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(16, 2) Il versamento della prima coppa: «E IL PRIMO ANGELO ANDO' E CERSO' LA SUA COPPA SULLA TERRA». Le piaghe delle prime quattro coppe formano un gruppo omogeneo distinti dalle tre ultime, che sono di natura alquanto diversa. Esse, come le prime quattro trombe (8, 7-12), colpiscono con effetti particolari diversi la terra, il mare, i fiumi e il sole, cioè la natura fisica in mezzo a cui vive l'uomo. Infatti tra i flagelli delle trombe e le piaghe delle coppe vi sono tre importanti diversità:
(16, 3) Il secondo angelo versò la seconda coppa: «POI IL SECONDO ANGELO VERSO' LA SECONDA COPPA NEL MARE», il quale pure viene talvolta usato come strumento di punizione definitiva (cfr. Esodo 7, 14-21; 15, 1; Salmo 48, 7; 78, 53). «ED ESSO DIVEBBE SANGUE DI MORTO», cioè sangue coagulato, che emette un odore disgustoso. «ED OGNI ESSERE VIVENTE CHE SI TROVAVA NEL MARE MORI'», privando così gli uomini di ogni risorsa tratta da esso. Anche al suono della seconda tromba (8, 8-9) si ebbe qualcosa di simile, come pure nella prima piaga d'Egitto (Esodo 7, 17-21), ma qui la piaga è più grave.
(16, 4) Il terzo angelo versa la terza coppa «POI IL TERZO ANGELO VERSO' LA SUA COPPA NEI FIUMI E NELLE FONTI DELLE ACQUE»: pure questa piaga ricorda la prima che colpì l'Egitto rendendo imbevibile l'acqua del Nilo (Esodo 7, 14-25) e quella avutasi dopo il suono della terza tromba, allorché la terza parte delle acque divenne amara (8, 10-11), ma questa della coppa d'ira è assai più grave di quelle, perché non ne è fissata la durata.
(16, 5) «E UDII L'ANGELO DELLE ACQUE CHE DICEVA»: in altri passi di Apocalisse abbiamo veduto angeli che trattengono i venti (7, 1), un angelo che ha il potere sul fuoco (14, 18), e in Daniele (cap. 10) angeli protettori dei popoli. Qui ci viene presentato l'angelo che presiede alle acque. Poco ci è rivelato circa gli uffici, le sfere d'azione e le occupazioni degli eserciti angelici. Questo angelo delle acque, sebbene particolarmente interessato a quanto avviene nelle acque, rappresentando qui la coscienza degli esseri superiori, approva l'operato di Dio e proclama la giustizia divina che così colpisce gli impenitenti. Per loro infatti questa punizione è una giusta retribuzione: «SEI GIUSTO, TI CHE SEI E CHE ERI, TU, IL SANTO, PER AVER COSI' GIUDICATO»;
(16, 6) essi, i cattivi «HANNO SPARSO IL SANGUE (cioè hanno perseguitato e ucciso) DEI SANTI (quindi, dei migliori tra gli uomini) E DEI PROFETI (che comunicavano al mondo la parola di Dio), E TU HAI DATO LORO A BERE DEL SANGUE»: la loro punizione è un po' quella della legge del taglione; sangue per sangue. Forse la frase "bere del sangue" deve essere intesa simbolicamente come figura delle violenze omicide e dei massacri, a cui la giustizia divina abbandona i persecutori sanguinari. «ESSI NE SONO DEGNI» di ricevere questa contropartita.
(16, 7) «E VIDI L'ALTARE CHE DICEVA; SI', O SIGNORE IDDIO ONNIPOTENTE, I TUOI GIUDIZI SONO VERACI E GIUSTI»: già abbiamo udito le anime dei martiri gridare a Dio da sotto l'altare che vendicasse il loro sangue (6, 9; 8, 3-5); ora che la preghiera è stata esaudita, anche l'altare (qui viene personificato) proclama la giustizia di Dio.
(16, 8) Il quarto angelo versa la quarta coppa. «POI IL QUARTO ANGELO
VERSO' LA SUA COPPA SUL SOLE; E AL SOLE FU DATO DI BRUCIARE GLI UOMINI
COL FUOCO»: al suono della quarta tromba il sole aveva perduto un
terzo della sua luce (8, 12), qui invece si ha un aumento del calore solare,
che con la sua intensità tormenta gli uomini (cfr. Deuteronomio
28, 22: "E l'Eterno... ti colpirà d'arsura").
Il passivo "fu dato" come sempre, quando non è espresso
il soggetto, intende da Dio.
(16, 9) «E GLI UOMINI FURONO ARSI DAL GRAN CALORE», ma questa come le altre tre precedenti piaghe non raggiungono un effetto morale diverso dai flagelli delle trombe (9, 20-21), in quanto non inducono al ravvedimento, che anzi si ha tra gli uomini un indurimento maggiore: «E BESTEMMIARONO IL NOME DI DIO CHE HA POTESTA' SU QUESTE PIAGHE (come essi sono costretti a riconoscere e che quindi potrebbe farle cessare, se vedesse in loro un po' di buona volontà di ravvedimento), E NON SI RAVVIDERO PER DARGLI GLORIA» col confessare i loro peccati e la giustizia di Dio.
Nei vers. 10-21 si ha il versamento delle ultime tre coppe sul trono della
bestia, sull'Eufrate e nell'aria.
(16, 10) Il quinto angelo versa la quinta coppa; «POI IL
QUINTO ANGELO VERSO' LA SUA COPPA SUL TRONO DELLA BESTIA», che è
salita dal mare (13, 2); questo "trono" pare accennare al centro del governo
o del potere politico anticristiano. «E IL REGNO D'ESSA DIVENNE TENEBROSO
E GLI UOMINI SI MORDEVANO LA LINGUA PER IL DOLORE»: quando cade
un potere politico anticristiano, sia esso l'Assiria o Babilonia o Roma,
tutto l'universo degli impenitenti sembra crollare (cfr. 17, 9 seg.), perché
i malvagi abbattuti ed avviliti perdono ogni coraggio e di disperano.
Il "mordersi la lingua" è un gesto di disperazione dovuto sia alle
tenebre morali piombate su loro, che si vedono abbandonati, e sia per le
precedenti piaghe.
(16, 11) «E BESTEMMIARONO L'IDDIO DEL CIELO A MOTIVO DEI LORO DOLORI E DELLE LORO ULCERE; E NON SI RAVVIDERO DELLE LORO OPERE: quando l'empietà ha raggiunto un alto grado, quello che poteva essere un mezzo di richiamo per tornare a Dio, contribuisce invece ad accrescere l'indurimento finale del cuore e le bestemmie (cfr. 9, 20-21).
(16, 12) Il sesto angelo versa la sesta coppa. «POI IL SESTO ANGELO
VERSO' LA SUA COPPA SUL GRAN FIUME EUFRATE», che rappresenta
l'Assiria, Babilonia e in genere tutto il mondo cattivo. «E L'ACQUA
NE FU ASCIUGATA AFFINCHE' FOSSE PREPARATA LA VIA DEI RE CHE VENGONO
DAL LEVANTE»: il fiume Eufrate divideva la Palestina, sede del
popolo ebraico, dalle nazioni d'Oriente; perciò il suo prosciugamento
vuole chiaramente indicare che la via resta più facilmente aperta
alle invasioni e azioni di guerra, e nel nostro caso che è aperta
perché tutti i poteri anticriatiani muovano guerra alla Chiesa.
Abbiamo qui un primo annuncio di quella battaglia finale tra le
forze del male e le potenze del bene, che si chiama battaglia di Har-Maghedom.
Su questa battaglia finale e decisiva sono state avanzate molte teorie,
che ci dispensiamo dal presentare. Noi, per una corretta spiegazione
di essa, diamo uno sguardo alla storia dell'Antico Testamento, in cui
questo simbolo si radica.
Il libro dei Giudici al cap. 4 parla della battaglia di Meghiddo
e Har-Maghedom.
Israele è oppressa dal re Jabin di Canaan, che comanda
un forte esercito, guidato dal luogotenente Sisara, Israele ha paura
e si rivolge alla profetesse Debora per sapere se riuscirà vittorioso.
Questa interpella il giudice Barak, e dà loro un responso di vittoria.
Si combatte a Meghiddo (etimologicamente significa: luogo di adunata),
piccola città Silea, e l'esercito di Jabin e Sisara è sbaragliato
(Giudici 4, 16; 5, 20).
Da quel momento Har-Maghedom (o monte di Meghiddo) diviene per
i giudei simbolo di ogni battaglia, durante la quale il Signore rivela
il Suo grande potere nell'interesse del suo popolo afflitto e umanamente
impotente, col dargli vittoria insperata.
Così quando l'esercito di Sennacherib, forte di 185.000
uomini, viene sconfitto dall'Angelo di Jahweh (2 Re 19, 35), si ha un
indizio della Har-Maghedom finale. Quando Dio garantisce al piccolo numero
di ebrei combattenti sotto i Maccabei una grande vittoria su un nemico
numericamente molto superiore, si ha un tipo di Har-Maghedom. E così
via.
Ma la vera grande e finale Har-Maghedom coincide col tempo della
piccola stagione di Satana (11, 7-11). Quando il mondo sotto il comandi
di Satana, quando il governo anticristiano e la religione e la filosofia
anticristiana (cioè, il dragone, la bestia e il falso profeta)
si riuniranno per la definitiva battaglia contro la Chiesa, e il bisogno
di questa dell'aiuto divino è grande, e quando i figli di Dio, oppressi
da ogni parte invocheranno aiuto, allora subitamente Cristo apparirà
a liberare il suo popolo.
(16, 13). Quindi Giovanni scrive: «E VIDI USCIRE DALLA BOCCA DEL DRAGONE (Satana) E DALLA BOCCA DELLA BESTIA (figura del potere anticristiano) E DALLA BOCCA DEL FALSO PROFETA (figura della religione e filosofia anticristiane) TRE SPIRITI IMMONDI SIMILI A RANE» per indicare il loro carattere disgustoso e impulsivo, e che simboleggiano le perverse idee di Satana, cioè i piani, i progetti, i metodi, le imprese di origine infernale, introdotti dal potere infernale nella sfera dei pensieri e delle azioni umane.
(16, 14) «PERCHE' SONO SPIRITI DI DEMONI CHE FANNO DEI SEGNI (cioè che operano dei miracoli per ingannare le genti: cfr. 2 Tessalonicesi 2, 9; Matteo 24, 24) E SI RECANO DAI RE DI TUTTO IL MONDO PER RADUNARLI PER LA BATTAGLIA DEL GRAN GIORNO DELL'IDDIO ONNIPOTENTE». Essi sono gli angeli di Satana (il dragone), e vengono da lui spinti ad usare ogni mezzo, anche i miracoli, per arruolare e coalizzare i re di tutta la terra per la battaglia o persecuzione decisiva contro il Regno di Dio e del Suo Cristo nella persona dei cristiani (Chiesa), onde sopprimere definitivamente ogni traccia di culto del vero Dio e ogni traccia di Chiesa. Lo scontro tra queste forze del male e le forze del bene è chiamato "la battaglia del gran giorno", perché tutte le forze del male sono incitate, mobilitate da Satana in una lotta suprema contro le forse del bene. Il giorno di questa battaglia viene qualificato come "il gran giorno dell'Iddio onnipotente" perché è il giorno decisivo, in cui Dio stesso interviene in modo potente con l'apparizione di Cristo per abbattere i suoi nemici.
(16, 15) I cristiani però non devono paventare quel giorno, vedendosi esposti a sì grandi pericoli e prove. Ecco perché l'apostolo intercala qui, a forma di parentesi, alcune parole di Cristo che giungono al suo orecchio mentre contempla la visione oppure che gli salgono al cuore come reminiscenza di avvertimenti già dati da Gesù. Questo egli fa perché la Chiesa si tenga pronta per la venuta di Cristo, di cui ignora il giorno e l'ora (Matteo 25, 11-13): «ECCO IO VENGO COME UN LADRO; BEATO COLUI CHE VEGLIA E SERBA LE SUE VESTI ONDE NON CAMMINI IGNUDO E NON SI VEGGANO LE SUE VERGOGNE»: proprio in quel momento di tribolazione e angoscia, di oppressione e persecuzione, Cristo apparirà all'improvviso, come un ladro nella notte, cioè inattesi (cfr. Matteo 24, 29 seg.; Giudici 5, 4; Abacuc 3, 13; 2 Tessalonicesi 2, 8 seg.), perciò il credente deve essere vigilante, deve conservare sempre immacolati i suoi vestimenti di giustizia (vestimenti che simboleggiano la fede in Cristo e le opere giuste che ne sono il frutto), affinché nulla appaia di vergognoso nella sua vita (cfr. 3, 18; 7, 14).
(16, 16) I tre spiriti «LI (cioè i re) RADUNARONO NEL LUOGO CHE SI CHIAMA IN EBRAICO HAR-MAGHEDOM»: abbiamo già dato spiegazione di questo nome e del suo significato all'inizio del commento di questi versetti (12-16). Il significato generalmente accettato di "Har-Maghedom" è "monte di Meghiddo", nome che etimologicamente può significare "luogo di adunata", ma che in questo passo, più che avere un valore geografico, suona annunzio di disfatta completa delle forze anticristiane, come se dicesse che esse avranno là la loro "Waterloo", come anticamente la ebbero le forze di Satana nella piana di Meghiddo.
(16, 17) Il settimo angelo versa la settima coppa. I versetti che seguono (17-21) descrivono al termine di questa sezione, come è avvenuto nelle precedenti ma in modo molto più vivido, il terrore del giudizio finale. «POI IL SETTIMO ANGELO VERSO' LA SUA COPPA NELL'ARIA», volendo significare che, quando la maledizione divina colpisce l'aria, la vita della terra perisce. Perciò Giovanni: ode che «UNA GRAN VOCE USCI' DAL TEMPIO, DICENDO, è la voce di Dio stesso, che dice: E' FATTO», cioè tutto ormai è deciso, il totale e completo dispiegamento dell'ira di Dio, così a lungo trattenuta, è imminente, il giorno del giudizio è arrivato. Il segnale è dato, l'esecuzione è certa perché si tratta di decreto divino. Perciò essa è considerata come già compiuta: "E' fatto!".
(16, 18) I fenomeni che subito vediamo connessi con questa settima coppa, ricordano quelli che accompagnarono l'apertura del sesto sigillo (6, 12-17) e il suo della settima tromba (11, 15.19). Essi sono l'emblema e il principio degli ultimi e più gravi giudizi sui nemici di Dio. Ecco perché Giovanni dice: «SI FECERO LAMPI, di luce, E VOCI, o brontolii, E TUONI o fragori di tuono; E CI FU UN GRAN TERREMOTO, TALE CHE DA QUANDO GLI UOMINI SONO STATI SULLA TERRA, NON SI EBBE MAI TERREMOTO COSI' GRANDE E COSI' FORTE175.
(16, 19) «E LA GRAN CITTA' FU DIVISA IN TRE PARTI»: secondo
alcuni questa "gran Città" sarebbe Gerusalemme; secondo altri
Babilonia o Roma. Più probabile sembra essere Gerusalemme, come
al cap. 18, poiché la Gerusalemme terrena, che ha ucciso Gesù,
sarebbe qui presa come simbolo del mondo immorale e anticristiano, che
ha tentato di distruggere la Chiesa sul nascere. Chi vi vede Babilonia,
si rifà al vers. 19 e al cap. 18, 8 dove si legge: "Caduta, caduta
è Babilonia la grande", anch'essa intesa come simbolo di tutto
il potere anticristiano ostile a Cristo e alla Sua Chiesa.
Quelli che vedono la Roma imperiale, ritengono che i rivolgimenti
esterni cagionati dal terremoto siano anche l'immagine dei rivolgimenti
profondi nella vita politica e sociale dei popoli. per effetto del terremoto
"la grande città fu divisa in tre parti", vale a dire, secondo
il contesto, fu rovinata completamente, ma ogni parte di essa cadde separatamente
(cfr. Isaia 24, 10-20). «E LE CITTA' DELLE NAZIONI CADDERO»,
cioè le capitali dei regni pagani ostili a Dio rovinarono pure.
Quindi non solo il centro del potere anticristiano e di seduzione
cadde, ma anche tutti i regni del mondo caddero e furono distrutti;
anche le nazioni e le città pagane caddero in rovina. «E
DIO SI RICORDO' DI BABILONIA LA GRANDE»: da ciò, come abbiamo
già detto al versetto precedente, alcuni ritengono che la "gran
città" sia Babilonia. Questa espressione metaforica ("Dio si ricordò")
sta a significare che Dio giudicò giunto il momento di colpire
coi suoi flagelli "Babilonia la grande", simbolo di tutta la società
anticristiana ostile a Cristo e alla Sua Chiesa. Con queste parole viene
preparata la descrizione della caduta di Babilonia che Giovanni farà
nei capp. 17-18. Ma Babilonia rappresenta il mondo come centro di seduzione
anticristiana quale si ha in ogni momento della storia umana, e quindi
può essere benissimo vista nei secoli nella Gerusalemme antica e
nella Roma pagana. In questo gran giorno del giudizio è evidente
che Dio non può aver dimenticato i peccati di Babilonia, e la sua
ira contro la città, ira a lungo repressa, esplode completamente.
Dio perciò si ricorda di essa «PER DARLE ILCALICE DEL VINO
DEL FURORE DELL'IRA» (CFR. 14, 10).
(16, 20) «ED OGNI ISOLA FUGGI' E I MONTI NON FURONO PIU' RITROVATI»: per effetto del gran terremoto, che sconvolge la faccia della terra, scompare ogni isola e svaniscono gli stessi monti: è lo sconvolgimento finale delle cose (6, 14; 20, 11).
(16, 21) «E CADDE DAL CIELO SUGLI UOMINI UNA GRAGNUOLA DEL PESO DI CIRCA UN TALENTO»: come al suono della settima tromba (11, 19) e come nella settima piaga d'Egitto (Esodo 9, 18-25), Giovanni ora vede "in spirito" cadere dal cielo grossi chicchi di grandine del peso "di un talento" (circa Kg. 45) e colpire gli uomini induriti di cuore e impenitenti. I chicchi, infatti, simboleggiano col loro cadere dal cielo il giudizio divino con l'effusione completa e finale della sua ira. Ma a seguito della nuova piaga piombata su loro, anziché ravvedersi «GLI UOMINI BESTEMMIARONO IDDIO, mostrando così di essere maturi per il giudizio, A MOTIVO DELLA PIAGA DELLA GRAGNUOLA, PERCHE' LA PIAGA D'ESSA ERA GRANDISSIMA». Così nel giorno del giudizio finale tutto l'impero del male è distrutto e affonda nella più completa rovina. Ciò vogliono significare questi versetti.
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