Risulta molto difficile
collocare le vicende patriarcali in un quadro cronologico ben preciso
e determinato in quanto la storia di una famiglia nomade o seminomade
non interferisce necessariamente con la storia dei grandi centri urbani.
Inoltre il senso della storia degli antichi era molto diverso dal nostro.
Non si preoccupava tanto di registrare l'esattezza cronologica dei fatti,
ma piuttosto si prefiggeva di raggiungere, attraverso le vicende narrate,
un ben preciso scopo che era soprattutto quello di rendere attuale il
passato per spiegare il presente.
Nel nostro caso specifico la preoccupazione dell'autore
sacro era quella di dimostrare ai propri contemporanei che Dio é
presente nella storia attuale degli uomini, perché questa storia
é stata da lui determinata fin dai tempi più remoti con
un ben preciso disegno che si é progressivamente sviluppato nel
corso dei secoli fino a sfociare nell'attuale stato di cose.
Poiché il tema principale sviluppato dal libro della
Genesi (come pure da tutti gli altri libri della Bibbia) é
quello della salvezza, il nostro autore si preoccupa anzitutto di
esaminare le vicende dell'umanità intera, dei singoli popoli
e delle singole persone, alla luce di questa salvezza.
Possiamo tuttavia, nei limiti consentiti dalle recenti scoperte
archeologiche, tentare di inquadrare le vicende dei patriarchi in
una cornice storica che ci possa aiutare a comprendere meglio i fatti
narrati ed il comportamento dei singoli protagonisti.
La prima metà
del secondo millennio prima di Cristo, epoca in cui si inseriscono
le vicende da Abramo a Giuseppe (cc. 12-50), ci é nota, attraverso
i documenti scritti e l'esplorazione archeologica, solo in modo saltuario.
Certi punti nel tempo e nello spazio sono conosciuti fin nei particolari
(risultano, ad esempio, dagli archivi di Mari nel medio Eufrate); altri
punti (per esempio, il suolo Palestinese) sono immersi nella luce crepuscolare
dei reperti archeologici (ceramica, sigilli, piccoli oggetti di arte,
ecc.), sufficienti per stabilire le successioni e le mutue influenze
delle civiltà.
Non mancano zone di completa oscurità, specialmente
per quanto riguarda l'origine e gli spostamenti dei popoli nomadi,
che non hanno lasciato traccia reperibile all'archeologia, e che facevano
capolino solo nei documenti, quando le loro scorrerie disturbavano le
popolazioni urbane. Comunque ora é possibile, più di
quanto non lo fosse qualche tempo fa, ricostruire quel periodo storico,
e ne risulta uno svolgimento alquanto diverso da quello che si supponeva
allora. La cronologia ha subito un vero e proprio rivolgimento soprattutto
dopo che le tavolette, scoperte a Mari (Tel Hariri, scavi dal 1933 al 1939),
hanno rivelato il sincronismo tra Hammurabi e Samsi-Adad I di Assiria e
dopo che nel 1942 fu pubblicata una nuova e completa lista dei re assiri,
detta Khorsabad, la quale condusse a fissare il regno di Hammurabi dal
1728 al 1686.
L'esame dei documenti e la coincidenza di molti indizi permettono
di tracciare, dell'epoca che ci interessa, il seguente quadro che,
per facilitarne l'esposizione, dividiamo in cinque momenti successivi:
1) Egemonia di Ur (ca 2070-1960 a.C.)
2) Espansione degli Amorrei (2000-1800 a.C.)
3) Espansione degli Hurriti (ca 1850-1750 a.C.)
4) Impero degli Hyksos (1720 a.C.) ed egemonia di Hammurabi
(1728-1686 a.C.)
5) Fine degli Hyksos (1580 a.C.) e della I° dinastia
di Babilonia (1550 a.C.)
Verso l'anno 2000 é in pieno rigoglio la dinastia
III di Ur, durante la quale l'antica civiltà sumerica diffonde
i suoi ultimi sprazzi di luce fino all'alta Mesopotamia e alla Siria. Tuttavia
l'elemento di lingua accadica, già ben rappresentato nella capitale
Ur e nelle antiche città sumeriche, é assolutamente predominante
più a nord, fino agli estremi confini dell'Assiria.
Dall'altra estremità dell'antico Oriente, l'Egitto, ormai
superato quella specie di medioevo, chiamato periodo intermedio, si
va unificando sotto la dinastia XI.
In mezzo sta la Palestina, popolata da una costellazione di piccole
città-stati fondate dai Cananei, autori della civiltà palestinese
del Bronzo Antico (terzo millennio), i cui documenti non sono epigrafici,
ma solo archeologici.
Il momento successivo é caratterizzato dall'espansione
degli Amorrei, popolazione semitica che in antecedenza percorreva, alla
maniera dei nomadi, il bordo del deserto ad occidente dell'Eufrate. L'egemonia
di Ur, indebolita da una parte dall'invasione amorrea e assalita dall'altra
dal rivale Elam, cadde nel 1960 a.C. circa (ultimo re Ibi-Sin). Devastata
gravemente la città di Ur, si instaura l'egemonia degli Elamiti,
che controllano le due dinastie successive di Isin e di Larsa (1960-1698
a.C.), dalle quali dipende ormai la decadente città di Ur. Gli Amorrei
fondano una dinastia a Mari (verso il 1958 a.C.), sul medio Eufrate e più
tardi, nel 1830, con Sumu-abum, s'impadroniscono della città di
Babilonia iniziando la dinastia I di Babilonia.
Dall'altro lato del deserto Siro-Arabico, da cui erano usciti, gli
Amorrei occupano la Transgiordania e la Palestina e vi diventano sedentari.
La Palestina a quell'epoca é sotto il controllo dell'Egitto, salito
a grande potenza con i sovrani della XII dinastia, che avevano la loro
capitale ad Heracleopoli, e cioè non eccessivamente lontano dal
Delta e dal confine asiatico. Neppure gli Amorrei lasciano documenti scritti
in Palestina, ma noi riconosciamo la loro presenza dai testi di esecrazione
egiziani, una serie di cocci e di statuette di argilla con sopra scritti
i nomi dei capi palestinesi che costituivano un pericolo per l'egemonia
egiziana. Sono nomi di Amorrei, che verso il 1950 appaiono da diversi indizi
come nomadi, mentre verso il 1850 si trovano raggruppati in piccole città
governate da un re.
Dopo circa il 1800 a. C., mentre la XII dinastia in
Egitto, va perdendo di forza e non controlla più la Palestina, e
in Oriente continua l'egemonia degli Elamiti, mentre gli stati amorrei
di Mari e di Babilonia vanno consolidandosi, é in piena fase di sviluppo
l'infiltrazione degli Hurriti. Questa popolazione non semitica, la cui
lingua, ancora non perfettamente conosciuta, era di tipo agglutinante,
aveva occupato le montagne ad oriente del Tigri, donde incominciò
a scendere pacificamente nella pianura mesopotamica e lungo l'Eufrate.
Un forte contingente di nomi propri hurriti si trova nelle tavolette scoperte
nella località ora detta Shagar-Bazar (scavi dal 1935 al 1937),
nel bacino del Khabur, e negli stessi documenti di Mari, dove alcuni testi
religiosi sono interamente in hurritico. A Nuzi, oggi Yorgan Tepe (scavi
dal 1927 al 1931), non lontano da Kerkuk, si stabilì a oriente
del Tigri una popolazione interamente hurrita, i cui documenti sono tuttavia
di un epoca tardiva, dal 1500 al 1400 a.C.. Parecchi indizi ci assicurano
che gli Hurriti si insinuarono in Siria e scesero fin nella Palestina,
formando piccoli centri urbani o aggregandosi a quelli già esistenti.
Dallo studio dei nomi propri appare che gli Hurriti erano guidati da un'aristocrazia
di lingua indo-ariana. É in armonia con questi dati la notizia
di Ge 36, 20-30, secondo cui gli Edomiti si uniscono a una tribù
di Hurriti (Horim) nella regione di Seir, a sud del Mar Morto.
Impero degli Hyksos (1720 a. C.) ed egemonia di
Hammurabi (1728-1686 a. C.)
Verso il 1730, indebolitosi l'Egitto sotto la XIII
dinastia, era in atto il Palestina, parallelamente, all'infiltrazione
Hurrita, una invasione graduale di elementi semitici che, facendo pressione
ai confini dell'Egitto e, pare, stanziandosi parzialmente nel Delta,
costituivano i prodromi della dominazione degli Hyksos. Nel 1720 Avaris
nel Delta diventa la capitale di un regno vero e proprio, esteso in tutta
la Palestina e su buona parte dell'Egitto. Il nome Hyksos era già
usato in antecedenza dagli Egiziani per indicare i capi delle tribù
nomadi del confine asiatico, e si deve tradurre "capi dei paesi stranieri",
ma dai Greci, nell'epoca ellenistica, fu interpretato " re pastori",
e così sono ancora talvolta chiamati gli Hyksos nei manuali di
storia. Questi sovrani assimilarono in parte la civiltà egiziana,
ma, segno di decadenza, non lasciarono documenti, se non un gran numero
di scarabei (paragonabili alle nostre medaglie commemorative), con i nomi
dei regnanti. Essi introdussero l'uso del cavallo e dei carri da guerra,
nonché dei castelli fortificati in terra battuta, di cui costellarono
la Palestina.
Contemporaneamente allo stabilirsi degli Hyksos nel Delta, a Babilonia
si inizia il regno glorioso di Hammurabi (1728-1686 a.C.), il quale nel
trentesimo anno del suo regno abbatte la supremazia degli Elamiti (1698
a.C.) e conquista i regni confinanti, Larsa e Mari. Così la dinastia
Amorrita già insediatasi a Babilonia nel 1830, riunisce ora sotto
Hammurabi tutto il paese abitato dagli Accadi e dagli ultimi nuclei di
Sumeri. Intanto nell'Anatolia centro-orientale si va formando la potenza
di un nuovo popolo: gli Hittiti .
Fine degli Hyksos (1580 a. C.) e della I dinastia
di Babilonia (1550 a. C.)
Dopo circa un secolo e mezzo la situazione cambia
totalmente, sia in Egitto che a Babilonia. In Egitto il movimento di riscossa
nazionale guidato da Ahmosi I (1580-1558), il fondatore della dinastia
XVIII, culmina con la caduta di Avaris nel 1580 e con la distruzione dell'impero
degli Hyksos, dopo di che la Palestina diventa in pochi decenni una provincia
dell'impero egiziano.
Intanto nella Mesopotamia meridionale i Cassiti, una nuova popolazione
discesa dalle montagne dello Zagros (tra l'altipiano iranico e la pianura
babilonese), si erano impadroniti di una parte del territorio, sottratta
ai successori di Hammurabi; finché nel 1550 ca., Babilonia fu
ferocemente saccheggiata da una razzia di Hittiti, condotti dal re Mursilis
I.
Ritiratisi gli Hittiti, Babilonia viene occupata dai Cassiti, che
col re Agum II vi inaugurano (ca. il 1520) una lunga dinastia, che durerà
senza gloria fino al 1178, quando Babilonia soccomberà ad una
ripresa di potenza da parte degli Elamiti. La regione di Babilonia sotto
i Cassiti prende il nome di Kardunias.
Poco dopo, verso il 1500, gli Hurriti con Sudarna I° fondano
uno stato che si affaccia sulla Siria e avrà una grande parte
nell'equilibrio politico dei successivi centocinquant'anni. É
il regno dei Mitanni, situato nella Mesopotamia settentrionale, chiamata
dagli Egiziani con il suo nome semitico di Naharina (ebraico Nahãrayim).
Gli Assiri a quest'epoca sono vassalli dei Mitanni e gli Hittiti attendono
la loro ora per espandersi verso oriente a spese dei Mitanni. Le due potenze
confinanti sono il Mitanni e l'Egitto. É il periodo delle campagne
asiatiche di Tutmosi III (1504-1450), seguito dal cosiddetto periodo di
El-Amarna (Amenophis III e Amenophis IV, 1405-1352).
Ma, a questo punto della storia, siamo certamente già fuori
dell'epoca dei patriarchi ebrei.
I nomadi sono attestati negli archivi di Mari, nel
sec. XVIII, col nome più frequente di Sutu, dei quali due tribù
importanti erano i Banu-Simal (Figli del Settentrione) e i Banu-Jamina
(Figli del Meridione). Si tratta di allevatori di piccolo bestiame, che,
spostandosi lungo il medio Eufrate, si danno talora alla razzia e creano
noie ai re di Mari, da cui in linea di principio dovrebbero dipendere. La
loro presenza é segnalata a quest'epoca anche nell'alta Mesopotamia,
nella regione di Harran e, quattro secoli dopo, all'epoca di El-Amarna,
nella Siria meridionale al servizio degli Egiziani.
Comunemente si pensa che questi Sutu siano gli antenati o gli equivalenti
degli Ahlamu, spesso menzionati nel sec. XIV nelle iscrizioni assire,
e che gli Ahlamu a loro volta formassero un gruppo etnico nel quale poi
emersero e predominarono gli Aramei. La prima menzione di costoro fuori
dalla Bibbia é del sec. XII, in una iscrizione di Tiglat-Pileser
V (verso il 1110), nella quale gli Aramei, chiamati Ahlamu-Aramei, appaiono
stanziati tra Palmira (Tadmor) e l'Eufrate. Ciò non vuol dire che
questo gruppo etnico abbia cominciato solo allora ad esistere ed a chiamarsi
col nome di Aram. In una questione avvolta ancora da tanta oscurità
ci sembra preferibile l'ipotesi che presume che i nomadi Ahlamu, di origine
araba, stabilitisi in Siria e Mesopotamia verso il sec. XII, abbiano assunto
il nome di Aram e il dialetto aramaico proprio delle popolazioni che li
avevano preceduti su quel territorio. Che poi queste popolazioni si trovassero
là fin dal tempo dei patriarchi, come appare dalla Bibbia (Ge 25,
20; 28, 5; 31, 20.24), sarebbe confermato dalla lingua aramaica, la quale
é derivata da un dialetto semitico occidentale parlato nella Mesopotamia
settentrionale all'inizio del secondo millennio, dialetto di cui si trovano
tracce riconoscibili nei documenti di Mari.
Ci si domanda quale siano i rapporti di questi nomadi del secolo
XVIII con i patriarchi ebrei. Che vi sia somiglianza di vita (tranne
le razzie, attestate come fatto eccezionale nell'assalto di Sichem, (Ge
34) e di irradiazione geografica (spostamento lungo l'Eufrate e stanziamento
semi sedentario nella Mesopotamia settentrionale) é innegabile.
Che vi sia anche appartenenza etnica può apparire dal fatto che
non solo i parenti di Abramo, Bethuel e Labano, sono chiamati Aramei, ma
anche Giacobbe é designato come Arameo errante (Dt 26, 5). Tuttavia
questa designazione potrebbe essere più geografica che razziale,
in quanto i parenti di Abramo. e per lunghi anni anche Giacobbe,
si trovarono stanziati in territorio arameo, chiamato appunto dal libro
della Genesi Aram-Nahãrayim (Aram dei due fiumi o presso le due rive
del fiume Eufrate) (Gn 24, 10).
La Tavola delle Nazioni di Ge 10 distingue Arpaksad, l'antenato degli
Ebrei e di certe tribù dall'Arabia, da Aram (Ge 10, 22). Tuttavia
a nostro parere in questo contesto si fondano due dati. Un dato etnografico
(o piuttosto geografico) di popoli connessi con l'antenato comune Sem,
fra i quali appare Aram, cioè il popolo arameo, accanto all'Elam
e all'Assiria, e un dato genealogico, e cioè una catena di individui,
quale appare in Ge 11, 10-26, i quali sono gli antenati di Abramo. L'ultimo
raggiungibile dalla tradizione genealogica é Arpaksad, il quale viene
di conseguenza elencato come figlio di Sem. Ma i due nomi l'uno del popolo
(Aram) e l'altro di individuo (Arpaksad) non vanno messi sullo stesso piano
e pertanto non si escludono necessariamente, come due entità senza
possibili interferenze. L'origine di Abramo da Ur (Ge 11, 28-31) non risolve
la questione, perché ad Ur insieme con i Sumeri vi erano gli Accadi
e Habiru e, in più, nelle adiacenze di Ur, posta sul limite della
steppa, dovevano accamparsi gruppi di nomadi.
I senza-patria, chiamati Habiru nei testi cuneiformi.
'Apirim (o 'Apirüma?) nei testi di Ugarit e 'Apiri ('prw) nei testi
egiziani, sono documentati dal sec. XX a.C. al secolo XII un po’ dappertutto
nel vicino Oriente. Appaiono come soldati mercenari a Ur (sec. XX) e a
Larsa (sec. XVIII), mentre nell'Asia minore, nel secolo XIX , sono ricordati
come prigionieri di guerra. A Mari, al tempo di Hammurabi, gli Habiru
formano delle bande nemiche, stanziate a nord di Mari. Dai documenti dei
Nuzi, provenienti da Hurriti, ivi stanziati nel secolo XV, gli Habiru
risultano degli stranieri che si danno in servitù e determinate
condizioni. Nello stesso secolo vengono elencati tra i prigionieri di Amenophis
II. In Siria e Palestina appaiono nel periodo di El-Amarna (secc. XV i
XIV) come bande armate contrarie al potere costituito. Presso gli Hittiti
(sec. XIV e XIII) si trovano gli Habiru come soldati mercenari, e nello
stesso tempo il loro nome compare, come vedemmo, a Ugarit. Verso il 1300
sono menzionati in una spedizione di Seti I in Palestina e in Egitto; poi
si trovano addetti ai lavori pubblici sotto Ramses II, III, IV (secc. XIII
e XII). È significativo che non si trovi in nessuno di questi numerosi
documenti un accenno al paese degli 'Apiru-Habiru. Tutto fa pensare che
essi non costituissero un'unità etnica, benché il nome,
altrimenti inspiegabile, sia stato, forse, originariamente quello di una
tribù uscita dal deserto siro-arabico.
Ultimamente l'Albright ha considerato gli Habiru come carovanieri,
ritenendo che il termine equivalga a uomo dell'asino, cavalcatore, carovaniere.
Originariamente non sarebbero stati né briganti, né condottieri,
ma gente che nel XIX secolo avrebbe impiantato una vasta rete di carovane,
servendosi degli asini. Poi sarebbero diventati mercenari, briganti ed
altro, quando con il loro commercio non riuscirono più a procurarsi
i mezzi per vivere. Comunque la questione resta aperta.
Ritornando ora ai patriarchi ebrei, dei quali il capostipite Abramo
é designato appunto con l'appellativo di 'ibrî (ebreo Ge 14,
13), notiamo che essi hanno una certa analogia con questi Habiru-'Apiru,
e non soltanto nel nome. Con ogni probabilità i patriarchi ebrei
e i loro discendenti furono designati dagli stranieri come 'ibrîm,
cioè appartenenti alla categoria degli 'Apiru. È anche significativo
il fatto che gli Israeliti chiamino sé stessi Ebrei solo nei rapporti
con gli stranieri (Ge 39, 14.17; 40, 15; 41, 12; 43, 32; Es 1, 16.19; 2,
6; Dt 15, 12;Gr 34, 9; ecc.).
Generalmente si ritiene che gli 'Apiru non formassero un'unità
etnica, ma che questo denominatore comune comprendesse gente di varia provenienza.
I patriarchi proverrebbero da un gruppo di 'Apiru aramei o proto-aramei,
come abbiamo insinuato sopra.
Tuttavia si potrebbe suggerire un'altra spiegazione, basata sulla
coscienza degli Israeliti di provenire da un gruppo detto dei figli di
Eber (Ge 10, 21), che comprendeva tanto gli antenati di Abramo, discendenti
da Eber attraverso Peleg (Ge 11, 16-26), quanto un numero notevole di
gruppi etnici arabi, discendenti da Eber attraverso Joqtan (Ge 10, 25-30).
Ora presso gli Israeliti rimasero tenaci le tracce psicologiche del nomadismo
ancestrale, fra cui l'attace-camento alle genealogie e l'importanza data
alle affinità etniche. La conoscenza davvero sorprendente delle
divisioni etnografiche dell'Arabia si spiega bene con la coscienza di un'affinità
etnica. I gruppi originari di 'Apiru poterono assumere la lingua del paese
dove si adattavano a vivere, poterono aggregare a sé nuclei di popolazioni
diverse, ma alla base di questa denominazione doveva effettivamente trovarsi
una realtà etnica e non solo sociale.
Generalmente ci si limita a constatare una sostanziale
coincidenza dei grandi movimenti migratori con gli spostamenti della famiglia
d'Abramo da Ur a Harran, di qui in Palestina e in Egitto. Dopo la caduta
della III dinastia di Ur (1960) si comprende l'emigrazione di elementi avventizi,
fino allora trattenuti dalla potenza commerciale della città. Una
migrazione verso Harran é la più ovvia, date le antiche relazioni
tra Ur e Harran.
La partenza di Abramo da Harran può essere messa in relazione
con l’infiltrazione degli Hurriti dalla Mesopotamia settentrionale fin
nella Palestina. Così Abramo poté trovarsi in Palestina vero
il 1850 o alquanto dopo. L'ingresso in Egitto di Giacobbe con tutto il
suo Clan può facilmente essere simultaneo con l'insediamento degli
Hyksos in Egitto verso il 1700. Se a questa data si aggiungono i 430 anni
trascorsi dagli Ebrei in Egitto (Es 12, 40), si arriva alla metà
del sec. XIII, sotto Ramses II o il successore, cioè all'epoca
quasi certa dell'Esodo.
Generalmente si trova un punto di riferimento cronologico
identificando il re Amrafel di Sennar, menzionato al tempo di Abramo (Gn
14, 1. 9), col grande Hammurabi, ma questa identificazione male si accorda
con il quadro cronologico sopra esposto, secondo il quale Hammurabi si colloca
in un epoca assai più recente (1728-1686).
Ma noi crediamo di poter arrivare a sostenere al contemporaneità
di Abramo e di Hammurabi per un'altra via. Abramo scende in Egitto per
la carestia e trova il Faraone, per così dire, a portata di mano
(Ge 12, 10-20). Questo é comprensibile solo al tempo degli Hyksos,
che avevano la capitale nel Delta, dunque non prima del 1720. D'altra parte
la spedizione contro la Pentapoli appare guidata dal re dell'Elam (Ge 14,
5-9), dunque prima del 1698, anno in cui l'egemonia dell'Elam fu schiacciata
da Hammurabi. Così si potrebbe supporre Abramo in Palestina verso
il 1720.
Data dell'ingresso di Giacobbe in Egitto e dell'Esodo
Dall'ingresso di Abramo in Palestina
all'ingresso di Giacobbe in Egitto i dati biblici suppongono uno spazio
di 215 anni (Ge 12, 4; 21, 5; 25, 26; 47, 9). É bensì vero
che questi dati sembrano calcolati artificiosamente, tuttavia la distanza
tra i due avvenimenti non dovette essere minore di molto, se si tiene conto
che Abramo arrivò in Palestina in buona età, come suggerisce
l'avvenenza della moglie Sara (Ge 12, 11), e che effettivamente ebbe il
figlio Isacco in età assai avanzata (Ge 18, 11 s.; 21, 2. 5), come
risulta anche dal confronto con la discendenza di Nahor. Alla linea Nahor-Bethuel-Labano
(fratello di Rebecca)-Rachele corrisponde, infatti, la linea Abramo-Isacco
(marito di Rebecca)-Giacobbe (marito di Rachele). Isacco dunque é
nato una generazione più tardi del normale, dopo la generazione che
nella linea parallela di Nahor é rappresentata da Bethuel (cfr. Ge
22, 20-23; 24, 15; 29, 10). Si tratta insomma dello spazio di almeno cinque
generazioni da Abramo ai nipoti di Giacobbe, il che deve sorpassare i 150
anni. Se dunque Abramo entrò in Canaan verso il 1720 e il Clan di
Giacobbe entrò in Egitto dopo ca. 150 anni, cioè verso il 1570
a.C., ciò vuol dire che la fortuna di Giuseppe in Egitto va posta
alla fine dell'impero degli Hyksos, o addirittura nei primi decenni della
dinastia XVIII.
Tale ipotesi spiegherebbe ottimamente due fatti. Anzitutto l'assenza
di notizie e la brevità delle genealogie tra la morte di Giuseppe
e il tempo della nascita di Mosè (Ge 50, 26; Es. 1-8). Si pensi alla
genealogia di Mosè: Levi (fratello di Giuseppe)-Qahat-Amram-Mosè
(Es 6, 16-20). In secondo luogo é più facile comprendere
come la società egiziana, nella quale si muove Giuseppe, non risenta
per nulla di un dominio straniero (cfr. Ge 42, 9. 23; 43, 32); o si tratta
dell'epoca in cui i costumi egiziani avevano ormai fortemente trasformato
la classe dominante degli Hyksos, ovvero la vicenda di Giuseppe si deve
proprio porre dopo la cacciata degli Hyksos nel 1580 a.C..
Anche in questa ipotesi non fa meraviglia che Giuseppe sia stato elevato
a tanto onore, nonostante la sua origine semitica. Giunto infatti in Egitto
ancora giovinetto e solo, non poteva avere nulla a che fare con gli Hyksos.
Invece l'antipatia degli Egiziani verso i pastori, segnalata in occasione
dell'arrivo del clan israelita (Ge 46, 34), non si spiega se non dopo la
dominazione degli Hyksos. L'unica difficoltà é la residenza
del Faraone, che durante la XVIII dinastia era a Tebe (o a El-Amarna sotto
Amenophi IV, mentre la storia di Giuseppe si svolge nell'Egitto settentrionale.
Risolviamo la difficoltà supponendo che Giuseppe risiedesse a Eliopoli
(cfr. Ge 41, 50, la moglie di Giuseppe é figlia del sommo sacerdote
di Eliopoli), dove appunto durante la XVIII dinastia era la residenza di
uno dei due Visir; e che la corte del Faraone in certe epoche si trasferisse
nell'Egitto settentrionale per ragioni di sicurezza militare.
Naturalmente portando l'ingresso degli Israeliti a
quest'epoca (dopo il 1550) non si può più ritenere che tra
questo ingresso e l'esodo Dall'Egitto siano trascorsi 430 anni. Di conseguenza
si deve scartare la lezione del Testo Masoretico (e della Volgata) nel passo
di Es. 12, 40, per seguire la lezione dei Settanta, confermata dal testo
Samaritano e seguita da Paolo (Ga 3, 17) e da Flavio Giuseppe, secondo la
quale i 430 anni coprono tutto il periodo del soggiorno di Abramo, Isacco
e Giacobbe In Canaan e il periodo di dimora in Egitto. Contando dunque
430 anni dal 1700, epoca largamente approssimativa di Abramo, si arriva
al 1270, durante il regno di Ramses II (1301-1234 a. C.), che dai più
é ritenuto il Faraone persecutore (Es 1, 8-11) e da alcuni contemporaneo
dell'uscita degli Israeliti dall'Egitto.
A proposito di questi 430 anni si noti il carattere convenzionale
di questo numero che é il doppio esatto degli anni che intercorrono
tra l'ingresso di Abramo in Canaan e l'ingresso di Giacobbe in Egitto.
E questo stesso numero di 215 anni deve essere stato calcolato non in base
ad un criterio oggettivo, ma di approssimazione o di sistemazione logica.
Infatti Abramo a 75 anni entra in Canaan (Ge 12, 4); dopo 25 anni nasce Isacco
(Ge 21, 5); alla nascita di Giacobbe Isacco ha 65 anni (Ge 25, 26) e Giacobbe
ha 130 anni al suo ingresso in Egitto. La somma fa appunto 215 anni, che
con tutta probabilità, come si é visto, non vanno aggiunti
ai 430 anni di Es 12,40, ma ne costituiscono la prima parte. Per questo
non é possibile ricostruire con maggiore precisione il sincronismo
dei fatti dei patriarchi con gli avvenimenti noti dalla storia a loro contemporanea.
CARATTERE STORICO DELLE NARRAZIONI SUI PATRIARCHI
EBREI
Il valore storico
delle vicende patriarcali é connesso con l'insegnamento religioso
della Bibbia, in quanto le tradizioni sui patriarchi conservano il ricordo
dell'intervento di Dio nella storia della salvezza. Il Dio che ha salvato
gli Ebrei dall'oppressione egiziana ed ha fatto di loro un popolo – il
suo popolo – é costantemente chiamato il Dio dei padri, oppure
il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe (Cfr. Es 3, 6. 15). La cura che
Dio si prese di questo popolo appare sempre come la continuazione dei suoi
interventi a favore di Abramo e dei suoi discendenti immediati. Come il
popolo ebreo non appare un qualche cosa di nuovo al tempo dell'Esodo,
così Jahvéh, sia pure presentato con un nome nuovo (Es 6, 3),
risulta già noto al popolo. Tutto ciò si comprende solo se
si ammettono gli antefatti narrati nel libro della Genesi.
Dio dovette, dunque, provvedere a che il ricordo delle sue prese di
contatto con i patriarchi e della sua particolare provvidenza a loro riguardo
non andasse perduto. Perciò si é servito dell'unico mezzo
normale di trasmissione accessibile ad un popolo di illetterati: la tradizione
familiare prima, e poi popolare, curando che questa raggiungesse lo scopo.
A rigore, non sarebbe stato contrario alla sapienza divina, se Dio avesse
spinto la sua condiscendenza fino al punto di lasciare sviluppare naturalmente
le tradizioni secondo l'indole propria dei narratori popolari e le esigenze
dei loro ascoltatori, purché fosse così rispettata, anzi resa
possibile e gradevole, la trasmissione di ciò che era essenziale
al suo scopo. Probabilmente il concetto di inerranza biblica non esige di
più, essendo la veridicità misurata dal rapporto con la realtà
insito nel genere letterario, analogamente a quanto si ammette per i primi
undici capitoli del libro della Genesi.
Tuttavia il valore storico, non solo di quanto é essenziale
alla storia religiosa, ma anche del resto, deve essere ammesso in forza
di validi argomenti, sia esterni che interni, valutati i quali, sarà
opportuno accennare alla possibilità, anche sotto l'aspetto puramente
umano, di una trasmissione fedele e alle inevitabili differenze che passano
tra una storia così tramandata e una storia alla maniera moderna.
Non ci si deve aspettare di trovare nei documenti profani una conferma
dei fatti patriarcali, trattandosi della storia di una famiglia privata,
che non interferisce negli avvenimenti politici delle grandi nazioni; senza
contare che neppure i grandi avvenimenti di quell'epoca sono ben conosciuti
attraverso documenti. Ma, se non i fatti, per lo meno il tenore di vita
dei patriarchi può essere confrontato con quanto ci risulta dall'archeologia
e dall'etnografia; e la coincidenza é sorprendente.
I patriarchi risentono delle consuetudini e
della mentalità dei nomadi: vita sotto le tende, ricerca dei pozzi,
emigrazione periodica nei luoghi dei pascoli, preoccupazione di mantenere
la purezza di sangue (Ge 24, 3 s; 28, 1), fraternità con i clan
di origine comune (Ge 14, 15 s.), concetto di responsabilità collettiva
del clan (Ge 34, 25 s). Ma in più essi dimostrano di comportarsi
secondo le norme giuridiche dei popoli sedentari a noi note attraverso
i codici (Hammurabi) e i documenti analoghi dell'epoca, specialmente di
Nuzi, abitata da Hurriti. Ciò corrisponde alla situazione della
Siria e Palestina nei secc. XIX e XVIII, quando i gruppi di nomadi entravano
in contatto con le popolazioni sedentarie raggruppate nelle rare città,
vi facevano contratti (Ge 23) o razzie (Ge 34), e alla fine assumevano
i costumi dei più civili, fissandosi parzialmente in determinate
regioni.
Un'altra osservazione é quella dei luoghi percorsi dai patriarchi.
I loro spostamenti sono limitati alla regione montagnosa e alle steppe
del Negeb (Palestina meridionale), e le città menzionate sono Sichem,
Betel, Ai, Hebron, nei dintorni delle quali i patriarchi si accampano. Ora
l'archeologia ci assicura che a quell'epoca la pianura e la costa erano
disseminate di città cananee, e le terre erano sfruttate dai sedentari,
mentre per i nomadi rimaneva libera la montagna ed il Negeb. Le città
menzionate esistevano appunto a quel tempo, mentre delle più recenti
nessuna é ricordata nelle narrazioni patriarcali.
Ora se noi pensiamo che, con l'epoca del ferro (sec. XIII), tutto
questo aspetto muta radicalmente, che Israeliti, Moabiti, Edomiti diventano
sedentari, che le consuetudini giuridiche e familiari conservate nei codici
israelitici sono diverse dalle consuetudini dei patriarchi, dobbiamo riconoscere
la fedeltà e la tenacia delle tradizioni d'Israele sui propri antenati.
Tanto più che il popolo, anche quando trasmette la memoria di fatti
storici, ne deforma insensibilmente l'ambientazione, non riuscendo a concepire
in modo diverso dal proprio. Qui, invece, la rappresentazione é straordinariamente
fedele. Anche i nomi Abramo e Giacobbe furono portati da altre persone
che nella prima metà del secondo millennio abitavano quelle regioni,
e ritornano più di una volta in documenti dell'epoca, mentre presso
gli Israeliti non solo questi nomi, ma anche quelli dello stesso tipo non
si usano più in seguito.
La tradizioni popolari amano il meraviglioso, ed invece
la storia dei patriarchi é del tutto normale: le stesse teofanie
sono presentate in forme piuttosto astratte (Ge 17) o, almeno molto semplici
(Ge 18).
Le tradizioni leggendarie idealizzano i propri eroi, invece i patriarchi
non appaiono affatto sotto una luce ideale. Ci si aspetterebbe di vederli
celebrati per la loro santità e potenza, ma spesso non é
così: Abramo ha paura e ricorre ad una restrizione mentale, che gli
viene fieramente rimproverata (Ge 12, 18 s; 20, 9-13); Sara si mostra gelosa
e cattiva verso Agar, mentre il narratore si mostra solidale con Agar,
soccorsa due volte dall'angelo (Ge 16, 6-12; 21, 10-19); Giacobbe inganna
il vecchio padre, e per questo deve fuggire (Ge 27, 41-45) e viene a sua
volta ingannato (Ge 29, 20-25), mentre la predilezione per Rachele e per
Giuseppe sono per lui la causa di tanti guai domestici, che gli amareggiano
la vita. Ruben perde il diritto di primogenitura per un incesto (Ge 49,4),
Simone e Levi sono puniti per la loro crudeltà omicida (Ge 49, 6-7,
cfr 34, 25-30), eppure Levi sarà il capostipite della tribù
sacerdotale. Abramo che sposa una figlia di suo padre (Ge 20, 12), e Giacobbe,
che sposa due che sono sorelle (Ge 29, 23-28), non agiscono secondo le tradizioni
matrimoniali che più tardi saranno radicate in Israele e sanzionate
dalla pena di morte (Lv 18, 8-18; Dt 27, 22). Tutti questi tratti sono segno
di sincerità e di imparzialità.
La forza della memoria presso i popoli poco usi alla
scrittura e la continua ripetizione degli stessi racconti, durante le lunghe
soste dei seminomadi presso il gregge, spiegano la trasmissione fedele
anche per un periodo di qualche secolo.
Alcune circostanze, nel nostro caso, favorirono la conservazione di
queste memorie. Si tratta, infatti, di un patrimonio di famiglia, connesso
con la coscienza del proprio destino rivolto all'avvenire; le memorie sono
spesso legate ad un pozzo, ad una pietra, ad un albero, al nome di una
località o di una persona. Ritornando sugli stessi luoghi nel lungo
vagare dietro al gregge veniva spontaneo il ricordo ed il racconto dei fatti
relativi. Lo stesso uniforme tenore della vita patriarcale spiega il ripetersi
delle stesse circostanze e la vivacità delle loro narrazioni, come
di cose viste e sperimentate.
Naturalmente, il racconto, così conservato
da narratori popolari non segue i limiti della storiografia. Quest'ultima
vuole essere una ricostruzione esatta dei fatti passati, e quando ciò
non é possibile, deve limitarsi a notizie astratte. Invece la narrativa
popolare é come un quadro artistico, dove la realtà é
presentata secondo certi punti di vista particolari e certi canoni artistici,
e, comunque, deve sempre essere concreta, drammatica. Per questo nella
narrazione sui patriarchi vi é costantemente l'uso del discorso diretto,
con lunghe parlate, le quali non possono essere la registrazione meccanica
della realtà. bensì una sua ricostruzione necessariamente approssimativa.
Analogamente si giudichino altri particolari concreti, la cui rispondenza
con l'archeologia é tuttavia una bella garanzia di fedeltà,
almeno generica.
Specialmente le correlazioni cronologiche sfuggono alla narrativa
popolare. A questo riguardo notiamo che la serie collegata di annotazioni
cronologiche, di cui si trova arricchita la vita dei patriarchi, non é
di origine popolare ed é fatta con un criterio diverso da quello
che guida le narrazioni tradizionali. Si tratta di un criterio largamente
approssimativo o addirittura artificioso, che non può essere preso
alla lettera per ricostruire una cronologia precisa. Per questo le narrazioni
tradizionali devono essere interpretate prescindendo dai numeri, apparentemente
precisi, che vi si trovano inseriti.
Un esempio di questa indipendenza di dati si ha nella storia di Giacobbe.
Secondo il filo narrativo fondamentale, Giacobbe rimane presso Labano vent'anni;
quattordici per pagare il prezzo delle due mogli e sei per badare ai propri
interessi aumentando il gregge (Ge 31, 38. 41). Inoltre, si ha che Giacobbe
incominciò a pensare ai propri interessi dopo la nascita di Giuseppe,
il quale, di conseguenza, nacque sei anni prima che Giacobbe lasciasse
la Mesopotamia. Orbene, se noi combiniamo questi dati con quelli più
numerosi forniti dalla tradizione sacerdotale, arriviamo a risultati inconciliabili.
Infatti leggiamo che Giacobbe andò a Harran dopo il matrimonio
del gemello Esaù, contratto all'età di 40 anni (Ge 26, 34);
dunque Gia-cobbe, avendo poco più di 40 anni quando arrivò
in Harran, alla nascita di Giuseppe, dopo 14 anni, ne doveva avere poco
più di 54. Giuseppe fu portato in Egitto all'età di 17 anni
(Ge 37, 2), quando Giacobbe doveva avere 71 anni. Quando poi Giuseppe divenne
viceré d'Egitto aveva 30 anni (Ge 41, 46). Poi vennero 7 anni di
abbondanza (Ge 41, 47) e due di carestia (Ge 45, 6), dopo di che Giacobbe
entra in Egitto; quando dunque Giuseppe aveva 39 anni. Di con-seguenza l'età
di Giacobbe doveva essere di poco superiore ai 93 anni (54 + 39). E invece
a questo punto la tradizione sacerdotale afferma che ne aveva 130 (Gn 47,
9) e diciassette anni dopo, all'epoca della sua morte 147 (Ge 47, 28). La
differenza é di 37 anni! Se invece teniamo distinti i due fili e
diamo un significato largamente approssimativo o addirittura convenzionale
ai dati della tradizione sacerdotale, cade ogni difficoltà.
Ancora. Se tutto il tenore dell'episodio di Agar nel deserto col figlio
Ismaele morente fa pensare che il figlio sia ancora fanciullo (Ge 21,
13-30), noi non dovremo fare violenza a questo commovente racconto per
metterlo in armonia con i dati cronologici secondo i quali Ismaele doveva
avere almeno 16 anni (cfr. Ge 16, 16; 17, 25; 21, 5-8).
Tutto questo significa che non ci é possibile ricostruire con
sufficiente precisione la serie completa e ordinata degli avvenimenti patriarcali,
perché questo punto di vista, che interessa noi moderni, non interessava
coloro che trasmisero le notizie e le collegarono in un racconto continuato.