infinito di gente (1 Re 3, 8). Questa
è la prima delle sette benedizioni incluse nei vv. 2 e 3.
2) «e ti benedirò». Questa benedizione si riferisce alle ricchezze concesse da Dio
ad Abramo; infatti in Ge 24, 35 Abramo é detto un benedetto perché
Jahvéh gli ha dato pecore e buoi, argento e oro, servi e serve,
cammelli e asini. Ma in Ge 24, 1 questa benedizione ha una portata ancora
più vasta. Il concetto di benedizione biblica significa infatti
anche protezione dal male (" ti custodisca
"), dono di grazia (" ti sia
propizio "), e conferimento di pace("
ti dia la pace ") (Nm 6, 24-26).
3) «e renderò grande il tuo nome». Nonostante quanto affermano i razionalisti che, fondati
sulla letteratura profetica, dicono che la figura di Abramo rappresenti
un tardivo sviluppo della storia dei Patriarchi, oggi si sostiene
che, il nome di Abramo fu già famoso in Israele nel periodo preprofetico.
Si ricorda infatti che per Elia, Abramo fu il più famoso dei
tre (1 Re 18, 36); per i contemporanei di Ezechiele, fu il conquistatore
solitario della terra promessa (Ez 33, 24). Si presume inoltre che sia
Amos 3, 2 che Gr 4, 2 facciano allusione proprio al contesto di Abramo.
Possiamo inoltre certamente affermare che quella gloria e quel nome che
cercarono di raggiungere i costruttori della torre di Babele, fu ereditato
da Davide per mezzo di Abramo ( 2 Sm 7, 9b).
4) «Tu sarai una benedizione». Come risulta dalle tre benedizioni precedenti, Abramo (o il
suo nome) sarà preso come esempio di felicità e di
benedizione. Per cui si dirà: "
Dio di faccia come Abramo! ", cioè
fecondo, ricco e glorioso.
5) «E benedirò quelli che ti benediranno»
Tutti coloro che dimostrano simpatia, amicizia per Abramo
e che, nelle difficoltà, lo aiuteranno; tutti quelli che ne
lodano il regno, il vigore, ecc., saranno benedetti da Dio.
6) «E maledirò chi ti maledirà». La differenza fra il singolare ed il plurale, probabilmente,
é stata introdotta solo per amore di variazione nel parallelismo.
Non significa che, a differenza dei benedicenti, chi maledice é
solo qualcuno. Con queste parole Dio promette di diventare nemico di
chi contraddice al suo eletto e di conseguenza di distruggere ogni
suo avversario. Nel caso concreto di sconfiggere i Cananei, gli Amorriti,
gli Hittiti, i Ferezei, gli Hivvei e i Gebusei. (Es 23, 22-23).
7) «E in te saranno benedette tutte le famiglie della terra». Queste parole sono cariche di vocazione missionaria e
di significato messianico. Abramo e il suo seme saranno mediatori e
fonte di benedizione per l'intera umanità. Tanto Abramo da solo
(Ge 12, 3; 18, 18) quanto la sua progenie (Ge 22, 18; 26, 4), o uniti
misticamente insieme (Ge 28, 14), saranno motivo e fonte di benedizione.
Di conseguenza saranno fonte di benedizione anche Isacco (Ge 26, 4)
e Giacobbe (Ge 28, 14); il popolo eletto (Atti 3, 25); i cristiani partecipi
della fede del patriarca (Ga 3, 9) e, in modo particolare, come seme
più eccellente, il Cristo Signore (Ga 3, 14. 16).
Ad una prima lettura superficiale si potrebbe pensare che
queste benedizioni siano state scritte di getto senza alcun ordine
particolare. Se esaminiamo invece più attentamente la pericope
ci accorgiamo che essa é stata strutturata secondo lo schema
3+1+3. Questo ci dimostra ancora una volta che gli antichi scrittori
non scrivevano a caso, ma seguivano delle regole ben precise. Molto
probabilmente seguivano queste regole per facilitare la trasmissione
orale. Mancando, infatti, o essendo per lo meno insufficiente e difficoltosa
la scrittura, la trasmissione veniva per lo più affidata alla
memoria dei singoli individui. Le prime tre proposizioni di questa pericope
riguardano direttamente Abramo che sarà appunto fecondo, ricco
e famoso; le ultime tre riguardano l'ambiente che circonda il Patriarca:
quelli che lo benedicono saranno benedetti, quelli che lo maledicono saranno
distrutti, tutte le famiglie della terra saranno salvate. La proposizione
centrale, nella quale si dice che Abramo sarà l'esemplare di ogni
benedizione materiale e spirituale, scandisce il passaggio dalle benedizioni
personali a quelle più intense e significative che riguardano la collettività.
La partenza di Abramo (Ge 12, 4-5)
La relazione della partenza di Abramo appartiene alla tradizione
Jahvista. In essa é stata introdotta soltanto una breve nota
della redazione sacerdotale relativa all'età del patriarca (v.
4b) ed alle persone e cose che egli si portò da Harran (v. 5).
Abramo obbedisce ciecamente e senza resistere. La sola parola «
partì » é più efficace di qualsiasi
descrizione psicologica e nella sua grandiosa semplicità corrisponde
assai meglio al significato di questo avvenimento. Abramo se ne sta muto;
gesto meraviglioso di obbedienza incondizionata, di fronte ad una promessa
di cui egli difficilmente poté sospettare la piena portata. Questo
é uno dei passi in cui Abramo viene presentato come un modello.
Si deve sempre tener conto che abbandonare la patria e rompere i vincoli
ancestrali per l'uomo antico rappresenta un'impresa quasi assurda. Il
lettore potrebbe chiedersi se questo esodo abbia come conseguenza anche
un cambiamento di fede in Abramo. Ma a questa domanda dovrà darsi
una risposta da solo in quanto l'aspetto religioso della vicenda viene scarsamente
evidenziato dallo Jahvista al quale sembrano interessare poco le differenze
di religione e di culto fra Israele ed i popoli vicini. Solo più tardi
si cercò di giustificare psicologicamente questa partenza attribuendo
ad Abramo una posizione di critica alla religione dei suoi padri. Quello
che é certo però é che qui lo Jahvista intende presentare
Abramo semplicemente come oggetto di un comando divino.
Qualche esegeta fa notare la differente motivazione tra l'emigrazione
di Abramo e quella del nipote Lot, Mentre il primo si muove a causa
della volontà divina e perciò per un motivo soprannaturale,
il secondo si muoverebbe piuttosto per un attaccamento affettivo o di
interesse nei riguardi dello zio. Questo scopo interessato compare senz’altro
nelle pericopi seguenti. Qui però é difficile pensare che
l'autore intenda suggerire queste riflessioni. Egli aveva certamente
una certa idea della parentela di Israele con gli Ammoniti ed i Moabiti,
discendenti di Lot che sono messi in relazione con la migrazione aramaica
verso la Palestina e voleva quindi introdurre una connessione letteraria
con quanto verrà detto in seguito su Lot ai capitoli 13 e 19.
Ai vv. 4b e 5 il redattore, sfruttando un frammento sacerdotale,
ci racconta i particolari della transumanza di Abramo, da Harran
al paese dei Cananei. Il patriarca, al momento della partenza aveva 75
anni. Difficilmente questo numero ha un valore cronologico e quantitativo
tale da poter essere preso alla lettera. Considerando che l'emigrazione
avvenne a 75 anni (Ge 12, 4b), la nascita di Isacco a 100 anni (Ge 21, 5)
e la morte del patriarca a 175 anni (Ge 25, 7), é chiaro che il
sacerdotale (P) ha messo il n. 25 come fondamento della sua cronologia (3x25
+ 1x25 + 3x25). Ora sappiamo dalla simbolologia dei numeri che il n. 25
significa l'osservanza della legge. Con molta probabilità perciò
l'autore ci vuole presentare il patriarca nelle tre tappe principali della
sua vita (nascita-vocazione; emigrazione-nascita di Isacco; nascita del figlio
della promessa-morte) come l'osservante perfetto della volontà di
Dio.
Con un vocabolario proprio della transumanza: X (=capofamiglia)
prese Y (=membri della famiglia) e Z (=possessioni mobili, come pecore,
servi, ecc.) e partirono per andarsene a H (Cfr. Ge 11, 31; 12, 5;
36, 6; 46, 6; Es 18, 2-4), usato anche nell'epica di Ugarit, il sacro
autore ci descrive il viaggio del patriarca e dei suoi. Non é
infatti da credere che il gruppo fosse composto da poche persone. Anche
se ne sono nominate solo tre, Abramo, Sarai e Lot, costoro rappresentano
dei clan così numerosi da non poter entrare nella regione fra
Betel e Ai (Ge 13, 6) e da poter armare almeno 318 soldati (Ge 14, 14).
Dovette essere una migrazione assai consistente, comandata da Abramo,
Sarai e Lot, ma composta da non pochi pastori, carichi di tende e ricchi
di pecore e buoi, asini e cammelli, servi e serve (Cfr. Ge 12, 16; 13,
2. 5ss.). A questi ultimi si riferisce la frase «e le persone che avevano acquistato in Harran».
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Sosta a Sichem (Ge 12, 6-7)
Abramo, giunto nel paese di Canaan, lo attraversa fino alla località
di Sichem che era una delle più antiche città cananee,
ricordata già dal faraone Sesostri III (1887-1849). A quel tempo,
ci ricorda il Redattore, il Paese era abitato dai Cananei i quali, come
già detto in Ge 10, 18b-19, occupavano il territorio della Palestina
da Sidone fino a Gaza. Vicino a Sichem c'era la famosa «quercia di Moreh» o
«quercia degli indovini», come ci viene detto in Giu. 9, 37, che essendo un albero sacro,
stava al centro di un luogo di culto cananeo ed era importante anche
al tempo degli Israeliti (Ge 35, 4; Dt 11, 30; Gs 24, 26).
Proprio in questo posto Dio appare ad Abramo. Non ci viene descritto
il modo di questa visione, ma ci vengono tramandate le parole pronunziate
in quell'occasione da Jahvéh: «Io darò
questo paese alla tua discendenza». Canaan era dunque la terra
che in Harran Dio aveva pro-messo di mostrargli (Ge 12, 1b). Tuttavia
l'erede di questa terra non sarebbe stato lui, ma la sua discendenza che
Abramo ancora non aveva a causa della sterilità della moglie (Ge
11, 30).
Abramo quindi dimostra nuovamente la sua fede costruendo «un altare a Jahvéh
che gli era apparso». Non un
altare per i sacrifici ma un monumento memoriale che come in Gs 22,
26 ss., servisse da testimonio fra Jahvéh che aveva promesso e
i discendenti di Abramo, eredi della promessa.
L'autore ci presenta Abramo come pellegrino dei santuari cananei.
Dato che qui edifica degli altari e proclama il nome di Jahvé,
questi luoghi cadono sotto la supremazia del Dio di Abramo, che il tal
modo acquista un diritto sopra la terra promessa per i suoi discendenti.
Questi discendenti avrebbero occupato il Canaan in tutti i suoi
punti cardinali, per lungo e per largo (Ge 13, 14. 17), dal Nilo all'Eufrate
(Ge 15, 18), tutto il paese di Canaan (Ge 17, 8), con tutte le sue regioni
(Ge 26, 3). In questo paese, così ampiamente descritto nella sua
estensione, avrebbero abitato le singole tribù di Israele (Dt 34,
4). Con tale fede nel cuore Abramo continuò a dimorare nella terra
promessa, come fosse in un paese straniero abitando sotto le tende (Eb.
11, 9).
Sosta ad Est di Bethel e successivo spostamento a Sud (Neghev) (Ge 12,
8-9)
Proseguendo il suo
cammino verso Sud Abramo giunge nella regione montagnosa che fu poi occupata
dalle tribù di Beniamino e di Giuda. Tra Bethel ed Ai, altri due
antichi insediamenti Cananei: Qui egli costruisce un altro altare ed
invoca il nome di Jahvéh. Questo non significa come pensarono alcuni,
fra i quali anche Lutero, che egli abbia predicato ai pagani, ma semplicemente
che ha invocato in un atto di culto quel Dio che si era ormai manifestato
nel suo nome. Si dirige poi verso il Neghev, cioè la regione montagnosa
meridionale, che degrada verso sud, tra Hebron e Bersabea. Così
Abramo ha raggiunto la sua futura patria.
É importante notare come non sia indicato il luogo finale
della migrazione. Anche il successivo racconto di Ge 12, 10 ss. inizia
come in uno spazio vuoto. L'autore non voleva evidentemente anticipare
Ge 13, 18. Da questa mancanza di precisione topografica di Ge 12, 1-9,
si può desumere che l'autore non si riferisce ad una unità
narrativa più antica legata ad un luogo e originariamente indipendente,
com’è il caso delle altre successive storie patriarcali. Il racconto
narra troppo poche azioni ed é troppo poco concreto perché
si possa pensare questo. Si tratta quindi di un brano di transizione
creato dallo Jahvista per passare dalla preistoria alla serie di veri
e propri racconti su Abramo. Ma appunto per questo il brano riveste una
particolare importanza in quanto ci presenta il programma che l'autore
intende sviluppare nella raccolta delle successive storie su Abramo. Se
si riflette inoltre che la strada finora percorsa da Abramo dopo tutto quello
sfoggio di promesse divine, si volge senza che accada nulla di importante,
risulta chiaro ancora una volta come questo intermezzo non abbia valore
in sé, ma debba essere considerato come valore programmatico all'intera
composizione dei racconti su Abramo. L'adempimento delle promesse sta
al di là della vita stessa di Abramo ed é difficile immaginare
che lo Jahvista le ritenesse già compiute ai suoi giorni.
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Viaggio in Egitto (Ge 12, 10-20)
Questa pericope rompe il componimento letterario precedente.
La fonte é della tradizione Jahvista. Ciò é provato
dall'uso del nome di Jahvéh e da altre parole. Sembra tuttavia che
lo jahwista abbia accolto nella sua composizione un fatto storico,
ripetuto nelle montagne del nord, che faceva scendere Abramo dal Bethel
in Egitto attraverso il Neghev, senza passare per Mamre'. É sintomatico
che l'episodio si ritrovi con gli stessi elementi in Ge 20, 1-17, che
appartiene alla tradizione Elohista, originaria del settentrione.
Il brano, redatto in termini astratti e giuridici, secondo alcuni,
apparterrebbe al genere letterario dei contratti matrimoniali (caratteristici
degli Hurriti). A Nuzu, é conosciuto un matrimonio detto ana
ahâtûti, redatto con termini e con conseguenze molto simili
al nostro brano. Un tizio (di cui si dice sempre il nome e la paternità)
adotta una ragazza (sempre nominata) ana ahâtûti, come sorella;
in realtà l'usa come concubina, dietro compenso (di solito 40 sicli
e alcuni capi di bestiame) e dietro consenso della ragazza medesima. Non
essendo giuridicamente sua moglie (=ana assûti), l'adottante se
ne può disfare in due maniere: o dandola di nuovo ana ahâtûti
ad un altro richiedente (e allora riscuoterà il solito compenso);
o dandola ana assûti, cioè come vera moglie permanente. Nel
primo caso la può, in seguito, ricomprare per sé o ancora
ana ahâtûti, oppure ana assûti.
V 10 «Or venne nel paese una carestia e
Abramo scese in Egitto per dimorarvi perché nel paese vi era una
grande carestia»
Dinanzi a difficoltà materiali, come la carestia, Abramo
tentenna nella fede e abbandona la terra promessa, attirato dalla prosperità
e dalla vita facile in Egitto. Benché l'intera pericope sia
stata redatta con termini generali, senza localizzazione e senza ricordi
tribali netti, dal contesto, pare che l'autore pensi al Neghev. Saremmo,
perciò, in una di quelle fasi sterili della regione, constatate
anche dall'archeologia. Nella Bibbia accade sovente che la carestia
causi la discesa in Egitto di tribù semitiche palestinesi (Ge
47, 4). Sebbene il brano originariamente trattasse solo di Abramo e
di sua moglie, sappiamo, nel contesto odierno, che con i due scesero
pure Lot e tutti i loro sudditi (Ge 13, 1).
VV. 11-13 «Or avvenne che, come stava per
entrare in Egitto, disse a Sarai sua moglie: «Ecco, io so che tu
sei una donna di bell'aspetto; così avverrà che, quando
gli Egiziani ti vedranno, diranno : - Costei é sua moglie -, e uccideranno
me, ma lasceranno te in vita. Ti prego, dì che sei mia sorella,
perché io sia trattato bene a motivo di te, e la mia vita sia salva
per amor tuo»
Prima di entrare in Egitto, Abramo escogita furbescamente uno
stratagemma (originariamente fondato sul diritto matrimoniale hurritico)
per evitare tristi conseguenze possibili contro la sua vita da parte
degli Egiziani a causa della bellezza di Sara. Certamente la tradizione
Jahvista ignora la cronologia sacerdotale che attribuiva a Sara in quel
periodo 65 anni (Ge 14, 4; 17, 17), troppi per poter suscitare qualche interesse
da parte degli Egiziani, come temeva Abramo.
Dal punto di vista esegetico, siamo di fronte ad un problema
etico, che ci presenta Abramo senza scrupoli di fronte alla bugia, disposto
a mettere in pericolo la virtù della moglie, pur di salvare la propria
vita.
Gli esegeti di tutti i tempi hanno cercato di spiegare questo
sconcertante comportamento in vari modi:
Gli antichi, specialmente i cosiddetti « Padri
», hanno scusato la bugia di Abramo fondandosi su Ge
20, 12, in cui ci viene detto che Sara era effettivamente sorella di Abramo
perché figlia dello stesso padre. Essi però non sospettano
che si tratta di un'altra tradizione (Elohista) e comunque non spiegano
l'incitazione all'adulterio in quanto, nonostante sorella per parte di
padre, Sara era pur sempre divenuta sua moglie.
I moderni tentano di spiegare il comportamento di Abramo rimandando
il brano al genere letterario dei matrimoni Hurritici, già visti
più sopra, in cui sarebbe stato uso comune di prendere e di barattare,
dietro compenso, le cosiddette «sorelle concubine». Secondo questa ipotesi quindi non ci sarebbe né bugia,
né incitamento all'adulterio da parte del «marito fratello». La difficoltà però rimane per l'autore,
a cui questa antica pratica era ormai sconosciuta.
Altri ancora, fondati sull'evidenza dei racconti biblici, affermano
che l'episodio in questione é coerente con il basso concetto dell'etica
avvertito nel periodo patriarcale. Durante questo periodo la teologia
é piuttosto primitiva, come pure le idee sociali. L'onore della
moglie vale meno della vita del marito; l'uomo dispone di sua moglie
e l'abbandona all'adulterio. Più avanti noi vedremo Lot offrire
le due figlie pur di salvare i suoi ospiti (Ge 19, 8). Queste due figlie
poi non esitano ad aver rapporti col proprio padre pur di assicurargli una
discen-denza (Ge 19, 30-38). Nel libro dei Giudici si racconta di un levita
che prostituisce la sua concubina (Gdc 19, 25).
Questo basso concetto che si aveva della donna appare evidente
nell'antico codice dell'Esodo (20, 17), dove la moglie veniva equiparata
alle proprietà del marito. Nel nostro caso però non ci
si spiega come mai l'autore, certamente contrario a questa etica arcaica,
abbia riportato il fatto senza una parola di critica o almeno di scusa
come é avvenuto nell'episodio parallelo di Ge 20, 2 ss..
Si potrebbe quindi pensare che l'autore abbia conservato il vecchio
racconto popolare così com'era nella sua forma primitiva forse
per stigmatizzare nella condotta del patriarca il comportamento del popolo
ebraico che nella sua storia prostituì più volte la Santa
Sion alle voglie impure del Faraone pur di non morire di fame (Gr 42,
9 ss.; Ez 23, 20 ss.).
VV. 14-16 «Quando infatti Abramo giunse
in Egitto. gli Egiziani videro che la donna era molto bella. La videro
anche gli ufficiali del Faraone e la lodarono davanti al Faraone e la
donna fu portata in casa del Faraone. Ed egli trattò bene Abramo
a motivo di lei. Così Abramo ebbe pecore, buoi, asini, servi, serve,
asine e cammelli»
.
Tutto si svolge secondo le previsioni di Abramo. Sara viene subito
notata anzitutto dagli Egiziani per la sua bellezza e poi dagli stessi
ufficiali del Faraone che erano molto zelanti nel presentare al loro
re le più belle ragazze dell'impero. Di fatto Sara passa nell' harem
del Faraone ed Abramo a causa della «sorella concubina» viene trattato bene e ricompensato con molti doni in natura.
VV. 17-20 «Ma l'Eterno colpì il
Faraone e la sua casa con grandi calamità, a motivo di Sarai,
moglie di Abramo. Allora il Faraone chiamò Abramo e disse: "Che
cosa mi hai fatto? Perché non mi hai detto che era tua moglie?
Perché hai detto: 'É mia sorella'? Così io la presi
per essere mia moglie. Or dunque eccoti tua moglie; prendila e vattene!".
Poi il Faraone diede alla sua gente ordini riguardo ad Abramo, ed essi
fecero partire lui, sua moglie e tutto quello che aveva»
Quando ormai tutto sembrava perduto e le promesse di Dio vanificate
dal comportamento opportunistico e senza scrupoli di Abramo, ecco che
interviene Jahvéh per piegare gli eventi e riportare la storia entro
in binari del suo progetto.
Il solo fatto di partire da Canaan per l'Egitto in occasione
della carestia, poteva rappresentare già di per sé un
atto di poca fede da parte di Abramo. Ora però il pericolo che
minacciava Sara poteva irrimediabilmente compromettere l'intero disegno
di Dio nei confronti di Abramo e sua moglie. Ma Jahvéh non permette
che tutta la sua opera possa naufragare fin dall'inizio. Quindi la salva
e la porta avanti nonostante tutte le azioni controproducenti degli uomini.
Ciò che più ci colpisce in questo episodio é
l'abbandono della sua donna da parte di Abramo e non possiamo fare a
meno di pensare che la realizzazione della promessa trova il suo peggiore
nemico proprio in colui che l'ha ricevuta. Infatti é proprio da
Abramo che le viene il suo pericolo maggiore.
Ma se il racconto ci induce a queste riflessioni, esse pur tuttavia
rimangono sempre marginali rispetto all'azione di Jahvéh. É
proprio di fronte alla potenza ed al mistero dell'intervento divino
che la nostra volontà di capire trova una barriera insormontabile.
Del resto chi ci dice che qui in questo episodio tutto dovrebbe o potrebbe
essere spiegato?
Il rimprovero del Faraone, giusto e pieno di durezza, che viene
ascoltato dal Patriarca in silenzio, quasi fosse consapevole della sua
mancanza, é ricco di drammaticità.
In questo rimprovero noi possiamo intravedere il giudizio negativo
di Dio nei confronti del comportamento di Abramo in quell'occasione.
Un Dio che deve portare a termine il suo piano nonostante l'infedeltà
dell'uomo. Questo atteggiamento di Dio ci ricorda molto da vicino le
parole dell'apostolo Paolo al Giovane Timoteo (2° Ti 2, 13).