Appunti Liberamente tratti da uno studio di Buta Antonino da Messina sulla rivista "PROBLEMI D'OGGI" a cura di Italo Minestroni da Bologna

LA CRITICA TESTUALE
DEL NUOVO TESTAMENTO

INDICE
1) La funzione della critica testuale
2) Il parallellismo dell'evidenza documentaria nel lavoro del critico
3) La prima arma della critica testuale: il confronto
4) La seconda arma della critica testuale: l'ipotesi congetturale

1. La funzione della critica testuale

Volendo definire in parole semplici la funzione della critica testuale , possiamo dire che essa è quella disciplina attraverso la quale è possibile ricostruire in maniera sufficientemente fedele il testo letterario originario di un'opera, così come venne  composta e pubblicata dal suo autore.

La cultura odierna, pur essendo proiettata verso il futuro, affonda inevitabilmente le sue radici nel passato (1) essa ha quindi un grande debito di riconoscenza nei confronti della critica testuale , grazie alla quale sono state preservate la maggior parte delle più importanti opere letterarie dell'antichità.

Quando gli autori originali sono ancora viventi il problema non sussiste; esso sorge quando questi autori risalgono a diversi secoli fa, in epoche in cui non esistevano ancora, non solo la stampa, ma tutti quegli strumenti messi oggi a nostra disposizione dal progresso scientifico e in modo particolare dall'elettronica applicata alle comunicazioni (archivi elettronici e mediatici sempre più sofisticati).

Solo per gli autori di qualche secolo fa, salvo rare eccezioni, siamo in grado di possedere con certezza le loro opere così come vennero da loro scritte. In alcuni casi possediamo addirittura gli autografi, cioè gli scritti che questi autori hanno vergato direttamente con le loro mani, in altri casi possediamo soltanto delle edizioni pubblicate sotto il controllo diretto dello stesso autore.

Andando, però, sempre più indietro nel tempo, le condizioni sono del tutto differenti. Solo in qualche raro caso possediamo qualche copia, se non addirittura qualche frammento, dell'opera autografa di un autore. In tutti gli altri casi abbiamo solo copie manoscritte da altri a distanza di anni dalla data di composizione del l'opera o della morte del suo autore. E' proprio nei confronti di queste copie trascritte a mano che si applica la critica testuale .

Per comprendere la difficoltà di questa disciplina, dobbiamo sapere che nel passato la scrittura non era così diffusa come ai nostri giorni, ma era un'arte riservata soltanto a pochi specialisti che in genere operavano presso le corti dei re o al servizio di qualche ricco magnate a causa soprattutto del costo elevato del materiale. Si trattava in genere di tavole di argilla sulle quali venivano impresse le lettere o simboli della scrittura antica o di una speciale carta ricavata intrecciando fra loro delle strisce ricavate dalla pianta del papiro, che si trova soltanto in Africa nelle sponde del Nilo ed in Europa, a Siracusa nel fiume Anapo e nella fonte Aretusa dell'isola Ortigia. Tutto questo materiale era naturalmente troppo ingombrante (tavolette) oppure troppo deperibile (papiri). Vennero così in seguito adoperate le pelli di animali (pecore o capre), che opportunamente trattate ed unite fra loro formavano i rotoli di pergamena sui quali potevano essere scritte opere di una certa consistenza (2) .

Naturalmente il materiale, su cui erano trascritte le opere dei grandi  della filosofia della storia e delle scienze, col tempo andava soggetto all'usura ed alla definitiva scomparsa se non ci fosse stato l'interesse dei discepoli a perpetuare l'opera del loro maestro. Questi discepoli, quindi, a distanza di tempo, dopo aver imparato a memoria le parti salienti dell'insegnamento, si presero la cura, dopo la scomparsa dell'autore, di trascrivere delle copie dell'opera in modo da averla sempre presente e di poterla trasmettere ai posteri.

Sfortunatamente per la nostra conoscenza della letteratura antica, la fragilità delle mani, degli occhi, delle orecchie e della mente umana è tale che nessuna copia, salvo brevi passaggi, può essere ritenuta perfetta; e poiché diversi amanuensi fecero differenti errori, ne risulta che neppure due copie della stessa opera possono essere considerate uguali.

Questo, come abbiamo già detto, sarebbe irrilevante se l'autore originale fosse ancora vivente, ma essendo egli scomparso da tempo, lo studioso moderno che vuole esattamente conoscere ciò che l'autore ha veramente scritto, deve fare tutto un lavorio, scoprendolo da un esame di copie posteriori all'opera, delle quali l'unica cosa certa è che tutte sono differenti tra loro e che tutte non sono perfettamente corrette.

l'incredibile e multiforme complessità della critica testuale è quindi quella di scoprire e ricavare dalle diverse copie rinvenute il vero testo originale. Allorché tra le copie trovate e l'originale non è trascorso molto tempo, allora lo stesso senso comune porta facilmente a scoprire gli errori che potevano essere stati fatti nelle diverse trascrizioni dell'opera originale. Se invece questo intervallo di tempo tra l'originale ed i primi più antichi esemplari manoscritti trovati è molto più lungo, allora molto dipenderà dal numero di testimonianze disponibili, specialmente se queste testimonianze non appartengono tutte ad un'unica fonte o famiglia di manoscritti.

La linea della tradizione testuale per ogni opera letteraria può essere paragonata ad un albero genealogico il quale, iniziando da un unico punto, si va via via diramandosi e moltiplicandosi fino a giungere ai membri viventi della famiglia. Se le ramificazioni sono molteplici e tutte, in diversi luoghi ed in diversi tempi, sono concordi nel dire, ad esempio, che il loro avo aveva i capelli biondi e gli occhi azzurri, allora possiamo avere la quasi certezza che questa è la verità. Se invece le ramificazioni sono soltanto due o al massimo tre e provengono tutte da uno stesso luogo, allora la verità può essere stabilita soltanto per supposizione, per congettura, ma questo è un processo precario i cui risultati non possono essere riconosciuti come certi.

La stessa cosa avviene per la maggior parte delle più importanti opere letterarie. Trascorso molto tempo dall'originale, il problema testuale si presenta con notevole difficoltà e richiede parecchio discernimento da parte dei critici, ma se il materiale è abbondante, si può essere sicuri di giungere alla fine a dei buoni risultati. Diversamente, se le copie esistenti sono poche, non si può scartare la possibilità che l'esatto testo originale (la lezione esatta) sia andata smarrita nei vari passaggi e possa essere ricostruita soltanto attraverso dei procedimenti non sempre riconosciuti validi.

La critica testuale applicata al Nuovo Testamento è la disciplina più complicata di qualsiasi altro ramo dello scibile umano, ma al tempo stesso è anche la più importante perché riguarda tutta una serie di libri (27 per la verità) che per la loro natura non sono paragonabili a qualsiasi altra opera letteraria profana. Il materiale esistente è incomparabilmente più vario ed abbondante di qualsiasi altro libro che sia stato scritto in questo mondo. Sotto questo aspetto la differenza tra il Nuovo Testamento e qualsiasi altra opera letteraria può essere riconosciuta ricordando qualche esempio.

Le tragedie di Eschilo che ci sono pervenute, sono conservate soltanto in 50 manoscritti, nessuno dei quali è completo. Delle opere di Sofocle abbiamo soltanto un centinaio di manoscritti, dei quali solo sette sono di apprezzabile valore. Ugualmente può dirsi di una considerevole parte degli Annali di Tacito. Dei poemi di Catullo la controversa questione è abbastanza nota per poterci soffermare nei particolari in questa sede. Dei versi di questo poeta esistono soltanto tre manoscritti indipendenti, i quali, pare, derivino da un archetipo, che, a sua volta non fu scritto prima del 14° secolo.

Alcuni classici come Euripide, Cicerone, Ovidio e specialmente Virgilio, sono indubbiamente in una posizione migliore dei precedenti in quanto le copie esistenti delle loro opere (o porzioni di esse) si possono contare a centinaia.

Malgrado ciò, tutti questi manoscritti messi insieme non si avvicinano neppure al numero di testimonianze, cioè di manoscritti, che ci sono pervenuti per il Nuovo Testamento: di esso esistono infatti nel greco originale ben più di 4.000 manoscritti ai quali abbiamo aggiungere numerose traduzioni in altre lingue che nei classici sono piuttosto rare e non hanno alcun valore ai fini testuali.

In base ad un calcolo fatto esistono all'incirca 8.000 copie della traduzione Vulgata e forse un migliaio di versioni in siriaco, copto, armeno, ecc. Si può quindi affermare che possediamo almeno 12.000 manoscritti del Nuovo Testamento, dei quali neppure due sono esattamente uguali.

Sotto questo aspetto il contrasto tra il Nuovo Testamento e gli scritti classici può essere considerato sotto due diversi punti di vista:

a) Da una parte questa enorme massa di testimonianze dà garanzia che il vero testo non può essere stato interamente perduto; dall'altra parte il compito di selezione del vero testo da tutte queste svariate ed autorevoli testimonianze è di estrema delicatezza e complessità. Il solo esame del materiale utile è un lavoro immenso; distinguere tra manoscritto e manoscritto, tra versione e versione è uno dei problemi più ardui e difficili che sia mai stato affrontato dalla critica testuale .

b) Sotto un altro aspetto, oltre il numero, i manoscritti del Nuovo Testamento differiscono da quelli degli autori classici perché in nessun altro caso esiste intervallo di tempo così breve tra la composizione autografa del libro ed i primi manoscritti.
I libri del Nuovo Testamento furono scritti nella seconda metà del primo secolo ed i suoi più antichi manoscritti (eccetto piccoli frammenti) sono del IV secolo, cioè 250 o 300 anni più tardi della composizione autografa. Questo lasso di tempo può essere ritenuto un considerevole intervallo, ma è nulla se lo paragoniamo a quello intercorso tra gli scritti dei più grandi autori classici ed i primi manoscritti delle loro opere. Noi crediamo di avere un testo accurato di sette delle tragedie di Sofocle, eppure il manoscritto più sostanziale e sul quale si basa la critica testuale, fu scritto poco più di 1.400 anni dopo la morte del grande tragico.

Eschilo, Aristofane, Tucidide ed altri sono nelle stesse condizioni, mentre per Euripide l'intervallo aumenta a 1.600 anni. Per Platone si possono considerare 1.300 anni e per Demostene circa 1.200. I grandi autori latini sono in condizioni lievemente migliori. Orazio è rappresentato da alcuni manoscritti compilati circa 900 anni dopo la sua morte. Esiste una eccellente copia di Terenzio e un intervallo di quasi 700 anni dalla sua morte e parte dell'opera di Livio fu trascritta 500 anni dopo la sua scomparsa. Per Lucrezio abbiamo un intervallo di 1.000 anni, mentre per Catullo passano almeno 1.600 anni. Solo Virgilio è in posizione di vantaggio rispetto agli altri classici: il grande poeta morì 19 anni prima dell'era cristiana ed esiste delle sue opere solo un antico completo manoscritto la cui origine viene posta nel IV secolo; altri piccoli frammenti pare siano del V secolo. Eppure anche il testo di Virgilio non è nella favorevole posizione del Nuovo Testamento.

Il compito della critica testuale, dunque, in relazione al Nuovo Testamento, è la ricerca del testo genuino degli apostoli e degli evangelisti per ricavarlo nella grande massa di manoscritti divergenti nei quali le loro opere ci sono state tramandate.

L'attuale stesura del testo neotestamentario si potrebbe dire che non lascia adito a dubbi, anche se non può essere determinata con perfetta esattezza; il giudizio del Dr. Hort, il quale dedicò la sua vita a questo soggetto è comunemente accettato come determinante in una materia così complessa: « La proporzione di parole virtualmente accettata oltre ogni dubbio da tutti è vasta, non meno, in un computo, di un settimo od un ottavo del tutto. Il rimanente tuttavia, formato in gran parte di cambi di ordine ed altre insignificanti variazioni, costituisce l'intera area del criticismo. Riconoscendo in pieno il dovere di astenersi da una perentoria affermazione nel caso in cui l'evidenza lascia luogo a duplice giudizio tra due o tre lezioni di una parola, frase o periodo, noi troviamo che, mettendo da parte le differenze ortografiche, le parole ancora soggette a dubbio raggiungono circa un sesto di tutto il Nuovo Testamento.
In questa seconda ipotesi la proporzione delle variazioni insignificanti è oltre ogni misura più grande che nella prima ipotesi, così la somma di ciò che in un certo senso può essere chiamata variazione sostanziale, è solo una piccola frazione di tutte le variazioni e difficilmente può formare poco più di un millesimo dell'intero testo » (Introduction to the N.T. in the original greek, p. 2).

Si deve inoltre osservare che, benché qualche dubbio si affaccia per qualche episodio o sentenza di grande interesse e valore, pure nessuna dottrina del Cristianesimo si basa su un testo disputato. Lo studioso cristiano può avvicinarsi al soggetto senza timore e può seguire qualsiasi pura ed onesta indagine che gli fa comodo senza peraltro avere preoccupazioni di conseguenze dottrinali. Le sue ricerche dovrebbero però essere condotte in uno spirito riverente, ma egli può trarre profitto senza esitazione e diffidenza, di tutte le risorse che gli offre la scienza secolare (3) .

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LA METODOLOGIA DELLA CRITICA TESTUALE

2) Il parallelismo dell'evidenza documentaria nel lavoro del critico

I metodi della critica testuale possono ampiamente essere descritti in due generi: il parallelismo dell'evidenza documentaria e l'ipotesi o congettura. I due metodi sono reciprocamente complementari: là ove l'evidenza documentaria è pienamente chiara, la congettura sarà scarsa; viceversa, dove manca l'evidenza, la congettura deve prendere il suo posto cercando quanto meglio è possibile di sostituirla.

Nel caso del Nuovo Testamento l'evidenza è così piena da escludere quasi completamente la congettura.

Il compito della critica testuale è di neutralizzare gli errori dei copisti, i quali, in verità, sono molti: alcune volte classificabili, altre no; alle volte i critici devono correggere qualche "lapsus calami" (lett. sdrucciolamento di penna) un errore risultante da una sostituzione, trasposizione od omissione involontaria di poco conto. Se l'amanuense del Codex Sinaiticus scrisse « poicasai » invece di « poièsai », oppure « ek tou kalountas » invece di « ek tou kalountos », non c'è difficoltà in entrambi i casi di vedere e correggere l'errore. Qualche forma meno elementare di errore si ha quando lo scriba al posto delle parole che doveva scrivere, ne scrisse altre somiglianti. Così nell'Aiace di Sofocle (61) alcuni manoscritti danno « phònou », altri « pònou », ed il contesto è tale da far rimanere incerti sia con l'una che con l'altra parola. L'errore indubbiamente esiste ed è da attribuirsi alla somiglianza fonica delle due parole.

Un'altra comune forma di errore è data dal fatto che negli antichi manoscritti gli accenti ed i segni ortografici in genere sono molto rari e la separazione delle parole quasi sconosciuta. Ciò naturalmente ha dato luogo a qualche difficoltà, quando si volle mettere a posto ogni cosa. Così nel più antico manoscritto dell' «Aiace» (1056), alla fine della linea ci sono le lettere «ELOIDORI». Ora «EI» ed «I» nei manoscritti sono continuamente intercambiate e quindi «ELOIDOREI» fu spesso scritto «ELOIDORI». Il risultato è che nel margine del miglior manoscritto esistente di Sofocle viene data la lezione « eloidòrei » al posto del corretto «eloi dorì ».

Una forma di errore molto comune nei manoscritti è quello di omissione. Questo errore può essere stato fatto per un mero inesplicabile incidente ed allora la parola o le parole perdute possono essere rintracciate solamente o da un paragone con altri manoscritti o per semplice congettura. Più spesso, tuttavia, questo errore sorge dalla somiglianza di parole vicine, che portano l'occhio dello scriba a scorrere da una parola all'altra simile, causando l'omissione della parola di mezzo. Per esempio in Giovanni 17,15 il testo corretto è « ouk erotò ìna àres autoùs ek toù kòsmou all'ìna terèses autoùs ek toù poneroù » (4) . Però l'amanuense del Codex Vaticanus, facendo scorrere il suo occhio dal primo «ek tou » al secondo, copiò il messaggio, omettendo la parola di mezzo.

Similmente in Giovanni 3, 20-21 l'esatta lezione è « pàs gàr o phaùla pràsson miseì tò phòs kai ouk èrchetai pros tò phòs ìna mè elegchthè tà èrga autoù o de poiòn tèn alètheian èrchetai pròs tò phòs ìna phanerothè tà èrga autoù òti en theò estin eirgasmèna » (5) lo scriba dal Sinaiticus commise due errori dovuti alla stessa causa, prima omettendo «kai ouk èrchetai pros tò phòs » e poi « o de poiòn tèn alètheian èrchetai pròs tò phòs ìna phanerothè tà èrga autoù »; il primo dovuto alla doppia ripetizione di « tò phòs » ed il secondo per la doppia ripetizione di « tà èrga autoù ». Questa specie di alterazione inclusa fra un'espressione ripetuta due o tre volte, tecnicamente viene chiamata omeoteleutia (da òmoios = simile e teleutao = finisco) e si ha quando c'è somiglianza alla fine di una o più parole o di due o più periodi. L'omissione avviene perché l'occhio del copista viene ingannato dalla somiglianza di due o più parole e scorrendo il testo o salta parole e frasi intermedie (aplografia) o, a causa della prima sillaba, ritorna ripetendo parole o frasi intermedie (dittografia).

Spesso le omissioni sono più piccole dei casi già esemplificati e le difficoltà si risolvono con più facilità, come per esempio uno scriba scrive: «kathen » invece di «katathen » (kata ten), oppure « epempse » invece di « epèpempse »; però l'una e l'altra forma sono comuni e nella critica dei manoscritti è necessario aprire sempre bene gli occhi.

Esistono altri vari generi di errori e possiamo ricordarli brevemente. Uno tra i più frequenti, specialmente nella critica dei classici antichi, è l'introduzione nel testo di parole che originariamente erano delle note esplicative scritte a margine . Alle volte queste parole, scritte come parafrasi o glosse, hanno sostituito la frase originale ed ancor spesso originale e aggiunta sono rimaste fianco a fianco. Questa, tuttavia, è una forma di corruzione del testo che non capita tanto spesso negli scritti biblici e le poche volte che ciò è accaduto, i critici hanno risolto facilmente il problema.

Ci sono però le alterazioni apportate deliberatamente che in particolar modo si notano negli scritti dei tragici greci e, pare, si tratta di aggiunte fatte dagli attori o da studiosi alessandrini, generalmente nei testi attici, allo scopo di armonizzare alcune frasi con alcune leggi stilistiche oppure per eufonia (6) .

Per l'Antico Testamento, sappiamo che il testo della Settanta fu abbondantemente alterato da Origene Alessandrino per meglio armonizzarlo al testo ebraico allora corrente; nel caso del Nuovo Testamento, però, ci sono buone ragioni per supporre che molte delle divergenze che esistono, le abbiamo per deliberata volontà dei revisori, i quali, sempre con le migliori intenzioni, hanno cercato di assicurarsi il miglior testo possibile in armonia al materiale disponibile; ma è necessario riconoscere che spesso il risultato della loro opera non è stato felice.

Nel caso di libri religiosi, esiste anche il male di aver apportato deliberate alterazioni per ragioni dottrinali e noi sappiamo che molti gruppi religiosi hanno le proprie traduzioni o recensioni di alcuni libri della Bibbia; ma questo male è attenuato dall'enorme massa e varietà di evidenze manoscritte che esistono del Nuovo Testamento. E' da escludersi la possibilità che tutti le copie siano da ritenersi corrotte: una o l'altra si sarà salvata e quando al critico si presenta l'alternativa, solitamente c'è poca difficoltà nello scoprire l'alterazione a scopo dottrinale.

Una speciale forma di alterazione deliberata, alla quale lo studioso del Nuovo Testamento deve porre attenzione, capita nel caso dei Sinottici. Quando viene ricordato lo stesso evento da due o più scrittori, era naturale tentazione dello scriba amplificarne uno, inserendo alcuni dettagli scritti nell'altro o usare le frasi della versione più familiare nel descriverne una meno familiare. Questa è una forma di corruzione che si trova costantemente nei più antichi manoscritti dei Vangeli. La loro identificazione però, investe l'intero problema dell'origine della traduzione sinottica. Se un comune documento forma il substrato dei tre Vangeli sinottici, o, come spesso si afferma, il Vangelo di Marco e qualche altro antecedente scritto furono nelle mani di Matteo e Luca, si può discutere se le variazioni verbali che ora appaiono nelle tre narrazioni sinottiche siano dovute a modificazioni di un comune originale fatte dagli stessi evangelisti, oppure ad errori o aggiunte fatte dagli scribi primitivi.

Anche se la seconda ipotesi è la vera spiegazione, le stesse divergenze vengono portate ad una data molto antica e la rimozione di esse in manoscritti più recenti, nel maggior numero di casi, se non in tutti, può essere attribuita alla iniziativa degli scribi e non dovuta a precedente autorità. Questo genere di alterazioni deve essere costantemente tenuto in mente da coloro che si occupano di critica testuale dei Vangeli.

Finalmente ci sono errori dei quali nulla si può dire con esattezza se non che sono inesplicabili. Chiunque ha scritto molto deve riconoscere che spesso inconsciamente verga delle parole che nel contesto non hanno alcun significato; oppure, se si copia, si scrivono delle parole che sono del tutto dissimili da quelle che si stanno copiando. La mente in queste circostanze poteva essere distratta o comunque sviata dal lavoro in corso ed allora si scrivono parole che hanno relazione con qualche oscura associazione di idee. Errori come questi sono alle volte fatti dai copisti di manoscritti e poiché non hanno tracciabile connessione col vero testo, non possono dare un significato e quindi è quasi impossibile correggerli esattamente. Similmente può essere detto di errori fatti per imperfezione dei manoscritti dai quali venne tratta la copia. Una parola può essere sfigurata oppure obliterata ed il copista deve ometterla o trascriverla a caso cercando di indovinare. E poiché il copista spesso ha idee piuttosto annebbiate sul significato di ciò che sta copiando, le sue decifrazioni di parole oscure molto spesso sono del tutto contrarie, al significato del testo stesso.

Gli errori dovuti a mutilazioni, sorsero con molta facilità nel periodo in cui il papiro fu il solo materiale usato a scopi letterari. La superficie del papiro era molto più delicata della pergamena e perciò più esposta a danni i quali oscuravano o addirittura cancellavano una parola o una intera frase. Anche in questo caso l'esatto testo è spesso impossibile averlo, per cui si ricorre alla supposizione, la quale, anche se vera, è difficilmente provabile.

Tal genere di errori si ha soprattutto nei manoscritti degli autori classici, ma per il Nuovo Testamento è quasi da escludersi per il numero e la diversità delle testimonianze che rendono quasi certa la preservazione del testo originale.

Queste sono le forme più evidenti di errori contro cui il critico testuale deve combattere.

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3) La prima arma della critica testuale: il confronto

Queste sono le forme più chiare di errori con le quali il critico deve lottare e davanti ad uno di essi, egli ha, come abbiamo detto, la possibilità del confronto tra i vari documenti e la ipotesi congetturale.

Sono a sua disposizione un mumero di manoscritti e subito può (nel caso del Nuovo Testamento «deve») riconoscere che la verità si trova in essi.

In molti casi la scelta più che facile è ovvia. Errori di ortografia o di grammatica, quando confrontati con l'esatta lezione, subito vengono scorti.

Dove la convinzione non si può raggiungere con chiara evidenza, il critico, che ha in mente le comuni cause d'errori, può spesso vedere come è sorta la divergenza e quale delle versioni contrastanti sia l'originale.

In alcuni casi si vedrà che la omeoteleutia è stata causata da una omissione, in altri che l'intromissione di un commento marginale si è avuto aggiungendolo al testo; in altri che due o tre lettere sono state trascritte male dallo scriba al posto di altre somiglianti. Alcune volte il critico può anche sospettare un'alterazione fatta deliberatamente con lo scopo di mettere in evidenza più chiaramente una dottrina o per migliorare la forma letteraria di un passo, oppure ancora per conciliare due divergenti versioni, che lo scriba ha davanti a sè.

Con questi metodi si può fare un considerevole progresso. Infatti il critico nel correggere gli errori, accumulerà del materiale sufficiente per il secondo stadio del suo lavoro, che consisterà nel mettere a confronto l'autorità dei vari manoscritti. Egli comprenderà quali di essi sono più esatti, quali strettamente somiglianti, quali gruppi sono più vicini agli originali autografi. Mel fare questo egli avrà alcune chiavi di lettura che lo guideranno quando, tra divergenti lezioni, non è sempre evidente quale sia quella esatta. In tali casi è chiaramente più sicuro seguire di regola l'autorità che ha dimostrato di essere più fedele. La stretta relazione esistente fra i vari manoscritti può essere tracciata classificandoli in gruppi, chiarendone la storia e l'origine: il migliore fra tutti questi manoscritti rappresenterà il punto d'arrivo al testo esatto dell'autore in esame.

Il Bengel , filologo neotestamentario che per primo introdusse nella critica del testo del Nuovo Testamento il principio della classificazione dei codici, formulò un principio base della critica testuale con la frase: « difficilior lectio potior », preferisco la lezione più difficile alla più facile.

Gli errori commessi per omeoteleutia spesso producono un non senso, come nel caso prima citato tratto dal Codex Vaticanus. Infatti può essere generalmente detto che in caso di errori «accidentali» questo principio del Bengel non è fondato; ma in casi di errori fatti deliberatamente, il principio esposto è generalmente vero. Uno scriba talora sbaglia nel comprendere una passaggio e si orienta verso le parole che lo rendono più facile; una parola scritta male o indecifrabile è sostituita da un'altra più comune; una parafrasi (7) marginale estrude (8) (espelle) la frase che con essa si voleva spiegare; una espressione che non suona bene può essere omessa o cambiata con altra di suono migliore. In tutti questi casi la lezione più difficile verosimilmente è l'unica vera. Una lezione difficile non sarà deliberatamente inserita al posto di una più facile, al contrario invece, e non infrequentemente, la più facile sostituisce la più difficile. Senza dubbio, la difficoltà sta nel determinare se le discrepanze fra due o più manoscritti sono accidentali o no e dove questo può essere fatto con certezza il principio di Bengel deve essere applicato con grande cautela.

Di più larga applicazione, però meno qualificato, è un altro canone nel quale è incluso quello del Bengel: di due o più versioni dubbie, è probabilmente esatta quella che più facilmente fu origine delle altre . La « difficilior lectio » è da preferirsi proprio perché una lezione complessa è stata verosimilmente alterata in una più semplice e non viceversa. Così un copista scrivendo senza una chiara comprensione del testo che sta copiando, frequentemente sostituisce con una frase a lui familiare un'altra strana e per lui incomprensibile, anche se poi, infine riduce il passaggio a un non senso. Anche dove le frasi ambigue formano senso, una può facilmente sembrare di aver suggerito l'altra, mentre il processo inverso è impossibile o almeno improbabile.

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4) La seconda arma della critica testuale: l'ipotesi congetturale

Resta da chiedersi quale posto rimanga per la seconda arma della critica testuale, cioè la congettura.

Usualmente si dice che nella critica del Nuovo Testamento non c'è posto per essa. Là dove l'evidenza del manoscritto è limitata, come per molti manoscritti classici, succede alle volte che un passaggio è ovviamente e sicuramente corrotto in tutte le copie esistenti. In questo caso il difetto deve essere eliminato dalla congettura, seppure la potrà essere del tutto.

Dove però l'evidenza è così abbondante e varia come nel caso del Nuovo Testamento, il caso che il vero testo sia andato perduto completamente è veramente molto difficile. Se, però, la congettura deve essere completamente esclusa, dipende in larga misura dal punto di vista sul quale il critico basa il carattere dell'evidenza del manoscritto in esame.

Qualche scuola di critica testuale ritiene la maggior parte dei manoscritti esistenti come rappresentanti una relativamente ampia recensione del testo sacro e considera la evidenza di tali manoscritti di poco valore anche perché il numero autorevole che resta è piccolo e differisce considerevolmente nel contenuto. Da questo i critici di questa scuola sono pronti ad ammettere che le versioni originali sono andate perdute.

Uno dei tanti esempi addotti è Colossesi 2,18 dove alcuni sono inclini a leggere non AEPAKENEMBATEYON ( à eòraken embateùon ), ma AERAKENEMBATEYON (aèra kenembateùon ), essendo l'errore paleograficamente molto facile ed il miglioramento del significato attraverso la congettura abbastanza considerevole (9) Si è universalmente d'accordo, tuttavia, che la sfera della congettura nel caso del Nuovo Testamento è infinitesimale, anzi, si può aggiungere che per gli scopi pratici si deve ritenere come non esistente. Nessuna autorità potrebbe essere attribuita a parole basate solo su congettura ed un critico che volesse dedicare se stesso a una edizione della Scrittura su basi congetturali, avrebbe sprecato il suo tempo. Dove non sono incluse che questioni di stile, noi possiamo pure accettare una versione basata su congetture, sempre che non ci sia migliore evidenza; ma dove è in questione la Parola della Vita, allora si richiedono più sicure e solide fondamenta.

Mettendo, dunque, da parte la congettura, la funzione del critico testuale è, primo, raccogliere evidenze documentarie, e, secondo, valutare ed esaminarne il valore.

Non è azzardato e tanto meno esagerato, affermare che i libri del Nuovo Testamento ci sono pervenuti nella loro integrità e nella loro genuinità, così come i loro autori li scrissero . Che i sacri testi nei diversi manoscritti presentino molti cambiamenti, non deve costituire materia di sorpresa o di dubbio. Queste variazioni, abbiamo già detto, possono essere di origine volontaria e involontaria e queste ultime dovrebbero essere di necessità numerose.

Non va dimenticato che per 1600 anni questi libri vennero riprodotti da amanuensi i quali trascrivevano un libro alla volta da altre copie che erano state trascritte e anch'esse più volte  e che contenevano errori trascritti e accumulati da secoli. I copisti non sempre vedevano e riuscivano a leggere le parole e le lettere e poi ricopiarle correttamente. Se poi scrivevano sotto dettatura, potevano essere tratti in errore per aver udito male la pronunzia di una parola o di una frase.

Ascoltando un'espressione letta, la memoria dello scriba poteva mancare di tenerla fermamente e chiaramente fino a quando non la fissava sulla pergamena. Oppure, alle volte, lo stesso scriba credeva do poter trascrivere a memoria in maniera esatta una frase che aveva più volte udito ed invece la sua memoria ricordava male. Sappiamo bene che in tal genere di lavoro non è proprio della natura umana essere perfettamente esatti.

Passando poi a considerare le variazioni intenzionali, queste potrebbero essere divise in due generi: oneste e disoneste. Le prime sarebbero cambiamenti ritenuti utili, quali ad esempio, la scelta di un sinonimo, il presunto miglioramento dell'ordine e dell'eufonia della espressione o l'introduzione di una parola nuova al posto di un altro vocabolo più vecchio e meno compreso.

Le altre variazioni, quelle disoneste, sarebbero delle modificazioni tali da cambiare i fatti ricordati o le dottrine insegnate e ciò veniva fatto, come abbiamo già visto, per interesse di parti eretiche ed in lotta, come per esempio, avvenne per Montano.

I libri del Nuovo Testamento, pur essendo trascritti in un numero di manoscritti superiore a qualsiasi altra opera, hanno subito meno variazioni di ogni altro libro della loro stessa età. Essi, come i libri dell'Antico Testamento, erano classificati dalla chiesa primitiva come libri sacri ed erano tenuti e copiati con cura e riverenza. Nella legge talmudica erano poste le condizioni più esigenti per la procedura da seguire nel copiare le Scritture, e l'accuratezza con la quale questo lavoro veniva eseguito nei rotoli della sinagoga era tale, che tutte le prove disponibili indicano una tradizione di testi assai consistente e che risale al 1° secolo dopo Cristo. Questa scrupolosità non venne meno ai primi copisti cristiani i quali, provenendo dal giudaismo, avevano la stessa (o forse maggiore) riverenziale stima per gli scritti apostolici.

Inoltre, la loro larga distribuzione ed il fatto che erano costantemente citati come fonte decisiva di dottrina nelle controversie, rese in ogni tempo difficile la corruzione. Il tempo in cui si sarebbe potuto o voluto corrompere disonestamente il testo del Nuovo Testamento fu molto breve: prima del secondo secolo ci fu qualche piccolo tentativo, ma subito dopo le copie erano troppo numerose e fu quasi impossibile corromperle: difficoltà questa, che aumentò man mano dal terzo secolo in poi.

Questi manoscritti sono stati studiati con potenti microscopi e sono stati attentamente esaminati e comparati come non è mai stato fatto con altri documenti dell'epoca. Tutte le differenze, sia con le più antiche copie prese a modello, sia tra le varie versioni, sono state numerate e notate e per la maggior parte non alterano neanche minimamente ogni singola proposizione.

Ma c'è di più: l'esame filologico e lessicografico del vocabolario del Nuovo Testamento solleva un grande problema storico poiché attira l'attenzione degli studiosi su un fatto particolare che avvenne in Palestina a una determinata epoca, cioè la realtà storica di Gesù Cristo e della Sua opera. Ora, se si ammette che è impossibile comprendere il Nuovo Testamento senza aver determinato la portata del significato di questo evento storico, almeno nelle sue grandi linee, e ancora, se il fatto in questione deve essere ricostruito su quanto ci dà il Nuovo Testamento, a parte le altre fonti di informazione, è ben evidente che tale tentativo resta soggetto ad una certa cautela, specialmente se lo storico non ha molta fiducia nel testo del Nuovo Testamento e non è convinto che questo testo sia privo di maggiori alterazioni che potevano essere apportate attraverso i secoli in cui venne trascritto da copisti. Su queste basi di dubbio, uno storico serio non intraprenderebbe mai un lavoro storico basandolo su testi piuttosto sospetti.

Il lavoro della critica testuale di questi due ultimi secoli ha precisamente dato allo storico quella fiducia di cui egli necessita mettendogli a disposizione un sicuro testo del Nuovo Testamento.

E' un risultato abbastanza notevole che si è riusciti ad ottenere grazie al difficile lavoro di confronto dei manoscritti e all'opera di critici seri.

La critica testuale è da considerarsi oltre che una vera scienza, anche una vera arte in quanto lo studioso, con particolare erudizione, ma anche con infinita pazienza deve ristabilire correttamente il testo primitivo ritenuto alterato.

La maggior parte degli increduli ha ormai abbandonato la critica negativa ai testi del Nuovo Testamento perché questa strada offre loro ben poche speranze di poter opporre delle valide obiezioni alla fede cristiana.

In tutto questo immenso lavoro, fatto nel corso dei secoli sui testi sacri, ancora una volta possiamo vedere la provvidente mano di Dio, che ha dato all'uomo gli strumenti necessari per preservare intatta e genuina la pura fonte dell'acqua della vita, alla quale «chi ha sete, venga; e chi vuole, prenda in dono dell'acqua della vita » (Ap. 22,17; cfr. anche Gv 4,14; 7, 38; Ap 21, 6).

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NOTE A MARGINE

1. Cfr.  F. Malfitano  " Studio sui generi letterari applicati ai Sinottici ", Capitolo I°, parag. 3, pag. 3 "Importanza e definizione" a proposito dell'influenza della civiltà greca e romana sul pensiero occidentale. torna al testo

2. Per maggiori dettagli su questo argomento cfr. Il Romanzo della Bibbia di Fausto Salvoni e Franco Rossi. torna al testo

3. Possediamo oggi validi strumenti di indagine testuale. In ordine di tempo possiamo citare le seguenti opere:

NOVUM TESTAMENTUM graece et latine - Apparatu Critico Instructum Edidit AUGUSTINUS MERK S. J. - Editio nona - ROMAE  - Sumptibus Pontificii Instituti Biblici - 1964.

THE GREEK NEW TESTAMENT Edited by Kurt Aland, Matthew Black, Carlo M. Martini, Bruce M. Metzger, and Allen Wikgren in cooperation with the Institute for New Testament Textual Research, Münster/Westphalia - Third Edition - United Bible Societies - 1975

A TEXTUAL COMMENTARY ON THE GREEK NEW TESTAMENT. A Companion Volume to the United Bible Societies' Greek New Testament (third edition) by Bruce M. Metzger on behalf on and in cooperation with the The Editorial Committee of the United Bible Societies' Greek New Testament: Kurt Aland, Matthew Black, Carlo M. Martini, Bruce M. Metzger, and Allen Wikgren - United Bible Societies - London . New York - 1975

NUOVO TESTAMENTO Greco-Italiano a cura di Bruno Corsani, Carlo Buzzetti, prefazione di C.M. Martini e B. Aland - Società Biblica Britannica & Forestiera - Via Quattro Novembre, 107 - 00187 ROMA
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4. Traduzione in italiano: secondo la versione della CEI « Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno »; secondo la versione della Nuova Diodati (revisione 1991) « Io non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che tu li preservi dal maligno »; secondo la Buona Notizia (prof. Fausto Salvoni), Lanterna Editrice, Genova, 1973 « Non ti prego di toglierli dal mondo, ma di custodirli dal maligno ». torna al testo

5. Traduzione in Italiano: «Chiunque compie opere malvagie odia la luce e non viene alla luce, affinché non siano scoperte le sue opere. Colui, invece, che pratica la verità viene alla luce affinché le sue opere siano manifeste poiché sono compiute in Dio » (f.m.). torna al testo

6. Eufonia: L'impressione che otteniamo evitando l'incontro sgradevole di suoni all'interno di una parola o di una frase (Voc. Devoto-Oli, ristampa 1981, vol. 1, p. 977). torna al testo

7. Parafrasi: 1. Esposizione di un testo con parole proprie, spesso accompagnata da sviluppi o chiarimenti, per lo più come esercitazione scolastica; [Dal gr. paràphrasis, nome d'azione di paraphràzo =  dire con altre parole] (Ivi, Vol. 2, p. 392). torna al testo

8. Estrudere: termine arcaico = spingere fuori con violenza [Dal lat. extrudere = spingere fuori] (Ivi, Vol. 1, p. 065). torna al testo

9. Traduzione del versetto a cura del prof. Fausto Salvoni: « Nessuno vi defraudi, con pretesto di umiltà e di culto angelico, inducendovi a sprofondarvi nelle sue visioni, gonfiandosi vanamente per il suo intendimento carnale » [da "La Buona Notizia" editrice Lanterna, Genova 1975]. A proposito di questo passo "A Textual Commentary on the Greeek New Testament"  di Bruce M. Metzeger (o.c. alla nota 3), così commenta questo problema di critica testuale: « The reading  is strongly supported by P 46 and good representatives of the Alexandrian and Western types of text (...). Apparently the negative was added by copists who either misunderstood the sense of e¦mbateu¢wn or wished to enhance the polemical nuance that is carried on by the following ei¦k$½ fusiou¢menoj. The singular reading mh¢ is an accidental scribal error. The inherent difficulty of the verse as a whole has given rise to a number of conjectural emenfations ». torna al testo