LA CRITICA TESTUALE
DEL NUOVO TESTAMENTO

ESEMPI

A questo punto bisogna incominciare a prendere confidenza con la critica testuale attraverso alcuni esempi. Allora ecco che ognuno di noi dovrebbe procurarsi un'edizione critica del Nuovo Testamento greco di Nestle, possibilmente aggiornata, ed esaminare alcuni casi esemplari ricorrenti nel Nuovo Testamento.

Riassumendo quanto abbiamo detto finora, ricordiamo le varie categorie di documenti:

Bizantino (Il Siriaco di Hort): si riscontra negli  Onciali più recenti come E, F, G, H, K, M, S, U, V, Y, W ; A  (nei Vangeli); a volte in C e W; in quasi tutti corsivi; nelle versioni più recenti; in alcuni Padri (Crisostomo ed altri dopo di lui). Si cerchi nell'apparato di Nestle una K (koiné), simbolo di questo tipo di testo.

Hesichiano (il Neutro di Hort): si riscontra in B, Aleph, L, R, T, Z, C (nei Vangeli); D (in Marco); P, Q, F; (in Marco); spesso in P46; 33; nelle versioni Bohairica e Sahidica; a volta nella Volgata Latina; in Origene, specialmente nelle sue prime opere.

Cesareo. Fino ad ora lo si riscontra solo nel Vangelo di Marco. Le principali testimonianze sono P45, W, Q; i manoscritti formano il gruppo 1 e 13; Origine nelle sue opere più recenti.

Occidentale: D; la parte  africana dell'Antica Latina (k, e, e Cipriano); in grado minore la Latina Europea, con a e b, come principali rappresentanti.

Siriaco: Le versioni Antica Siriaca, Armena e Georgiana.

Secondo il Kenion tutto il resto è fuori di ogni categoria

Primo esempio: Luca 2, 14

« do¢ca e¦n u¥yi¢stoij qe%=
kai£ e¦pi£ gh=j ei¦rh¢nh
e¦n a¦nqrw¢poij eu¦doki¢aj»

Traduzione in italiano del passo: « Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama o gradisce»

In questo passo il nominativo eudokia (benevolenza, beneplacito o buona volontà) si trova nel Bizantino (K Koiné); nel Cesareo (Q); ed è attestato dalla versione siriaca Bohairica; da Origene (in parte delle sue citazioni), e da Eusebio. L'altra lezione, il genitivo eudokias , che appare nel testo del Nestle, lo si trova nell' Hesichiano (B e Aleph; gli asterischi indicano la lezione vera e propria dei manoscritti, distinta da quella aggiunta in seguito da altri. A questi si associano A e W. Questa lezione si trova anche nel tipo Occidentale, rappresentato da T, dalle versioni latine e da molti Padri latini.

Dunque l' Hesichiano e l'Occidentale sono decisamente a favore della lezione eudokias . La probabilità trascrizionale è anche a favore di questa lezione, infatti, se eudokias stesse nel testo originale, poteva più facilmente verificarsi la trasformazione da genitivo in nominativo, forma più semplice e stilisticamente migliore in quanto rispettava il parallelismo con  eirene (pace).  D'accordo anche la probabilità intrinseca se il senso del passo è « fra gli uomini che Egli (Dio) ama o gradisce». Il versetto ora può essere spiegato bene in quanto attraverso la nascita di Gesù si può realizzare la pace da parte di persone che sono l'oggetto del beneplacito di Dio.

 

Secondo esempio: Giovanni 1, 18

« Qeo£n ou¦dei£j e¥w¢raken pw¢pote monogenh£j qeo£j o¥ wÃn ei¦j to£n ko¢lpon tou= patro£j e¦kei=noj e¦chgh¢sato »

Traduzione in italiano del passo: « Dio nessuno l'ha mai visto: proprio l'unigenito Dio, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato»

Le parole in questione sono qui monoghenes Theos (Unigenito Dio). L'apparato critico rivela allo studente che egli deve scegliere tra quattro alternative.

1) A favore della lezione o monoghenes uìos (l'unigenito figlio), con un simbolo che indica che molti pensano che vi siano buone ragioni per ritenere che questa sia quella originale, in contrasto con la lezione adottata nel testo, sono: K (Koiné); Q ; le versioni latine e la Siriaca Curetoniana. Ciò significa che la lezione è attestata dal Bizantino . Altri elementi non sono chiaramente definibili. D non può essere citato  perché è qui difettoso.

2) La seconda lezione è o monoghenes Theos, attestata da P45 , da un correttore di Aleph; 33; Clemente.

3) La terza lezione monoghenes Theou (l'unigenito di Dio) è una congettura di Burney.

4) Infine la quarta lezione monoghenes Theos (unigenitoDio), che è quella adottata nel testo, ha le seguenti testimonianze: P66 ; l'Hesichiano rappresentato specialmente da B, Aleph; la Siriaca Palestinese; Ireneo, Origene. Raramente capita, come in questo caso, che Ireneo abbandoni il campo dell'Occidentale.

In questo caso bisogna scegliere tra la prima e la quarta alternativa. Secondo la probabilità trascrizionale, la quarta è la più difficile. É quindi più probabile che sia l'originale, in quanto può esserci stata la tentazione di sostituirla con una più facile o monoghenes uios . Dal punto di vista della probabilità intrinseca non si può dire nulla, in quanto entrambe le lezioni si accordano con la presentazione che fa Giovanni della persona del Cristo (vedi 1,1; 3, 16).

Terzo esempio: Giovanni 7,53 - 8,11

A favore dell'inclusione di questa sezione nel testo del Vangelo di Giovanni troviamo la testimonianza del gruppo Koiné; D e di buona parte di altri che portano asterischi e obelischi che indicano dei dubbi circa il passo; alcuni manoscritti dell'Antica Latina; la Volgata Latina; la Siriaca Palestinese. Vi sono anche testimonianze secondo le quali questa pericope potrebbe occupare altre posizioni nel Vangelo di Giovanni.

A favore invece dell'omissione di questa sezione troviamo il P66; P 75; l'Hesichiano rappresentato in questo caso da B e Aleph; gli onciali N e W; Q ; altri non elencati qui; alcuni codici dell'Antica Latina; la Siriaca; alcuni Padri sia in Oriente che in Occidente.

A favore del passo quindi vi è il Bizantino, a sostegno del quale troviamo alcuni rappresentanti dell' Occidentale, sebbene l'Antica Latina sia divisa. Westcott osserva che questa sezione è omessa dai più antichi documenti a qualsiasi tipo o gruppo appartengano (manoscritti, versioni, Padri).

A favore dell'omissione del passo vi è quindi il tipo Hesichiano, assieme allo importante Papiro Bodmer II e di molti rappresentati dell'Occidentale.

Secondo la probabilità trascrizionale, il fatto che il passo in questione vari di posto nei manoscritti induce a dubitare che questo sia il suo posto giusto nel Vangelo di Giovanni, fatto che a sua volta getta dubbi sulla sua originalità. La probabilità intrinseca porta allo stesso risultato. Westcott nota un certo numero di tratti distintivi da cui deduce che Giovanni non poté essere l'autore di questa sezione. Quanto alla possibile origine del passo, Eusebio afferma che Papia «ha narrato un'altra storia circa una donna che fu accusata dinanzi al Signore di molti peccati, storia che è contenuta nel Vangelo secondo gli Ebrei» .

A Tal proposito ci sembra a questo punto utile riportare anche il parere del prof. Fausto Salvoni su questa pericope controversa:

L’adultera (7, 53 - 8, 11)

Si tratta della nota pericope dell’adultera che, trascinata davanti a Gesù, fu lasciata libera perché il maestro osservò con semplicità: « Chi è senza colpa scagli la prima pietra». I principali manoscritti non hanno questo brano; esso manca infatti nel Papiro Bodmer II (P66), nel Papiro Bodmer XV (P 75), entrambi del 200 ca; manca pure nei manoscritti più antichi Sinaitico (S), Vaticano (B), ecc. Altri lo presentano con asterischi e obelischi per significarne la dubbia provenienza (S di Roma del 949, ecc.), Manca pure in alcune versione come la Siriaca (Peshitta), la Copto-saidica, l’Armena, il Diatessaron, ecc. (vedi apparato critico Aland, ecc.). Tuttavia tale pericope era un testo antico perché già alla fine del III secolo fu ricordata da Ambrogio, Girolamo e Agostino. Secondo quest’ultimo il racconto si leggeva in molti manoscritti greci (PL 33, 553). Non è invece valida la testimonianza di Papia (ca 139), perché egli dice di aver letto tale brano nel vangelo degli Ebrei .

Oggi per l’esame linguistico si pensa da non pochi che il brano sia di Luca con il quale esso ha in comune molti particolari filologici . Questa ipotesi è confermata dalla tradizione manoscritta "famiglia 13" perché rappresentata da 13 codici chiamati "gruppo di Ferrar", che pur provenendo dall’Italia meridionale rappresentano l’antico testo usato in Siria, anteriore alla stessa recensione di Origene. Questi codici hanno la pericope dopo Lc 21,38.

Si può quindi concludere che il brano non è certamente di Giovanni, ma proviene forse da Luca che amava rappresentare la misericordia di Gesù verso le donne peccatrici.

Di recente, da parte cattolica, si sono sottolineate delle affinità tra il vangelo di Luca e quello di Giovanni: ad esempio Satana è presentato come il principale responsabile della passione di Gesù (Lc 22,3 e Gv 13,2.27); l’ora della passione è raffigurata come il trionfo delle tenebre (Lc 22,53 e Gv 1,5; 3,19); la seduta del Sinedrio ebbe luogo la mattina; il c. 21 e la pericope dell’adultera recano i caratteri dello stile lucano, il P. Boismard ha avanzato l’ipotesi che Luca abbia preso parte attiva nella redazione del quarto vangelo  e che egli abbia rimaneggiato alcuni racconti del quarto vangelo; così si spiegherebbe il greco buono di Giovanni contro quello pessimo dell’Apocalisse. Si può quindi concludere che la pericope dell’adultera è probabilmente ispirata in quanto di origine lucana, anche se non proviene da Giovanni.

Quarto esempio: la finale del Vangelo di Marco

Qui vi sono tre possibilità:

1) l'improvviso finale che chiude il Vangelo a 16.8 con le parole e¦fobou=nto ga¢r ( efobounto gar = perché avevano paura );

2) il finale breve, posto da Nestle alla fine del testo evangelico;

3) il finale più lungo consistente nei versetti 9-20

Conviene discutere prima la seconda possibilità. Questo finale normalmente si trova nei manoscritti tra gli altri due, ma a volte sta al posto del finale più lungo. Ciò prova che si tratta di una lezione di antica data, ma non si può provare che sia quella originale per varie ragioni:

Prima di tutto, come fa notare Hort, l'ultima frase, così vaga e generica, non trova riscontro nelle narrazioni evangeliche.

Secondo, è evidente che la lezione in questione  non potrebbe essere stata scritta da chi aveva presente la lezione più lunga.

Terzo, è chiaro che la ragione per cui ebbe origine il finale corto è l'improvvisa interruzione della narrazione a 16, 8. Qualche scriba o redattore successivo cercò in qualche modo di rifinire un'interruzione troppo brusca.

Questo finale corto è una testimonianza a favore della brusca interruzione a 16,8 e non del finale lungo. Per anticipare il nostro giudizio sul finale più lungo si potrebbe dire che la distribuzione geografica delle prove a favore del finale corto mostra che in zone della Chiesa molto distanti tra di loro, in tempi remoti, il finale più lungo era sconosciuto. Quella che era conosciuta era la finale improvvisa, alla meglio accomodata con la finale breve.

Per quanto riguarda la testimonianza per il finale più lungo troviamo che essa è notevole. C'è la testimonianza di K, più quella di W, Q , buona parte della Latina, parte della Siriaca, ecc. D'altra parte B e Aleph l'omettono, come anche k, la Siriaca Sinaitica, alcuni codici dell'Armena, Clemente, Origene ed Eusebio. Quest'ultimo dice che le copie migliori a lui note terminavano con le parole: « poiché avevano paura». La probabilità trascrizionale è dunque in favore dell'improvvisa conclusione della narrazione. Se il finale più lungo fosse originale, sarebbe difficile giustificare l'omissione di questi versetti nei nostri manoscritti principali. D'altra parte, ammesso che l'improvvisa conclusione della narrazione appartenga al testo originale, è facile vedere come si sia sentita la necessità di un aggiunta.

La probabilità intrinseca porta alla stessa conclusione perché il finale più lungo non si accorda con lo stile di Marco e non combacia bene con i precedenti versetti del capitolo. La parola «settimana» del versetto 9 non è la stessa del versetto 2. Ciò che si dice nel versetto 9 di Maria Maddalena, non è affatto naturale dopo la sua apparizione nella storia al versetto 1. Il lettore infatti cerca qualche dichiarazione che adempi ciò che è affermato di Pietro nel versetto 7, ma trova solo delle affermazioni generiche. Infine, anche se il versetto 18 può accordarsi con il ruolo che il miracoloso gioca nel Vangelo, è forse più esatto vedervi un filone taumaturgico esasperato che spesso si riscontra solo negli apocrifi.

Non sappiamo se la mano di Marco sia stata fermata dalla morte o se il finale originale sia andato perduto o, se invece, il finale improvviso sia stato appositamente voluto da Marco in accordo con lo stile dell'intera narrazione. Comunque le prime due alternative sembrano le più probabili.

Anche in questo caso si sembra utile inserire  a questo punto il pensiero del prof. Fausto Salvoni tratto, come quello precedente, dalla sua dispensa "Gesù Cristo - La Vita pubblica " per i corsi della Libera Facoltà Teologica di Milano - Via Del Bollo 5:

La finale di Marco

Essa ha suscitato un non lieve problema di critica testuale, in quanto si presenta nei codici in quattro maniere diverse:

Finale mancante . In questa forma il vangelo termina al v. 16, 8 con le parole: « Esse (le donne) erano spaventate (efoboùnto gàr)». Così i due migliori manoscritti greci del 4° secolo B (Vaticano) e S (Sinaitico), la versione Siro-sinaitica (manoscritti scoperti al Sinai), alcuni manoscritti delle versioni Armena, Etiopica e Georgiana. L’assenza dei versetti successivi è ammessa pure da Clemente, Origene, Eusebio e Girolamo.

Lezione breve . Un codice parigino dell’ 8° secolo (L), un altro del Monte Athos (8° - 9° secolo), il Bobiense (latino del 5° secolo), ecc. hanno questa finale: «Esse raccontarono brevemente ai compagni di Pietro quanto era stato loro detto. In seguito lo stesso Gesù fece loro portare dall’oriente all’ occidente il messaggio sacro e incorruttibile di salvezza».

Finale lunga . E’ quella generalmente presentata nelle traduzioni del nostro vangelo; si trova nella Volgata latina, nell’antica latina, nei codici greci A (Alessandrino del 5° secolo), C (Efraimita del 5° secolo), D (Cambridge, Beza, Cantabrigense, 5° - 6° secolo). Questa finale narra brevemente le apparizioni di Gesù alla Maddalena e agli apostoli, ai quali impose l’obbligo di recare l’evangelo a tutte le creature e assicura la conferma prodigiosa da parte dello Spirito Santo (vv. 9-20). E’ quella usualmente riprodotta nelle edizioni del vangelo e si rinviene nella Volgata.

Finale lunghissima . E’ la medesima finale lunga precedente con un’ulteriore aggiunta dopo il v. 14 nella quale Gesù rimprovera l’incredulità degli apostoli. Si legge nel codice W (Washington), pure detto codice Freer (4° - 5° secolo): «E questi dissero a loro difesa: Questo secolo d’incredulità e d’iniquità è sotto il dominio di satana che non permette a coloro che stanno sotto il giogo degli spiriti impuri di conoscere la verità e la potenza di Dio. Rivela dunque da questo momento la tua giustizia! Ecco quanto essi dicevano al Cristo. E il Cristo rispose loro: Il termine degli anni della dominazione satanica è completo; tuttavia altre cose terribili sono vicine. Io fui dato in balia della morte per coloro che hanno peccato, affinché essi si convertano alla verità e più non pecchino, affinché ereditino la gloria della giustizia spirituale e incorruttibile del cielo. Ma andate . . . ».

Tra queste varianti:

L’aggiunta del codice Freer (5° secolo), essendo sola, può essere semplicemente trascurata.

Anche la finale breve di Marco, conservata con pochi manoscritti, non è certamente genuina e non può competere con la finale lunga. Perciò il problema fondamentale riguarda la genuinità della finale lunga.

A favore della sua autenticità milita la maggioranza dei manoscritti greci e delle versioni di provenienza cosmopolita. Il fatto poi che tale finale era già nota a Ireneo e introdotta nel Diatessaron di Taziano, ci fa capire che risale almeno al 2° secolo dopo Cristo.

Anche il tenore del testo, assai semplice, è ben diverso dal colorito fantastico degli scritti apocrifi.

D’altro canto contro la sua autenticità si ergono difficoltà non indifferenti. I due codici più antichi e più validi, vale a dire il codice Sinaitico (Alef S) e l’Alessandrino (B), con in più l’antica versione siriaca, non la riportano, per cui purtroppo essi da soli controbilanciano tutta la tradizione manoscritta degli altri codici e versioni. Anche Eusebio e Girolamo ci avvertono che « tutti i manoscritti più accurati » terminano con Mc 16, 8.

La stessa critica interna è contraria all’autenticità della finale perché manca continuità tra il v. 8 (le donne fuggono senza dire nulla) e il v. 9 (nuova apparizione alla Maddalena. Contro lo stile usuale di Marco, che ama la vivacità e i particolari, appare qui un brano schematico che presenta alcune apparizioni di Gesù, come se non vi fosse stato alcun altro preannunzio precedente (contro Mc 16, 1-8).

Presenta Maria come la donna dalla quale Gesù aveva cacciato sette demoni, quasi fosse una sconosciuta, mentre essa era già stata nominata al v. 1 dello stesso capitolo. Vi appaiono forme stilistiche nuove, mai usate da Marco, come il « Signore» (Kyrios, Mc 16, 19); anche la parola indicante «settimana» è diversa dal v. 2 ( tô miâ tôn sabbàton = lett. primo giorno dei Sabati ) e al v. 9 (pròtê sabbàtou = lett. primo del Sabato ).

Va pure osservato che il brano aggiunto è semplicemente un riassunto degli altri vangeli, specialmente di Luca, e, almeno al v. 18, appare un motivo taumaturgico simile a quello che si trova negli scritti apocrifi.

Tutte queste ragioni militano contro la provenienza del brano dall’ evangelista Marco e conseguentemente contro la sua genuinità e ispirazione. Tuttavia si tratta di «una reliquia autentica della prima generazione cristiana» (1) D’ altra parte, siccome è difficile pensare che il vangelo terminasse con il v. 8, sia per le due profezie di apparizione in Galilea (Mc 14, 28; 16, 7), senza indicarne il loro avverarsi, sia per l’improvvisa finale che sembra in attesa di un ulteriore completamento, sia perché sembra strano che un vangelo termini con la paura delle donne, molti studiosi pensano che lo scritto sia rimasto incompiuto (forse per la morte dello scrittore), oppure che la sua vera finale, parlante dell’apparizione di Gesù a Pietro (cf Gv 21; 1 Co 15,5), sia andata sfortunatamente perduta.


NOTE A MARGINE

1. Sweete, p. CXII. I cattolici sono invece generalmente favorevoli alla sua canonicità in quanto la Pontificia Commissione Biblica del 26 giugno 1912 (Denz. Sch. 2156) ha affermato che non vi sono sufficienti ragioni per negarne l’autenticità. Di più, siccome dal decreto del Concilio di Trento risulta che la Bibbia (si intende la Volgata) con tutte le sue parti è ispirata, essi deducono che vi debba essere inclusa anche la finale di Marco, aggiunta posteriormente al suo vangelo (Decreto 8 aprile 1546 EB 57-60). torna al testo