LA CRITICA TESTUALE
DEL NUOVO TESTAMENTO

LA CRITICA TESTUALE IN PRATICA

PRINCIPI E METODI PER L'ANALISI E
L'INTERPRETAZIONE DELLE TESTIMONIANZE
DOCUMENTARIE

Scrive Hort: « La forma più rudimentale di critica testuale consiste nell'esaminare ogni variante indipendentemente, adottando subito in ogni caso tra due o più varianti quella che sembra più probabile» (1)

1) Prove interne per le lezioni (o varianti testuali)

Due sono i procedimenti che si applicano, quello della probabilità intrinseca e quello della probabilità trascrizionale.

Probabilità intrinseca

Questo procedimento considera la questione dal punto di vista dell'autore, sia esso Matteo, Marco, Giovanni, Luca, Paolo od altri. Ciò significa chiedersi quali delle differenti varianti abbia più probabilità di essere stata scritta da quel determinato autore. Naturalmente per poter rispondere a questa domanda bisogna conoscere l'autore, il suo modo di pensare, di esprimersi, il vocabolario da lui usato. È anche necessario esaminare l'argomento che sta trattando nel suo contesto immediato e generale, in modo da stabilire quale sia la lezione più in armonia con esso.

Probabilità trascrizionale

Con questo procedimento ci si chiede quali delle differenti varianti può essere opera del copista (e non dell'autore). Ma per rispondere a questa domanda bisogna conoscere qualcosa sulle abitudini dei copisti che potevano commettere degli errori accidentali o intenzionali.

Errori accidentali

a) Non essendovi nei testi copiati alcun segno di separazione tra le parole, il copista può commettere un'erronea divisione della parola. Un esempio di ciò lo possiamo trovare in 1 Timoteo 3,16 dove alcuni manoscritti dividono in due la seconda parola del versetto: « kai£ o¥mologoume¢nwj ...» in questo modo: «o¥mologou=men w¥j ». Si trovano allora alcuni che, basandosi sul primo testo, traducono: « noi confessiamo che...» altri invece che, basandosi sui manoscritti che dividono la parola in due, traducono: « senza contraddizione...» oppure « senza dubbio...». La 27 a edizione del Nestle-Aland riporta nel testo greco la parola per intero mentre annota nell'apparato critico la suddivisione della stessa parola in alcuni manoscritti.

b) L'uso di abbreviazioni nei manoscritti può causare confusioni e lezioni erronee.

c) Scambio di una lettera per un'altra.

d) Omeoteleutia (da òmoios = simile e teleutao = finisco). L'omissione di parole è qualche volta possibile se si trovano parole con finali simili una accanto all'altra. Quando l'occhio ritorna al testo per copiare, può cadere sulla parola sbagliata. Intere righe sono state saltate per questa ragione.

e) Dittografia . Consiste nello scrivere una parola due volte, mentre nel testo copiato si trova una volta. sola

f) Aplografia . Consiste nello scrivere una sola volta una parola che nel testo ricorre due volte.

g) Errori auditivi . Quando un copista dettava ad uno altro, poteva capitare che fosse scritta una parola, invece di un'altra, con un suono simile a quella dettata. Notiamo ad esempio che il pronome  personale «voi» qualche volta è confuso con «noi». Un altro esempio di confusione è quello tra l'o breve e lungo.

h) Errori di memoria . Poteva capitare che il copista si distraesse mentre stava copiando e che quindi scrivesse qualcosa di completamente diverso dal testo.

i) Errori di giudizio . Inserimento nel testo di una nota marginale, come se fosse del testo normale

Errori intenzionali

a) Ortografia . Ogni scriba aveva tutta una sua ortografia particolare che si rifletteva naturalmente nel testo copiato.

b) Correzioni grammaticali . Fatte con l'intenzione di dare al testo una forma letterariamente più corretta. Ciò capitava in modo particolare sull' Alessandrino.

c) Cambiamenti per eliminare difficoltà storiche. Origene confessa di aver cambiato Betania in Bethahara in Giovanni 1,18, perché non aveva prove dell'esistenza di una Betania nella valle del Giordano.

d) Cambiamenti per armonizzare passi paralleli. Ciò è dovuto allo zelo del copista che intende così far combaciare il testo del Vangelo copiato con gli altri Vangeli sinottici.

e) Alterazione dottrinali . Sono le più gravi, ma sono anche le meno numerose per fortuna. Nonostante il parere di E. Colwell (2) e di C.S.C Willimas (Alterations to the text of the Synoptic Gospels and Acts - 1951) (3) la maggior parte delle alterazioni sono prive di significato teologico e riguardano per lo più errori di ortografia, sinonimi, confusione di parole, ecc.

Vi sono comunque tre principi che ci devono guidare per preferire una lezione piuttosto che un'altra:

a) la lezione più corta è da preferire a quella più lunga, perché i copisti in genere hanno la tendenza ad aggiungere piuttosto che sottrarre:

b) la lezione più difficile è da preferirsi a quella più facile, perché i copisti hanno la tendenza a semplificare ciò che appare loro complicato

c) Bisogna scegliere quella lezione che meglio spiega l'origine dell'altra o delle altre.

Questi tre principi naturalmente non sono infallibili, ma se applicati con discrezione possono portarci a dei buoni risultati nella ricostruzione del testo originale.

Va ancora aggiunto che il metodo della probabilità intrinseca e quello della probabilità trascrizionale sono complementari l'uno all'altro e dovrebbero insieme portarci a preferire la stessa lezione. Il primo procedimento però è il più difficile da applicarsi con oggettività, in quanto si ha la tendenza a preferire l'autore piuttosto che il copista. Comunque se la probabilità intriseca non può servirci a stabilire ciò che veramente scrisse l'autore, per lo meno ci servirà a stabilire ciò che non può aver scritto. Le prove interne devono tendere a comprovare le esterne, cioè ciò che effettivamente troviamo scritto nei manoscritti. Si applica quindi prima la probabilità trascrizionale e poi quella intrinseca in modo da non propendere per una lezione piuttosto che un'altra in base a preferenze personali.

2) prove interne per i documenti

Avendo considerato finora le singole lezioni, dobbiamo usare lo stesso metodo nei riguardi dei documenti. Quando un determinato manoscritto ha delle lezioni che lo rendono diverso dal Textus Receptus, dobbiamo prendere le singole lezioni ed applicare a ciascuna di esse la probabilità intrinseca e quella trascrizionale. Una volta che questi lezioni sono state vagliate e accettate come buone con questi due procedimenti, si può considerare buono anche il documento che le contiene. Se invece nel nuovo documento ci sono delle lezioni che non convincono lo studioso, allora uno studio più approfondito delle varianti di queste lezioni potrà convincerlo che almeno alcune di queste lezioni, che non ha giudicato corrette, sono invece da ritenersi buone. Una volta vagliato in questo modo il documento, lo studioso acquisterà una tale fiducia in questo documento che solo gravi e comprovati motivi potranno scalfire. È proprio in questo modo che manoscritti come Aleph e B si sono conquistati quella fama di superiorità rispetto ad altri.

3) Prove genealogiche

Secondo Hort « Nel cessare di trattare i documenti indipendentemente l'uno dall'altro e nel considerarli invece come facenti parte di un tutto in virtù delle loro relazioni storiche» (4) i manoscritti vengono raggruppati secondo famiglie in quanto uno è copiato dall'altro (vedi Bengel ). Più manoscritti quindi possono risalire ad un unico esemplare. Nello stabilire queste relazioni genealogiche vale il principio che « a lezioni identiche corrisponde un'origine identica». Nell'uso delle prove genealogiche il grande pericolo è rappresentato dalla fusione (da non confondersi con la conflazione che consiste nel mettere insieme più lezioni formandone una lunga). La fusione consiste invece nell'uso di più esemplari, in modo che la copia che ne deriva non riproduce solo un esemplare, ma più esemplari uniti insieme.

4) Prove interne a più gruppi

Basandosi sulle relazioni genealogiche è possibile considerare un gruppo di documenti come un'unità singola. In questo caso non si considerano più, ad esempio, Aleph e B come se fossero documenti indipendenti, ma come derivanti da un unico esemplare. Naturalmente non sempre è possibile trattarli così, perché, come abbiamo già detto, vi è in loro qui e lì qualcosa del tipo Occidentale. Perfino in un buon manoscritto si possono trovare degli errori e quindi le sue lezioni devono essere esaminati alla luce delle prove intrinseche e trascrizionali. Robertson fa notare, ad esempio, che Aleph, B, C, L., che costituiscono in genere un buon gruppo, sbagliano in Matteo 27, 49 (fine del versetto). Le prove intrinseche lo rigettano e quelle trascrizionali relative alle singole lezioni ne spiegano l'origine, mostrando che si tratta di una aggiunta derivante da Giovanni 19,34 (5) .

5) Prove dei tipi

Questo fu il coronamento dell'opera di Westcott e Hort. Ne abbiamo già parlato a proposito della storia primitiva del testo del Nuovo Testamento. La ricerca susseguente ha aggiunto il tipo Cesareo ed ha visto la necessità di dividere l'Occidentale, troppo complesso e poco omogeneo da poter essere considerato come un'unità singola.

6) Emendamenti congetturali

A causa della ricchezza di testimonianze documentarie per il Nuovo Testamento, non si può in pratica verificare il caso che il testo debba essere in qualche punto interamente ricostruito dall'ingegnosità del critico. Tuttavia ogni tanto si noterà nell'apparato critico una «cj», assieme al nome di un critico del testo, che indica come, secondo lui dovrebbe essere il testo in quel punto.

Westcott e Hort ammisero che vi possono essere alcuni errori primitivi nei nostri principali manoscritti. Perfino quando gli originali furono copiati per la prima volta, bisogna ammettere la possibilità di errori. Di regola la probabilità trascrizionale ed intrinseca li metteranno in luce. Si veda ad esempio Romani 8,2 dove i principali manoscritti hanno «te» dopo il verbo « affrancato». Dal punto di vista dell'autore e dello scriba la lezione logica dovrebbe essere « me »


NOTE A MARGINE

1. Hort, o.c., p. 19. torna al testo

2. Citato da E.F. Harrison, o.c., p. 91. torna al testo

3. Ivi. torna al testo

4. Hort, o.c., p. 182 , citato da E.F. Harrison, o.c., p. 93. torna al testo .

5. Citato da E.F. Harrison, o.c., p. 93. L'ignaro lettore delle moderne traduzioni del Nuovo Testamento non si accorge neppure di tale intrusione in quanto, essa non viene riportata nei testi greci (sui quali si basano tutte le traduzioni) se non come annotazione nell'apparato critico. Così ad esempio, tanto per citarne una fra tante, riportiamo quanto scrive Bruce M. Metzeger, o.c., p. 71 nel commento a Matteo 27, 49 «Although attested by ) B C L al words aÃlloj de\ labw\n lo/gxen eÃnucen au¦tou= th\n pleura/n, kai\ ech=lqen uÀdor kai\ aiÂma must be regarded as an early intrusion derived from a similar account in Jn 19.34. It might be thougt that the words were omitted because they represent the piercing as preceding Jesus' death, whereas John makes it follow; but that difference would have only been a reason for moving the passage to a later position (parhaps at the close of ver. 50 or 54 or 56, or else there would have been some tampering with the passage in John, which is not the case. It is probable that the Johannine passage was written by some reader in the margin of Matthew from memory (there are several minor differences, such as the sequence of "water and blood"), and a later copyst awkwardly introduced it into the text». torna al testo